Fido: stop alla revoca della banca senza motivo e al rientro
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25 Ago 2016
 
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Fido: stop alla revoca della banca senza motivo e al rientro

La revoca del conto corrente con apertura di credito da parte della banca deve essere sempre motivata, anche se il contratto glielo consente.

 

Se la banca concede un fido a un proprio cliente, non può revocarglielo senza una valida motivazione, anche se il contratto lo consente: questo perché, secondo una recente sentenza della Cassazione [1], è vietato all’istituto di credito imporre al correntista “affidato” il rientro immediato nel debito con modalità impreviste ed arbitrarie. Tale comportamento, infatti, in grado di cogliere di sorpresa chi fa affidamento sulla apertura di credito della propria banca, può ledere il cliente. Ma procediamo con ordine.

 

La banca deve giustificare l’ordine di rientro dal fido

Quando la banca concede una apertura di credito sul conto corrente (chiamata anche fido o affidamento) si riserva, di solito, nel contratto, una serie di possibilità in presenza delle quali può revocare immediatamente il credito concesso, imponendo al correntista – dall’oggi al domani – di rientrare nello scoperto. Ma questo non significa che l’istituto di credito può, appigliandosi a tali clausole, decidere arbitrariamente quando e come recedere dal contratto. Al contrario, vi deve essere sempre una giusta causa di recesso dal fido. E non solo: tale giusta causa va adeguatamente provata nello specifico. Non basta quindi una improvvisa diminuzione delle garanzie (come, ad esempio, la vendita di un immobile da parte del cliente) per chiudere l’affidamento e imporre l’immediato rientro al correntista che, invece, è ancora pienamente solvibile e dimostri di non essere “a rischio”.

 

Certo, alla banca resta sempre il diritto di tutelarsi di fronte alle “oscillazioni” dei depositi e delle garanzie del cliente, ma non senza adeguata motivazione. L’istituto deve quantomeno spiegare come la vendita di immobile e garanzie, insieme al debito del cliente, mette a rischio il suo rientro. Il correntista, se vuole contestare il recesso, ha l’onere di spiegare che le argomentazioni e le preoccupazioni esposte dalla banca sono prive di fondamento.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 8 luglio – 24 agosto 2016, n. 17291
Presidente Giancola – Relatore Genovese

Svolgimento del processo

1. La Corte d’appello di Lecce, per le questioni qui ancora aperte, ha respinto l’impugnazione proposta dal signor C.A. correntista affidato del Banco di Napoli SpA, e suo debitore principale, in ordine al recesso, esercitato dalla Banca, dal contratto di affidamento in conto corrente ed alla conseguente richiesta di pagamento del saldo, nei riguardi della sentenza del Tribunale di Brindisi che, decidendo dell’opposizione al decreto ingiuntivo proposto da costui, unitamente ai suoi fideiussori, aveva accolto l’opposizione, revocato il monitorio ma condannato i debitori al pagamento, in favore della Banca, di una somma di danaro oltre che del 70% delle spese processuali.
2. La Corte territoriale, investita della rivisitazione del primo giudizio, ha – per quello che qui ancora interessa in ordine alla questione della revoca per giusta causa dell’affidamento in conto corrente -, dichiarato legittimo il comportamento della Banca e condannato l’odierno ricorrente al pagamento delle ulteriori spese del grado.
3. Il giudice di appello, infatti, ha

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[1] Cass. sent. n. 17291/16 del 24.07.2016.

 


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