Lavoro, no disoccupazione se il contratto cessa di comune accordo
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25 Ago 2016
 
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Lavoro, no disoccupazione se il contratto cessa di comune accordo

In caso di dimissioni al dipendente licenziatosi non spetta l’indennità di disoccupazione a meno che non dimostri l’esistenza di cause che rendevano impossibile proseguire il rapporto: tra queste non rientra l’impossibilità di fare carriera.

 

Solo a chi si dimette per giusta causa spetta l’assegno di disoccupazione; diversamente, in caso di cessazione del rapporto di lavoro con il reciproco accordo del datore di lavoro e del dipendente, quest’ultimo non può presentarsi all’Inps e pretendere l’indennità per la perdita del lavoro. È quanto ricorda la Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].

 

Se mi licenzio mi spetta la disoccupazione?”, una domanda che spesso si pone il dipendente quando l’ambiente lavorativo non è più stimolante o presenta delle criticità tali da renderlo non più conveniente. Di certo l’assegno di disoccupazione (che attualmente si chiama Naspi) spetta sempre a chi viene licenziato, anche se il licenziamento avviene per motivi disciplinari (leggi “Disoccupazione anche ai licenziati per giusta causa”). Invece, nel caso di dimissioni, solo quelle motivate da serie ragioni, che risiedano in comportamenti addebitabili al datore di lavoro o a cause comunque dipendenti dall’ambiente lavorativo, danno diritto all’assegno dell’Inps. Un esempio sono il mancato pagamento dello stipendio, il mobbing, le avances del capo, il demansionamento, la mancata tutela della salute sul posto di lavoro. Invece, nel caso di dimissioni dovute a valutazioni personali del dipendente, come l’impossibilità di fare carriera, non rilevano e, in tali casi, non si ha diritto alla disoccupazione.

 

La Cassazione [2] ha quindi ricordato che, in caso di cessazione del rapporto di lavoro per risoluzione consensuale, il dipendente non ha diritto alla Naspi. Se il lavoratore se ne va dall’azienda in assenza di una giusta causa, ma perché, effettuando delle considerazioni di opportunità e convenienza personale, ritiene che non vi siano possibilità di progressione in carriera e di crescita professionale (anche se conseguenti alla chiusura di un reparto di cui il dipendente è responsabile) allora non può richiedere l’assegno di disoccupazione.

 

I giudici hanno più volte ricordato che, in caso di dimissioni volontarie, non spetta l’indennità di disoccupazione a chi, avendo la possibilità di proseguire il proprio rapporto di lavoro, rinuncia al posto ponendosi spontaneamente nella posizione di disoccupato. Opposta è la conclusione, invece, nel caso di dimissione per giusta causa, la quale, però, ricorre solo a seguito di un gravissimo inadempimento dell’azienda o di un’altra causa oggettivamente idonea a ledere il vincolo di fiducia tra l’azienda e il dipendente.

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 25 maggio – 24 agosto 2016, n. 17303
Presidente Mammone – Relatore Cavallaro

Fatto

Con sentenza depositata il 4.6.2009, la Corte d’appello di Torino rigettava l’appello proposto da B.S.F. avverso la pronuncia con cui il giudice di prime cure gli aveva negato l’indennità di disoccupazione.
La Corte in particolare riteneva che, essendo esclusa la spettanza dell’indennità in questione nel caso di dimissioni, ad analoga soluzione dovesse pervenirsi per il caso in cui il rapporto di lavoro fosse cessato a seguito di risoluzione consensuale, tanto più che nella specie non era stata provata la sussistenza di alcuna giusta causa di recesso.
Contro questa pronuncia ricorre B.S.F. affidandosi a due motivi. Resiste l’INPS con controricorso, illustrato da memoria.

Diritto

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 34, comma 5, l. n. 448/1998, per avere la Corte di merito ritenuto che la disposizione citata, nella parte in cui prevede che il diritto all’indennità di disoccupazione non sorga per il caso di dimissioni, potesse applicarsi analogicamente all’ipotesi di risoluzione consensuale consacrata in una transazione.
Con il secondo motivo, il ricorrente denuncia

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[1] Cass. sent. n. 17303/2016 del 24.08.2016.

[2] Cass. sent. n. 1590/04.

 


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