Il tentativo di reato
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25 Ago 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Il tentativo di reato

Diritto penale: il delitto tentato e il delitto consumato, differenze; quando scatta il tentativo. L’iter criminis.

 

Il reato, dal punto di  vista dinamico, si realizza seguendo tale «iter»:

 

ideazione: è il momento o il periodo di tempo durante il quale, nel soggetto, sorge e si sviluppa l’idea di  commettere il reato. Tale fase ricorre solo nei reati dolosi  e sfocia nella risoluzione criminosa,  di per sé non punibile;

 

esecuzione: consiste nell’attuazione della risoluzione criminosa, attraverso la realizzazione di una condotta tipica. Distinguiamo:

a) atti preparatori: sono atti che non rientrano nella condotta tipica ma ne preparano l’esecuzione;

b) atti esecutivi: rientrano nel tipo di condotta prevista dalla legge;

 

consumazione: è  il punto di arrivo dell’esecuzione. Il reato è consumato  (perfetto) quando l’agente ha realizzato un fatto concreto del tutto conforme all’ipotesi astratta delineata dal legislatore nella norma incriminatrice (ad es. l’omicidio  si consuma con la morte della vittima).

 

 

Il tentativo

Ricorre la figura del delitto tentato (o tentativo) quando il soggetto agente vuole commettere un reato e si attiva in tal senso, senza però realizzare il proposito criminoso per cause indipendenti dalla propria volontà (MANTOVANI).

Sul piano sostanziale, il tentativo costituisce un “minus” rispetto al  delitto consumato: infatti, mentre in quest’ultimo si ha una lesione effettiva  dell’interesse protetto dalla norma incriminatrice, nel tentativo ricorre solo una lesione potenziale,  cioè la messa in pericolo di tale interesse.

 

Ciò giustifica, sotto il  profilo sanzionatorio, un trattamento meno severo del tentativo rispetto al delitto consumato.

Sul piano normativo, il tentativo costituisce un titolo autonomo di reato rispetto al delitto consumato: esso, infatti, è previsto e sanzionato dalla legge e costituisce un reato perfetto in sé e per sé.

La sua incriminazione deriva dalla combinazione di delle norme: la norma incriminatrice di parte speciale, che configura come reato un determinato fatto e l’art. 56 c.p., che disciplina i requisiti del tentativo. L’art. 56 svolge, pertanto, una funzione estensiva dell’ordinamento penale,  in quanto consente di reprimere penalmente fatti che non giungono alla soglia della consumazione, e che senza di essa non sarebbero sanzionabili.

 

Sotto il profilo soggettivo il delitto tentato è un delitto doloso, consistendo nell’intenzione di commettere il delitto perfetto in tutti i suoi elementi costitutivi.

 

Sotto il profilo oggettivo, il delitto tentato è costituito da:

– un elemento negativo: il mancato compimento dell’azione  o il mancato verificarsi dell’evento;

– un elemento positivo: l’idoneità e la univoca direzione degli atti.

 

Secondo l’art. 56 c.p., si ha delitto tentato:

1) quando l’agente abbia posto in essere l’intera condotta, che avrebbe dovuto cagionare l’evento, senza che lo stesso si sia però realizzato (cd. tentativo compiuto): ad esempio, ha sparato mancando la vittima;

2) quando l’agente abbia soltanto iniziato, senza portarla a termine, l’attività diretta alla commissione del delitto (cd. tentativo incompiuto): ad esempio, ha preso la mira ma è stato disarmato prima di premere il grilletto.

 

È evidente che il mancato perfezionamento del delitto deve dipendere da circostanze estranee alla condotta, altrimenti il tentativo non è configurabile per inidoneità della condotta (ad esempio, l’agente ha sparato con un fucile giocattolo). Anche il tentativo, infatti, soggiace al principio di necessaria offensività.

 

Difficile è poi individuare l’inizio dell’attività punibile a tale titolo.

La dottrina più antica, cui si ispirava lo stesso codice Zanardelli, individuava l’inizio dell’attività punibile in base al grado di sviluppo dell’attività criminosa:  secondo tale dottrina, costituivano tentativo punibile solo gli atti esecutivi,  e non gli atti meramente preparatori  del reato (cd. teoria dell’inizio dell’esecuzione).

 

Le difficoltà di rinvenire un soddisfacente criterio distintivo tra le due categorie di atti, però, ha indotto il legislatore del 1930 ad abbandonare questa teoria, fondando il concetto di tentativo punibile su di un diverso criterio.

 

Perché si possa parlare di delitto tentato, pertanto, è necessario che il soggetto attivo abbia posto in essere «atti idonei diretti in modo non equivoco a commettere un delitto».

 

Gli atti sono idonei allorché l’azione, valutate tutte le circostanze del caso concreto che potevano essere conosciute dall’agente, sia adeguata  (con riferimento al  momento in cui stava per essere compiuta) a raggiungere il risultato cui è diretta.

 

Gli atti sono univoci, allorché l’azione in sé, per quello che è  e per il modo in cui è compiuta, riveli l’intenzione dell’agente (naturalmente l’azione sarà valutata nel complesso delle circostanze di tempo e di luogo in cui si è svolta).

 

Secondo la dottrina consolidata, il tentativo è inammissibile nelle contravvenzioni  (l’art. 56 parla di «delitto», non di reato), nei delitti abituali  che si perfezionano con la reiterazione delle condotte criminose che di per sé non assumono rilevanza autonoma, nei delitti di attentato  o a consumazione anticipata  per i quali ciò che costituisce il minimum per l’esistenza del tentativo integra la consumazione dello stesso reato. Infine, il tentativo non è concepibile nei delitti colposi  e preterintenzionali,  nei quali manca l’intenzione di realizzare il fatto contemplato dalla norma incriminatrice.

 

La pena per il delitto tentato è quella prevista per il delitto consumato ridotta da un terzo a due terzi.

 

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