Pillola del giorno dopo non è aborto: prescrizione obbligatoria
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25 Ago 2016
 
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Pillola del giorno dopo non è aborto: prescrizione obbligatoria

Illegittima l’obiezione di coscienza: la pillola del giorno dopo non può essere equiparata all’aborto per cui il medico del consultorio è obbligato a prescriverla.

 

I medici contrari all’aborto possono sottrarsi, per ragioni di religione o di coscienza, solo all’interruzione volontaria di gravidanza, ma non alla somministrazione di semplici contraccettivi come la pillola del giorno dopo: quest’ultima, in particolare, è equiparabile a un normale farmaco e, pertanto, va obbligatoriamente prescritta da parte del ginecologo del consultorio. È quanto chiarito dal TAR Lazio con una recente sentenza [1].

 

Il principio è ormai consolidato in giurisprudenza ed anche l’Aifa (l’agenzia italiana del farmaco) e l’Ema (la sua omologa europea) hanno ormai chiarito che la pillola non è altro che un semplice contraccettivo e non può essere assimilata all’aborto; il medico del consultorio pertanto, anche se obiettore, non può esimersi dal prescriverla alla donna che si reca da lui dopo poco tempo dal rapporto “a rischio”. La ragioni di coscienza, infatti, ben possono esentare il ginecologo dall’essere coinvolto nell’intervento di interruzione volontaria della gravidanza, ma non dalla somministrazione dei farmaci post coitali.

 

Del resto, la legge [2] ha inteso considerare aborto solo ciò che interviene in una fase successiva all’annidamento dell’ovulo nell’utero materno. Il che non succede nel caso di assunzione della pillola a poche ore di distanza dal rapporto sessuale. Non bisogna poi dimenticare che il nostro ordinamento lascia alla madre la libertà di autodeterminarsi quando ricorrono le condizioni richieste dalla legge per ottenere l’interruzione della gravidanza. La Cassazione ha infatti detto che nel bilanciamento tra il valore e la tutela della salute della donna e il valore del concepito l’ordinamento consente alla madre di richiedere l’interruzione della gravidanza.

 

L’obiezione di coscienza solleva il ginecologo dall’essere coinvolto nell’atto che direttamente produce l’interruzione di gravidanza. Ma, ad esempio, la guardia medica rischia la condanna per rifiuto di atti d’ufficio se non interviene a prestare assistenza alla donna subito dopo l’aborto indotto per via farmacologica da un altro medico che non condivide l’obiezione di coscienza (cosiddetto secondamento) e dunque in una fase non diretta a determinare l’interruzione della gravidanza. Il diritto di obiezione di coscienza, invero non può intendersi in modo tale da esonerare il medico dall’intervenire durante l’intero procedimento di interruzione della gravidanza, in quanto si tratta di interpretazione che non trova alcun appiglio nella legge del 1978.


[1] Tar Lazio, sent. n. 8990/16.

[2] L. n. 194/1978.

 


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