Voucher, che fine fanno i miei contributi?
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19 Set 2016
 
L'autore
Noemi Secci
 


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Voucher, che fine fanno i miei contributi?

Contributi previdenziali versati con i buoni lavoro: in quale gestione sono accreditati, utilità ai fini della pensione.

 

Sono sempre di più, negli ultimi anni, i lavoratori pagati con i voucher, cioè con i buoni lavoro dell’Inps: si tratta di uno strumento tramite il quale si assicura retribuzione, pagamento dei contributi e assicurazione per il lavoro occasionale accessorio, ossia per le prestazioni svolte saltuariamente, senza necessità di assumere il lavoratore.

Ogni buono ha il valore di 10 euro e corrisponde a un’ora di lavoro (ma nulla vieta che il committente possa riconoscere più buoni per ogni ora di lavoro): di questi 10 euro, però, non tutti vanno al lavoratore, ma solo 7,50 euro. La parte restante è così suddivisa:

 

– 1,30 euro sono riconosciuti come contributi previdenziali all’Inps;

– 75 centesimi sono riconosciuti all’Inail per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali;

– 50 centesimi sono riconosciuti all’Inps per la gestione dei voucher.

 

I contributi previdenziali sono dunque pari al 13% dei compensi maturati con i voucher: ma in quale gestione sono versati e quale utilità hanno ai fini pensionistici?

 

 

Voucher: contributi alla Gestione Separata

I contributi versati con i voucher confluiscono nella gestione separata. Si tratta di una sorta di “fondo residuale” dell’Inps, nel quale sono versati i contributi dei lavoratori parasubordinati (co.co.co.), quelli dei liberi professionisti privi di una gestione di categoria e quelli derivanti da altre attività marginali (come i contributi da lavoro autonomo occasionale per coloro che superano i 5000 euro di compensi annui).

I contributi riconosciuti grazie ai voucher, pari, come abbiamo detto, al 13% dei compensi, valgono però ai soli fini della pensione: non sono utili, quindi, per assicurare il lavoratore contro la disoccupazione, né per ottenere altre prestazioni, come gli assegni familiari, né per la malattia o la maternità.

Per quanto riguarda la contribuzione versata, poi, bisogna sottolineare che non è certamente semplice arrivare ad ottenere  la pensione della gestione separata, in quanto gli accrediti, riferendosi per lo più ad attività saltuarie o precarie, sono spesso esigui e non possono essere ricongiunti nelle altre gestioni: inoltre, quand’anche si raggiunge la pensione, il trattamento ha solitamente importi molto bassi, dovuti alla scarsità dei versamenti e al fatto che l’assegno è interamente calcolato col metodo contributivo, fortemente penalizzante.

Tuttavia, non si tratta di soldi integralmente buttati, anche nel caso in cui non si riesca ad ottenere un’autonoma pensione:

 

– in primo luogo, è possibile totalizzare quanto versato nella gestione separata ai fini della pensione: si possono, cioè, sommare i contributi, anche se non ricongiungere, alla contribuzione presente negli altri fondi, per ottenere il pensionamento; ogni gestione, però, paga la quota di pensione di sua competenza, calcolata, nella maggioranza dei casi, col metodo contributivo;

 

– è poi possibile effettuare il computo nella gestione separata: grazie al computo, la contribuzione presente negli altri fondi confluisce nella gestione separata, per dar vita a un’unica pensione; anche in questo caso, il problema è costituito dal fatto che tutta la contribuzione, anche quella accreditata negli altri fondi, sia soggetta al calcolo contributivo;

 

– infine, se non è possibile ottenere una “normale” pensione nemmeno con totalizzazione e computo, è almeno possibile ottenere la pensione supplementare nella gestione separata, nel caso in cui si possieda già una pensione principale in un’altra gestione: è però richiesto che la pensione principale risulti inferiore a 1,5 volte il trattamento minimo, se l’interessato risulta iscritto alla previdenza obbligatoria dopo il 1996.

 

Ad ogni modo, nonostante queste previsioni, volte a evitare di perdere i contributi versati alla gestione separata, la situazione della contribuzione versata tramite voucher lascia spazio a molte perplessità: ad esempio, considerando che il minimale retributivo per l’accredito di un anno di contributi, in tale gestione, è pari a 15.548 euro e che con i voucher non è possibile ottenere una retribuzione lorda annua superiore a 9.333 euro circa (7.000 euro netti), è chiaro che, anche se si lavora tutto l’anno, non è possibile che sia accreditato un anno di contributi.

Inoltre, la percentuale di contribuzione, pari al 13% complessivo, è molto bassa e non consente certo di ottenere, in futuro, una pensione dignitosa.

In definitiva, per rendere i voucher più equi per i lavoratori sono necessarie delle profonde modifiche in merito all’accredito dei contributi e al funzionamento della gestione separata: ad esempio, prevedendo la ricongiunzione dei contributi in una diversa gestione o delle regole più favorevoli in merito ai requisiti e al calcolo della pensione. Diversamente, questa gestione continuerà ad essere un enorme spreco, proprio per i lavoratori maggiormente bisognosi di tutela.


 


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