Terremoti, le differenze tra Italia e Giappone
Editoriali
26 Ago 2016
 
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Terremoti, le differenze tra Italia e Giappone

 

Formazione delle famiglie, investimenti in strumenti di preallarme e piani urbanistici molto più seri e intransigenti, le tre principali differenze tra Giappone e Italia.

 

Ci sono parole che, appena pronunciate, richiamano inevitabilmente uno Stato dove quell’aspetto è maggiormente caratterizzante; e così, allo stesso modo in cui, quando si parla di pizza si pensa all’Italia, quando si citano le ghirlande di fiori si pensa alle Hawaii e quando si ha a che fare con la danza classica si evocano i teatri russi, quando viene pronunciata la parola terremoto si pensa al Giappone. L’isola nipponica – così come l’Italia e la California – è certamente una delle zone sismiche più a rischio dell’intero globo e, per questo – ma anche per un innato spirito organizzativo del suo popolo – ha sviluppato un sofisticato sistema di prevenzione dei rischi collegato principalmente alla formazione della cittadinanza e all’investimento sulle tecnologie. Ma non solo.

 

Una scossa di terremoto del sesto grado, così come quella che ha colpito in questi giorni il centro Italia, in Giappone non avrebbe provocato tanti morti e panico. Perché? Quali sono le principali differenze, nell’approccio alle emergenze sui movimenti della terra, tra il Paese del Sol Levante e lo stivale?

 

Innanzitutto, come è facile intuire, la prima e principale differenza tra Giappone e Italia risiede nella tipologia delle costruzioni: nell’arcipelago tutto è antisismico e le strutture – residenziali e non – vengono rinnovate dopo poche decine di anni, tanto che il valore immobiliare è concentrato sul terreno e non su quello che ci viene costruito sopra. In Giappone sarebbe impensabile vivere in abitazioni di pietra, costruite centinaia di anni fa e arroccate su pendii o su zone rocciose, miracolosamente in bilico. Eppure gran parte dei nostri paesini sono situati in collina o in montagna, là dove le popolazioni si rifugiavano per evitare la malaria e le orde di invasori. Anzi, tanto più era inaccessibile il luogo, tanto meglio era. Le case sono state costruite, così, in luoghi dove sarebbe impensabile costruire. E da lì non si sono più mosse. Anche oggi molte famiglie vivono in abitazioni vecchie, spesso abusive e regolarizzate solo grazie a sanatorie o all’occhio transigente di un funzionario.

Per un giapponese (e non solo) è inconcepibile costruire ospedali, scuole e alberghi in zone ad alto rischio sismico, costruiti secondo parametri ormai superati da decenni, mai ristrutturati e senza l’osservanza delle regole antisismiche.

Inoltre in Italia, l’aggiornamento delle norme tecniche per la progettazione delle costruzioni secondo criteri antisismici è fermo ormai da anni.

 

La seconda differenza è la formazione: nell’isola nipponica, famiglie, pubblici uffici, scuole (finanche le elementari), la popolazione intera viene continuamente interessata in esercitazioni di protezione civile di massa che si tengono rigorosamente ogni 1° settembre, data che coincide con l’anniversario del grande terremoto del Kanto, che nel 1923 distrusse Tokyo e Yokohama provocando circa 140mila morti (non tanto per il crollo delle abitazioni, quando per i conseguenti incendi).

Ogni famiglia giapponese ha in casa un kit di emergenza per il caso di terremoto (dalle medicine alle vivande a lunga conservazione), “aggiornati” con scrupolo.

 

Infine, il terzo elemento di distinzione riguarda la strumentazione: il Giappone ha investito molto sulle attrezzature scientifiche e le infrastrutture tecnologiche necessarie a monitorare i movimenti della terra ed elaborare tempestivamente i dati. In pratica, molto meglio dell’Italia in Giappone le autorità sono in grado di anticipare l’arrivo di scosse sismiche, anche di pochi minuti, ma sufficienti a mettere in salvo la popolazione e sfollarla dalle case. Addirittura, in caso di forti scosse, i telefonini squillano immediatamente e forniscono informazioni aggiornate. In Italia, invece, i soccorsi sono sempre successivi, quasi mai organizzati e devono sempre far ricorso alla solidarietà del popolo vista la disorganizzazione dello Stato e l’assenza di risorse (che, anziché essere stanziate come una voce ordinaria del bilancio annuale, costituiscono sempre un’eccezione).


 


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