Condanna penale, addio lavoro: dipendente licenziato
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27 Ago 2016
 
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Condanna penale, addio lavoro: dipendente licenziato

Dipendente licenziato perché svolgente mansioni a contatto con il pubblico: lecito richiedere una condotta integerrima anche fuori dal lavoro.

 

È legittimo licenziare il dipendente solo perché è stato condannato per un reato che nulla c’entra con il suo lavoro, commesso durante la sua vita privata extralavorativa? Non c’è una regola fissa: tutto dipende dalla gravità della condotta, da quanto essa possa incidere sulla credibilità dell’uomo e, indirettamente, anche sul datore di lavoro. Specie se il colpevole svolge mansioni delicate che comportano contatto con il pubblico e, pertanto, richiedono un certo margine di affidabilità e sicurezza.

 

Di tanto avevamo parlato già nell’articolo: “Si può licenziare un dipendente condannato penalmente?” fornendo una serie di esempi di situazioni che legittimano il licenziamento. Di recente, è intervenuta la Cassazione [1] stabilendo che è legittimo mandare a casa un pubblico dipendente (nella specie, il datore di lavoro era il Ministero dell’Istruzione) che compia condotte violente ai danni della propria ex fidanzata come il brandire un coltello e minacciarla. La condanna penale, in questi casi, è un elemento più che sufficiente per ritenere l’uomo inadeguato al compito affidatogli che, peraltro, prevede rapporti con soggetti terzi.

 

Ciò perché «da una persona inserita in un ufficio pubblico, con mansioni che prevedono anche il contatto coi cittadini, si pretende che la sua condotta sia improntata almeno al rispetto dei valori fondamentali dell’integrità fisica e della vita delle altre persone». Anche il fatto che l’uomo abbia agito con «dolo d’impeto» rende evidente che egli «non ha saputo frenare i propri impulsi e controllarsi»: ciò, secondo i giudici, rende ancor «più comprensibile il venir meno del vincolo fiduciario» con il datore di lavoro.

 

Il discorso non cambia se il dipendente, anziché essere in forza presso un ente pubblico, dipende da una ditta privata: ugualmente va rispettato l’affidamento sulla “stabilità di nervi” che il datore ripone sul lavoratore.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 7 giugno – 23 agosto 2016, n. 17260
Presidente Macioce – Relatore Blasutto

Svolgimento del processo

1. R.G., dipendente dei Ministero dell’Istruzione dal 1976, con qualifica di ausiliario Al super, veniva licenziato con nota dell’11 luglio 2008 a seguito di condanna penale ad anni quattro di reclusione, oltre alla pena accessoria dell’interdizione ai pubblici uffici, riportata per il reato di tentato omicidio. L’impugnativa di tale licenziamento veniva respinta dal Tribunale di Alessandria.
2. Con atto di appello depositato nella vigenza dei nuovo testo dell’art. 434 cod. proc. civ., come sostituito dall’art. 54, comma 1, lett. c bis) dei d.l. 22 giugno 2012, n. 83, cono., con modificazioni, nella legge 7 agosto 2012, n 134, il R. impugnava detta sentenza. 3. Tale appello è stato dichiarato inammissibile dalla Corte di appello di Torino, con sent. n.480/2013, per difetto assoluto di motivazione ex art. 434 cod. proc. civ..
3.1. La Corte distrettuale ha premesso che la ricostruzione in fatto e in diritto della decisione adottata dal Giudice dei lavoro di Alessandria era, in sintesi, argomentata come segue. a) Non poteva essere accolto l’assunto difensivo secondo cui la pena accessoria non sarebbe stata

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[1] Cass. sent. n. 17260/16 del 23.08.2016.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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Commenti
3 Set 2016 sami ataki

avevo un processo(di lavoro come socio) stato longo di anni per motivi di vedndita di avvocato(stato pagato da conteroparti) cosa devo fare.grazie milla /saluti