Trasferimento del ramo d’azienda: tutele dei lavoratori
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27 Ago 2016
 
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Trasferimento del ramo d’azienda: tutele dei lavoratori

Cessione di una parte dell’azienda a un acquirente esterno: il passaggio dei lavoratori può avvenire senza consenso sempre che non si tratti di un atto fittizio.

 

In caso di vendita dell’azienda o di un semplice settore di essa (cosiddetta cessione del ramo d’azienda) ai lavoratori sono riconosciuti una serie di diritti proprio per garantire che il passaggio dei lavoratori, dal cedente all’acquirente – passaggio che avviene senza il loro consenso – non sia per loro un pregiudizio, implicando la perdita dei diritti sino ad allora accumulati.

 

In particolare, il codice civile stabilisce che, in caso di trasferimento d’azienda, ai dipendenti spetta:

 

  • il diritto a proseguire il medesimo rapporto di lavoro (e non uno nuovo) con l’acquirente dell’azienda o del ramo d’azienda;
  • la conservazione di tutti i diritti già maturati;
  • il diritto di rivalersi, in caso di mancato pagamento delle spettanze già maturate all’atto del trasferimento, tanto nei confronti della società che ha ceduto l’azienda (o il ramo dell’azienda) quanto nei confronti di quella che l’ha acquistata (cosiddetta responsabilità solidale);
  • lo stipendio e gli altri trattamenti economici e normativi previsti dai contratti collettivi nazionali, territoriali ed aziendali vigenti alla data del trasferimento, fino alla loro scadenza, salvo che siano sostituiti da altri contratti collettivi applicabili all’impresa del cessionario.

 

Secondo una sentenza di ieri della Cassazione [2], in caso di cessione di un ramo di azienda, affinché si possano produrre tutti gli effetti appena elencati è necessario che vi sia l’autonomia funzionale del complesso aziendale trasferito.

Questa autonomia deve sussistere già al momento della vendita del ramo dal resto dell’azienda, e deve tradursi nella capacità del ramo di perseguire uno scopo produttivo con i propri mezzi funzionali e organizzativi. Il ramo, in altre parole, deve essere in grado di svolgere lo stesso servizio eseguito prima della cessione, senza continuare a dipendere dal resto dell’azienda che resta in capo al cedente e senza la necessità di integrazioni rilevanti da parte del cessionario.

 

Non si può quindi parlare di cessione del ramo d’azienda qualora un’azienda ceda a un’altra solo i propri dipendenti con gli strumenti basilari per il lavoro (scrivanie, computer) senza invece trasferire anche le infrastrutture tecnologiche (ad esempio, i programmi che consentono l’accesso al database clienti) necessarie allo svolgimento del servizio. In tal caso il contratto di cessione del ramo d’azienda è solo fittizio, volto cioè a ledere i diritti dei dipendenti. Per cui il rapporto di lavoro non si trasferisce in capo alla azienda acquirente, ma resta in capo al cedente. Quest’ultimo può essere condannato a ripristinare il rapporto di lavoro con il personale “ceduto”.

 

Le parti non hanno l’autonomia negoziale di identificare come ramo autonomo una porzione di azienda che risulti priva di autonomia funzionale. Al contrario, affinché possa avvenire la cessione del ramo di azienda quest’ultimo deve essere “autonomo”, in grado cioè di svolgere autonomamente dal cedente, e senza integrazioni rilevanti da parte del cessionario, le funzioni che gli sono proprie e che svolgeva prima della vendita.

 


[1] Art. 2112 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 17366/2016 del 26.08.2016.

 


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