L’imputabilità dell’autore del reato: il minorenne e l’incapace
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27 Ago 2016
 
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Edizioni Simone
 


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L’imputabilità dell’autore del reato: il minorenne e l’incapace

La capacità di intendere e di volere e la commissione del reato; soggetto minore di età, l’infermità di mente, il sordomuto, l’ubriaco: le cause di non imputabilità e non applicazione della pena.

 

Il reo quale autore di un fatto previsto dalla legge come reato, per poter essere sottoposto a pena deve possedere, al momento della commissione del reato, la capacità di intendere e di volere.

Si tratta della cd. imputabilità, che l’art. 85 c.p. pone quale presupposto della punibilità del soggetto agente.

Secondo la prevalente dottrina, il fondamento di tale norma va individuato nella comune concezione della responsabilità umana, per la quale intanto ha senso sottoporre a pena un individuo in quanto questo sia in grado di comprendere il valore degli atti posti in essere e, quindi, il significato della sanzione.

 

La capacità di intendere è la capacità del soggetto di rendersi conto del valore sociale dell’atto che compie e del fatto che esso sia in contrasto con le esigenze della vita comune.

La capacità di volere consiste nella idoneità della persona a determinarsi in modo autonomo, resistendo agli impulsi che gli derivano dal mondo esterno e dai moti del suo animo.

 

Mancando l’imputabilità, il soggetto non può essere assoggettato a pena (causa soggettiva di esenzione da pena; ad es.: il bambino o il pazzo che uccidono una persona, pur commettendo il delitto di omicidio, non sono punibili perché la legge li considera incapaci di rendersi conto delle proprie azioni).

 

La legge prevede espressamente alcune cause che escludono o diminuiscono l’imputabilità.

Per effetto delle prime, la capacità di intendere e di volere risulta del tutto esclusa, mentre, allorché ricorrono le seconde, essa, senza essere esclusa, risulta grandemente diminuita.

Si tratta di situazioni nelle quali l’agente non è punibile perché immaturo (i processi

formativi dell’intelletto non si sono sviluppati completamente) ovvero perché affetto da

alterazioni di natura patologica derivanti da infermità di mente, da malattia congenita,

oppure da abuso di sostanze tossiche.

 

Vediamo ora di seguito le singole cause che escludono o diminuiscono l’imputabilità.

 

 

La minore età (artt. 97 e 98 c.p.).

Al riguardo, occorre distinguere due diverse fasce di età del minore:

– periodo che va fino ai 14 anni compiuti, in cui è categoricamente esclusa ogni capacità di intendere e di volere da parte del minore che compie un reato;

– periodo che va dai 14 ai 18 anni, in cui non vige alcuna presunzione di incapacità, e l’imputabilità del minore deve essere accertata caso per caso dal giudice (se l’imputabilità sussiste, il minore è assoggettato a pena, ma questa è diminuita).

 

 

L’infermità di mente (artt. 88-89 c.p.)

Questa causa consiste in una malattia mentale da cui è affetto il soggetto al momento in cui ha commesso il fatto.

 

A seconda del suo grado, l’infermità può essere:

totale, se esclude la capacità (in tal caso il soggetto non è imputabile);

parziale, se per effetto di essa la capacità è soltanto ridotta (in tal caso il soggetto fruirà di una diminuzione di pena).

 

Gli stati emotivi e passionali non escludono l’imputabilità.

 

 

Il sordomutismo (art. 96 c.p.)

Ricorre tale causa quando, per effetto di tale anomalia, il soggetto non sia capace di intendere e di volere.

Tuttavia, poiché la scienza medica ha fatto notevoli progressi nella cura di questa malattia, il legislatore non ha adottato una soluzione definitiva e, escludendo una presunzione di incapacità, ha lasciato tale soluzione all’accertamento caso per caso dell’esistenza o meno della capacità di intendere e di volere.

 

Pertanto:

– quando si riconosce che la capacità di intendere e di volere è piena, il sordomuto viene considerato imputabile;

– se, invece, si accerta che la capacità non sussiste, egli è parificato all’individuo affetto da vizio totale di mente;

– se si stabilisce, infine, che essa è grandemente scemata, il soggetto è parificato all’individuo affetto da vizio parziale di mente.

 

Si segnala che ai sensi della L. 20-2-2006, n. 95, in tutte le disposizioni legislative vigenti, il termine sordomuto è sostituito con l’espressione sordo. Deve, quindi, ritenersi che, alla luce di tale innovazione disciplinare la norma possa trovare applicazione anche in favore di coloro che sono affetti da sola sordità.

 

 

L’ubriachezza (art. 91 c.p.)

Deriva dall’uso eccessivo di bevande alcoliche.

Essa, se è accidentale, e cioè non dipendente da colpa del soggetto, esclude la imputabilità (es.: colui che, lavorando in una distilleria, si ubriaca per i fumi dell’acool che respira).

Se, invece, l’ubriachezza è volontaria (quando il soggetto si è ubriacato volontariamente o per imprudenza) o preordinata (quando il soggetto si è ubriacato proprio allo scopo di commettere il reato o per prepararsi una scusa), l’imputabilità non è esclusa né diminuita.

 

 

Intossicazione cronica da alcool o da sostanze stupefacenti (artt. 94 e 95 c.p.)

Si verifica quando per effetto dell’abuso prolungato di droga o di sostanze alcoliche, si produce una alterazione psichica del soggetto tipica del vizio di mente.

Per la disciplina di tali ipotesi si applicano le norme degli artt. 88 e 89 c.p. (vizio totale o parziale di mente).

 

 

Conclusioni

Se l’incapacità di intendere di volere è totale, il soggetto va esente da pena, ma nel caso che essa dipenda da infermità può essere sottoposto alla misura di sicurezza del ricovero in manicomio giudiziario, se riconosciuto pericoloso. La pericolosità, onde applicare la misura di sicurezza, deve sussistere al momento del ricovero.

Se l’incapacità è parziale, il soggetto andrà condannato ad una pena minore rispetto a quella prevista dal codice per il reato commesso.

 

 

Le actiones liberae in causa

L’art. 87 c.p. prevede che «la disposizione della prima parte dell’art. 85 non si applica a chi si è messo .in stato di incapacità di intendere o di volere al fine di commettere un reato o di prepararsi una scusa».

È questa l’ipotesi che, tradizionalmente va sotto il nome di «actiones liberae in causa»: si tratta, cioè, delle azioni compiute in uno stato di incapacità che il soggetto si è procurato (ad esempio, mediante droghe o alcolici) allo scopo di commettere un reato che, in condizioni normali, non avrebbe avuto il coraggio di compiere, ovvero allo scopo di far attribuire il reato al suo stato d’incapacità.

 

La punibilità delle actiones liberae in causa, secondo ANTOLISEI, non costituisce un’eccezione alla regola (posta dall’art. 85 c.p.) secondo la quale l’agente è punibile solo se capace d’intendere e di volere al momento in cui ha commesso il fatto: colui che si ubriaca per commettere un delitto, infatti, già nel momento in cui si procura l’ebbrezza comincia ad eseguire il delitto stesso. La caratteristica delI’actio libera in causa consiste, quindi, nel fatto che il soggetto comincia l’esecuzione del reato in stato di imputabilità e la continua in stato di incapacità di intendere e di volere.

 

La dottrina prevalente ritiene che l’autore del reato commesso in stato di preordinata incapacità di intendere e di volere risponda a titolo di dolo e, precisamente, di dolo diretto; infatti, il dolo consiste nella coscienza e volontà tanto della condotta atta a determinare lo stato di incapacità, quanto della condotta esecutiva del reato alla cui realizzazione l’incapacità è preordinata.

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