La capacità a delinquere e la pericolosità
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27 Ago 2016
 
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Edizioni Simone
 


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La capacità a delinquere e la pericolosità

Diritto penale: la pericolosità criminale; la recidiva semplice, aggravata e reiterata; abitualità criminosa; professionalità nel reato; tendenza a delinquere.

 

Dispone l’art. 133 c.p. che, nella determinazione della pena da infliggere all’autore di un reato, il giudice deve tener conto, oltre che della gravità del reato commesso, della capacità a delinquere del reo. Essa consiste nella tendenza o inclinazione dell’individuo a commettere fatti in contrasto con la legge penale.

 

Mentre l’imputabilità costituisce il presupposto necessario della colpevolezza, per cui è penalmente responsabile (e perciò punibile) solo il soggetto che al momento del fatto era capace di intendere e di volere, la capacità a delinquere (capacità criminale), invece, serve a graduare la responsabilità e, quindi, la pena da applicare per il reato commesso.

L’imputabilità riguarda, pertanto, la sussistenza della responsabilità, la capacità a delinquere il quantum di essa e, quindi, della pena.

Tale capacità, che implica un vero e proprio giudizio prognostico sulla possibilità maggiore o minore che il soggetto compia nel futuro ulteriori reati, va desunta:

 

– dal reato commesso;

– dai moventi dell’azione criminosa compiuta;

– dai precedenti del reo e, in genere, dalla sua vita trascorsa;

– dal comportamento del reo contemporaneo e successivo al reato;

– dal carattere del reo;

– dalle sue condizioni familiari, sociali ed individuali di vita (cd. ambiente del reo).

 

In base all’art. 133bis, il giudice, nella determinazione della pena pecuniaria, deve tener conto, poi, oltre che dei canoni indicati dall’art. 133, anche delle condizioni economiche del reo.

 

 

La pericolosità criminale

Un grado particolarmente intenso di capacità a delinquere è la pericolosità criminale, cioè la notevole probabilità che il soggetto commetterà altri reati.

La pericolosità criminale influisce sulla misura della pena, preclude la concessione dei benefici della sospensione condizionale della pena e del perdono giudiziale, ed è il presupposto per l’applicazione di misure di sicurezza.

 

Il codice penale prevede quattro fanne specifiche di pericolosità criminale che delineano diverse figure di autori di reato: vediamole qui di seguito.

 

 

La recidiva (art. 99 c.p.)

È la condizione personale di chi, dopo essere stato condannato, con sentenza irrevocabile, per un delitto non colposo, ne commette un altro.

 

La recidiva (la cui disciplina è stata oggetto di riforma ad opera della L. 5-12-2005,

  1. 251, nota come «legge ex Cirielli»), si distingue in:

1) semplice: è recidivo semplice chi, dopo essere stato condannato per un delitto non colposo, ne commetta un altro. Questi può essere sottoposto ad un aumento di un terzo della pena da infliggere per il nuovo delitto non colposo (aumento che è obbligatorio ove si tratti di uno dei delitti indicati all’articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale);

 

2) aggravata: comprende la recidiva specifica, se il nuovo delitto non colposo sia della stessa indole, la recidiva infraquinquennale, se il nuovo delitto non colposo sia stato commesso nei cinque anni dalla condanna precedente, nonché la recidiva vera e finta,

configurabili, rispettivamente, nel caso in cui il nuovo delitto non colposo sia stato commesso durante o dopo l’esecuzione della pena, ovvero durante il tempo in cui il condannato si sottragga volontariamente ali’ esecuzione della pena. In tali ipotesi, la pena può essere aumentata fino alla metà di quella da infliggere per il nuovo delitto non colposo (aumento che è obbligatorio e non può essere inferiore ad un terzo ove si tratti di uno dei delitti indicati all’articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale). Qualora concorrano più circostanze fra quelle appena descritte (cd. recidiva pluriaggravata), l’aumento di pena è della metà;

 

3) reiterata: è recidivo reiterato chi, già da recidivo, commetta un altro delitto non colposo.

In tal caso l’aumento di pena è della metà di quella da infliggere per il nuovo delitto non colposo, se chi lo commette è un recidivo semplice, mentre è di due terzi ove chi lo commette è un recidivo aggravato.

Si riteneva in giurisprudenza che, anche dopo i correttivi della L. 251/2005, la recidiva reiterata fosse facoltativa, salvo che si trattasse di uno dei delitti previsti dall’articolo 407, comma secondo, lettera a), cod. proc. pen., rispetto ai quali, ai sensi del comma 5 dell’art.99, se ne prevede espressamente l’obbligatorietà (in tal senso, Cass. Sez. Un., 5-10-2010, n. 35738). Orbene, la Corte Costituzionale, dichiarando parzialmente illegittimo proprio il citato disposto (con sentenza 23 luglio 2015, n. 185) ha escluso l’obbligatorietà della recidiva anche nel caso in cui concerna i gravi reati indicati dal comma 5 dell’art. 99.

 

 

Abitualità criminosa (artt. 102 e 103)

È la condizione personale di chi, con la sua persistente attività criminosa, dimostra di aver acquisito una notevole attitudine a commettere reati L’abitualità criminosa può essere:

 

1) presunta (art. 102): se un delitto non colposo, della stessa indole, è commesso nei 10 anni da chi è stato condannato alla reclusione in misura superiore ai 5 anni per 3 delitti non colposi della stessa indole, commessi non contestualmente in 1 O anni;

 

2) ritenuta dal giudice (art. 103): se una condanna per delitto non colposo è riportata da chi abbia già subìta due condanne per delitti non colposi e il giudice, valutati gli elementi di cui all’art. 133, ritenga il reo dedito al delitto. In materia contravvenzionale l’abitualità non è mai presunta (art. 104 c.p.).

L’abitualità influisce sull’applicazione di misure di sicurezza, dell’amnistia e dell’indulto. Esclude la concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena.

 

 

Professionalità nel reato (art. 105)

Trattasi della condizione di chi riporti altra condanna ricorrendo già i presupposti per la dichiarazione di abitualità e, avuto riguardo ad ogni circostanza, si debba ritenere che egli viva dei proventi del reato.

 

 

Tendenza a delinquere (art. 108)

È la condizione di chi, avendo commesso un delitto doloso o preterintenzionale, lesivo della vita o dell’incolumità individuale, valutate le circostanze di cui all’art. 133 c.p., manifesti una particolare inclinazione al delitto.

Gli effetti delle dichiarazioni di professionalità e tendenza a delinquere sono disciplinati dall’art. 109 c.p.

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