La punibilità nel reato
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27 Ago 2016
 
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La punibilità nel reato

Le condizioni di punibilità, non punibilità per particolare tenuità del fatto; cause di estinzione della punibilità.

 

 

Cos’è la punibilità?

Secondo parte della dottrina (ANTOLISEI), la punibilità può definirsi come la possibilità in concreto di irrogare la sanzione prevista per la violazione del precetto penale.

 

Per il sorgere della punibilità occorrono tre elementi:

 

1) la commissione di un reato;

2) l’assenza di cause personali di esclusione della pena (immunità, non imputabilità);

3) la presenza di eventuali condizioni obiettive di punibilità.

 

 

Le condizioni obiettive di punibilità

L’art. 44 c.p. prevede che «quando, per la punibilità del reato, la legge richiede il verificarsi di una condizione, il colpevole risponde del reato, anche se l’evento, da cui dipende il verificarsi della condizione, non è da lui voluto».

 

Il codice, quindi, non definisce le condizioni obiettive di punibilità, ma si limita a fissarne due caratteri:

 

– devono consistere in un avvenimento del mondo esterno, che non deve necessariamente esser voluto dall’agente;

– devono essere estranee alla condotta illecita.

 

Secondo la migliore dottrina, le condizioni obiettive di punibilità costituiscono avvenimenti futuri ed incerti, estranei all’azione illecita, il cui verificarsi è necessario per la punibilità del reato, ma non per la sua esistenza (PAGLIARO, FIANDACAMUSCO).

 

Il fondamento della figura in esame, risiede in ragioni di opportunità che inducono il legislatore a subordinare la punibilità di alcuni reati al verificarsi di certe circostanze.

 

Ai sensi dell’art. 44 c.p., il fatto-condizione può in concreto essere oggetto della volontà del reo, ma l’esistenza di tale nesso psichico non costituisce requisito indispensabile ai fini della punibilità dello stesso (BRICOLA, FIANDACA-MUSCO).

 

La dottrina distingue tra condizioni intrinseche ed estrinseche: le prime approfondiscono una lesione già implicita nella commissione del fatto (ad esempio, art. 264 c.p.) e si pongono a metà strada tra gli elementi costitutivi e le condizioni estrinseche; queste nulla aggiungono alla lesione dell’interesse protetto dalla norma incriminatrice, ma si limitano a riflettere mere valutazioni di opportunità punitiva estranee alla sfera dell’offesa al bene protetto (FIANDACA-MUSCO).

 

Per individuare le condizioni obiettive di punibilità è necessario fare ricorso ad indici strutturali (collocazione dell’elemento all’interno della fattispecie astratta) e a criteri sostanziali (relativi alla determinazione dell’interesse tutelato dalla norma).

 

In applicazione del primo criterio, non rientrano tra le condizioni di punibilità gli eventi legati da un rapporto di causalità necessaria con l’azione tipica, ovvero da un rapporto psicologico con l’agente.

 

In base al secondo criterio, devono escludersi dalle condizioni di punibilità gli eventi nei quali si concreta l’offesa all’interesse protetto (ad esempio, il «pubblico scandalo» nel delitto di incesto, e il “pericolo per l’incolumità pubblica” di cui all’art. 423 c.p,: FIANDACA-MUSCO).

 

Sono condizioni obiettive di punibilità:

 

1) l’annullamento di matrimonio nell’induzione al matrimonio mediante inganno (art. 558 c.p.);

2) la sorpresa in flagranza prevista negli artt. 260, 707, 708 [1], 720, c.p.;

3) la presenza del reo nel tenitorio dello Stato nei casi previsti dagli artt. 9 e 10 c.p.

 

L’interesse pratico alla individuazione delle condizioni obiettive di punibilità è duplice: in primo luogo, mentre gli eventi che fanno parte del fatto in senso stretto devono essere oggetto del dolo o della colpa, gli eventi-condizioni obiettive vengono imputati a titolo di responsabilità oggettiva (art. 44 c.p.); in secondo luogo, l’art. 158, comma 2, c.p. fa decorrere il termine di prescrizione del reato dal momento in cui si verifica la condizione obiettiva di punibilità.

 

 

Trasformazione della punibilità

Il passaggio in giudicato della sentenza di condanna comporta una trasformazione della punibilità.

Prima della sentenza, infatti, la pena applicabile è quella che la legge stabilisce in astratto per il reato.

Dopo la sentenza, la pena che va applicata è quella che il giudice ha irrogato all’autore del reato.

 

Pertanto, si distingue tra:

punibilità in astratto, che sorge quando sussistono tutti gli elementi richiesti dalla legge per l’inflizione della pena (commissione del reato, assenza di cause personali di esenzione dalla pena, eventuali condizioni obiettive di punibilità);

punibilità in concreto, che sorge con il passaggio in giudicato della sentenza di condanna.

 

 

Non punibilità per particolare tenuità del fatto

Si segnala che, ai sensi del!’ art.131 bis del codice penale (introdotto dal D.Lgs.16 marzo 2015, n. 28, recante «Disposizioni in materia di non punibilità per particolare tenuità del fatto, a norma dell’art. 1, comma 1, lett. m, della legge 28 aprile 2014, n. 67») si prevede che nei reati per i quali sia prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità sia esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, primo comma, l’offesa sia di particolare tenuità e il comportamento risulti non abituale (ciò anche quando la particolare tenuità del danno o del pericolo costituiscano circostanza attenuante). La norma precisa, altresì, che l’offesa non può essere ritenuta di particolare tenuità, nel senso anzidetto, quando l’autore abbia agito per motivi abietti o futili, o con crudeltà, anche in danno di animali, o abbia adoperato sevizie o, ancora, abbia profittato delle condizioni di minorata difesa della vittima, anche in riferimento all’età della stessa ovvero quando la condotta abbia cagionato o da essa siano derivate, quali conseguenze non volute, la morte o le lesioni gravissime di una persona.

 

Agli effetti della previsione, infine, il comportamento è da ritenersi abituale nel caso in cui l’autore sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza ovvero abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate.

 

 

Cause di estinzione della punibilità

La punibilità può estinguersi in virtù di cause speciali previste dalla legge, che il codice distingue in:

 

a) cause di estinzione del reato: estinguono la punibilità in astratto, cioè l’applicabilità di una certa pena all’autore di una trasgressione, antecedentemente alla sentenza definitiva di condanna;

 

b) cause di estinzione della pena: estinguono la punibilità in concreto, cioè la pena da applicare nel caso concreto, per effetto di una sentenza definitiva di condanna.

 

Cause cli estinzione della punibilità sono:

 

morte del reo: per il principio della assoluta personalità della responsabilità penale e della pena, con la morte del reo si determina l’estinzione del reato (se prima della condanna) o della pena principale e accessoria nonché degli altri effetti penali della condanna (se dopo la condanna) (artt. 150 e 171 c.p.);

 

amnistia (art. 151 c.p.): atto di clemenza generale con cui lo Stato rinuncia all’applicazione della pena. È concessa con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna camera. È rinunziabile dall’imputato.

Essa può essere:

1) propria: opera per i reati per cui non sia ancora intervenuta la condanna, estingue il reato;

2) impropria: interviene dopo la sentenza irrevocabile di condanna, estingue le pene principali e quelle accessorie, ma non gli altri effetti penali della condanna;

 

indulto (art. 174 c.p.): atto di clemenza generale che opera non sul reato ma sulla pena principale che è condonata in tutto o in parte; non estingue le pene accessorie ed è concesso con la stessa procedura dell’amnistia.

A tale atto clemenziale si è, da ultimo, fatto ricorso con l’approvazione della L. 31-7-2006, n. 241, con l’intento di soddisfare l’esigenza (ormai conclamata) di porre un freno ai disagi connessi al sovraffollamento carcerario. In particolare, ai sensi dell’art. 1 della citata legge, è concesso indulto, per tutti i reati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006, nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10.000 euro per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive. Anche il provvedimento in esame (come già i precedenti) dispone l’esclusione oggettiva dal beneficio di un nutrito gruppo di fattispecie (trattasi di crimini di particolare allarme sociale come, a titolo esemplificativo, l’associazione sovversiva, quella terroristica, quella di stampo mafioso, la riduzione in schiavitù, talune figure criminose contro lo sfruttamento sessuale dei minori, nonché alcuni fra i più gravi delitti contro il patrimonio, come usura, riciclaggio e sequestro a fini estorsivi). Il beneficio dell’indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della legge 241, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni; ‘ ,

 

la grazia (art. 174 c.p.): atto di clemenza particolare (perché individuale) che presuppone una sentenza irrevocabile di condanna ed è rimesso (art. 87 Cost.) al potere discrezionale del Presidente della Repubblica; opera solo sulla pena principale, condonandola in tutto o in parte;

 

prescrizione: consiste nella rinuncia dello Stato a far valere la propria pretesa punitiva dopo il trascorrere di un certo periodo di tempo dal verificarsi del reato o dalla condanna.

Al riguardo distinguiamo:

 

1) prescrizione del reato: trascorso il tempo previsto dall’art. 157 dalla consumazione del reato senza che sia intervenuta sentenza irrevocabile di condanna, il reato è definitivamente estinto. Gli artt. 159 e 160 c.p. prevedono cause di sospensione e di interruzione della prescrizione [2];

 

2) prescrizione della pena: trascorso il tempo previsto dagli artt. 172 e 173 c.p. senza che la condanna, comminata con sentenza irrevocabile, sia stata eseguita, la pena principale è estinta;

 

oblazione: consiste nel pagamento, a domanda dell’interessato, di una somma di denaro (così da degradare il reato in illecito amministrativo) prima dell’apertura del dibattimento o del decreto di condanna.

Al riguardo distinguiamo:

 

1) oblazione nelle contravvenzioni punite con la sola ammenda (art. 162 c.p.).

È un diritto dell’imputato e consiste nel pagamento di una somma pari al terzo del massimo edittale;

 

2) oblazione nelle contravvenzioni punite con pena alternativa (detentiva o pecuni.aria art. 162bis c.p.). È facoltativa a discrezione del giudice e consiste nel pagamento di una somma pari alla metà dell’ammenda;

 

perdono giudiziale (art. 169 c.p. ): consiste nella rinuncia dello Stato a condannare un minore di anni diciotto, mai condannato per delitto, che abbia commesso un reato non grave (deve essere applicabile in concreto una pena detentiva non maggiore di anni 2 di reclusione o una pecuniaria non superiore a€ 1.549) per consentirne un più rapido recupero sociale.

 

Cause di estinzione del reato sono:

 

sospensione condizionale della pena (artt. 163 e ss. c.p.): consiste nel sospendere l’esecuzione della pena inflitta a condizione che entro un certo periodo di tempo (5 anni per i delitti, 2 per le contravvenzioni) il colpevole non commetta altri reati. Se ciò non si verifica egli sconterà la vecchia e la nuova pena.

Le condizioni cui è subordinata la concessione del beneficio e gli obblighi del condannato sono disciplinati dagli artt. 164, 165, 168 c.p. Il beneficio sospende l’esecuzione delle pene principali. Se la condizione si verifica si estingue il reato, ma restano fermi gli altri effetti penali della condanna;

 

libertà condizionale (artt. 176-177 c.p.): consiste nella concessione di un premio ad un condannato che durante il periodo della detenzione abbia dato prova di buona condotta.

Sospende l’esecuzione della pena inflitta ancora da scontare;

 

riabilitazione (artt. 178 e ss. c.p.): estingue le pene accessorie e gli altri effetti penali della condanna dopo che sia trascorso il periodo di almeno 3 anni (8 anni per i recidivi) dal giorno in cui la pena principale sia stata eseguita o si sia estinta, se il condannato ha dato prova effettiva di buona condotta e ha eseguito le obbligazioni civili nascenti dal reato;

 

non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale (art. 175): può essere concessa discrezionalmente dal giudice al condannato nel caso di prima con danna per reati non gravi (pena detentiva non superiore a due anni e, se pecuniaria,

non superiore a € 516);

 

messa alla prova (artt. 168bis e ss. c.p.): relativa ai procedimenti per specifici reati (trattasi, fra l’altro, di quelli puniti con la sola pena pecuniaria o con pena detentiva non superiore a quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pecuniaria nei quali l’imputato può chiedere ed ottenere (non più di una volta) la sospensione del processo con messa alla prova, comportante condotte volte all’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato, il risarcimento del danno (ove possibile), l’affidamento al servizio sociale, nonché la prestazione di lavoro di pubblica utilità. L’esito positivo della prova estingue il reato per cui si procede; in caso contrario (es. rifiuto del lavoro di pubblica utilità, commissione di un delitto non colposo o di un reato della stessa indole) la sospensione del procedimento revocata.

 

Trattasi di istituto introdotto dalla L. 28 aprile 2014, n. 67 il cui corpus dispositivo principale una delega al Governo diretta alla riforma delle pene detentive non carcerarie (incardinata su un nuovo novero di pene principali: l’ergastolo, la reclusione, la reclusione domiciliare e l’arresto domiciliare, Ia multa e l’ammenda) e, più in generale, del sistema sanzionatorio (il Governo si impegna, in proposito, a un’ampia depenalizzazione comprendente, fra l’altro, tutti i reati di fonte legislativa per i quali è prevista la sola pena della multa o dell’ammenda, salvo talune tipologie di speciale rilievo, e numerose fattispecie codicistiche).

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[1] La Corte Cost. con sentenza 1-11-1996, n. 370, ha dichiarato tale articolo costituzionalmente illegittimo.

[2] Si segnala che, con la L. 5-12-2005, n. 251, comunemente nota come legge «ex Cirielli», si è operata una sostanziale riscrittura dei criteri di calcolo della prescrizione del reato. Se, infatti, in virtù di quanto disposto dal previgente art. 157 c.p., a ciascun termine di prescrizione era associato uno scaglione nel quale la sanzione di riferimento era determinata in modo generico (es. un tot termine per i delitti punibili con la reclusione non inferiore a dieci anni, un altro per quelli punibili con la reclusione inferiore a 5 anni, ecc.), la qual cosa comportava che venissero accomunate dal medesimo termine-base di prescrizione fattispecie radicalmente diverse sotto il profilo del disvalore penale (es. nello scaglione dei delitti prescrivibili in dieci anni rientravano tutti quelli aventi una sanzione massima compresa fra cinque ed oltre nove anni di reclusione), con il nuovo sistema, ciascuna fattispecie di reato ha un proprio termine di prescrizione coincidente con la sanzione edittale massima prevista dalla legge, pur se, onde evitare che le fattispecie meno gravi fossero associate a termini di prescrizione troppo bassi, si è determinato un minimo temporale, pari a sei anni in caso di delitto e quattro anni in caso di contravvenzione, anche se trattasi di reati puniti con la sola pena pecuniaria. Fra gli ulteriori elementi di novità disciplinare, vanno evidenziati l’esclusione, dal calcolo della prescrizione, delle circostanze del reato (salvo talune eccezioni) e del relativo giudizio di bilanciamento (la qual cosa sottrae alla discrezionalità del giudice la determinazione concreta del tempo necessario a prescrivere), e l’influenza, sulla durata della prescrizione, di talune “qualifiche soggettive”, quali quelle di recidivo, delinquente abituale e professionale. Trovano, infine, conferma l’imprescrittibilità dei reati puniti con l’ergastolo (anche per effetto dell’applicazione di aggravanti) e la rinunciabilità della prescrizione da parte dell’imputato (già sancita, indirettamente, dalla Corte costituzionale, attraverso una sua risalente sentenza).

 


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