Riconoscere un figlio e poi cambiare idea è illecito
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29 Ago 2016
 
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Redazione
 


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Riconoscere un figlio e poi cambiare idea è illecito

Il padre che riconosce falsamente il figlio e poi si pente gli deve risarcire i danni.

 

Il padre che, in un primo momento, riconosce come proprio il figlio di una donna e poi, a distanza di anni, lo disconosce è tenuto a risarcirgli il danno. È quanto chiarito dal Tribunale di Milano con una recente sentenza [1].

 

 

Falso riconoscimento del figlio: contestazione entro 1 anno

Il codice civile [2] consente al padre che abbia riconosciuto il figlio di impugnare successivamente tale sua dichiarazione per difetto di veridicità. Lo può fare anche se il riconoscimento è avvenuto in malafede, ossia per scopi personali, pur consapevole della falsità dell’atto. Tuttavia, la legge impone un termine molto breve per contestare il riconoscimento: un anno che decorre dal giorno dell’annotazione del riconoscimento sull’atto di nascita.

Se invece il riconoscimento è avvenuto in buona fede e, quindi, il presunto padre prova di aver ignorato la propria impotenza al tempo del concepimento, il termine (sempre di un anno) decorre dal giorno in cui ne ha avuto conoscenza (quindi egli ha a disposizione molto più tempo). Sempre nello stesso termine, la madre che abbia effettuato il riconoscimento è ammessa a provare di aver ignorato l’impotenza del presunto padre. L’azione non può comunque essere proposta oltre cinque anni dall’annotazione del riconoscimento.

L’azione di impugnazione da parte degli altri legittimati deve essere proposta nel termine di cinque anni che decorrono dal giorno dall’annotazione del riconoscimento sull’atto di nascita.

 

 

Il disconoscimento in malafede consente di chiedere il risarcimento

Secondo il Tribunale di Milano, (nel vigore del vecchio testo della norma del codice civile [2]), chi riconosce falsamente ed in modo consapevole come proprio il figlio di una donna, e lo fa per proprio interesse personale (pur potendolo fare, come appena detto, visto che l’azione gli è riconosciuta entro 1 anno), deve pagare i danni al ragazzo in quanto lede il diritto di quest’ultimo alla identità personale e sociale. Si ha quello che comunemente viene chiamato “danno endofamiliare”. Tale danno è qualificato come danno non patrimoniale connesso alla lesione della propria identità, alla necessità di reinserirsi nel contesto sociale con un nuovo cognome, alla sofferenza legata alla repentina scoperta di una nuova realtà circa le proprie origini, alla perdita di legami familiari consolidati, senza possibilità di crearne di nuovi.

 

La condotta del padre che proponga azione «determina quindi un danno ingiusto, risarcibile secondo i consolidati principi in tema di responsabilità aquiliana, in quanto lede degli interessi meritevoli di primaria tutela e di valore preminente rispetto all’interesse alla riaffermazione del principio di verità biologica».


La sentenza

Trib. Milano, sez. IX civ., sentenza 27 aprile 2016 (Pres. Canali, est. Stella)

SENTENZA

Con atto di citazione ritualmente notificato alle convenute, …. conveniva innanzi al Tribunale di Milano … e …, chiedendo al Tribunale: di accertare e dichiarare che . .., già …, non è figlia di .., accertando la non veridicità del riconoscimento avvenuto in data …1997, e per l’effetto di ordinare all’Ufficiale dello stato civile competente di eseguire le necessarie annotazioni a margine dell’atto di nascita.

L’attore esponeva: di aver conosciuto nel .. 1995 …, la quale aveva già una figlia, .., nata il …1993; che in data ….1996 il … e la … si sposavano e che quindi, su pressante richiesta della moglie, l’attore riconosceva in data …1997 la figlia … che assumeva il cognome …; che con verbale del …2005, omologato dal Tribunale di Milano, i coniugi ..-.. si separavano consensualmente e che dalla data della separazione i rapporti tra l’attore e la figlia … si caratterizzavano da un crescente imbarazzo, sino a divenire solo formali e a cessare del tutto nella primavera del 2008; che con sentenza n. …/2011 la Corte di Appello di Brescia delibava, agli effetti civili, la sentenza ecclesiastica …2009 di nullità del

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[1] Trib. Milano, sent. del 27.04.2016.

[2] Art. 263 cod. civ.

 


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