Diffamazione dire “sono animali” dei vicini di casa
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29 Ago 2016
 
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Diffamazione dire “sono animali” dei vicini di casa

La differenza tra ingiuria (illecito civile) e diffamazione (reato): accostare un uomo (o una donna) a un animale è offensivo perché il termine è inteso in senso dispregiativo.

 

“Non sono persone, ma animali”: la definizione rivolta ai vicini di casa costa il procedimento penale per diffamazione. A dirlo è la Cassazione con una recentissima sentenza [1].

 

Si lamenteranno le associazioni animaliste per via dell’accostamento uomo-bestia, laddove la seconda categoria viene classificata, dai giudici, come dispregiativa rispetto alla prima. Ma è chiara l’interpretazione della Cassazione: in questo caso, il concetto di animale viene usato in termini dispregiativi, con riferimento a persone prive di civiltà e non evolute. Così, se è vero che dire “sono animali” nei confronti di un soggetto assente può integrare il reato di diffamazione, potrebbe anche essere che dire “sei un animale” in presenza del soggetto a cui l’epiteto si riferisce faccia scattare il diverso illecito (civile) di ingiuria.

 

La differenza tra ingiuria e diffamazione è proprio questa: la prima si compie in presenza della vittima, la seconda invece in sua assenza. Ma se la diffamazione resta un reato e fa quindi scattare il procedimento penale a carico del colpevole, l’ingiuria è stata depenalizzata e viene oggi sanzionata solo se la parte offesa agisce in una causa civile per ottenere il risarcimento del danno (all’esito del cui procedimento il giudice commina anche una multa).

 

 

Assimilare una persona a un animale è un’offesa

Che si tratti di ingiuria o di diffamazione, assimilare una persona a un animale è considerato dalla Cassazione offensivo. In ambito poi condominiale, dove poi i rapporti tra vicini di casa dovrebbero essere improntati alla collaborazione in un clima di serenità, il comportamento viene considerato ancora più grave.

Secondo i magistrati del “Palazzaccio” il termine ‘animali’ è «offensivo dell’onore e del decoro». Con esso, difatti, si attribuisce «mancanza di senso civico e di educazione», e tale caratteristica, sottolineano i giudici, è evidentemente «lesiva della reputazione» di una persona. Anche perché costituisce un danno «la divulgazione di qualità negative idonee a intaccare l’opinione» della persona all’interno della comunità.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 29 febbraio – 26 agosto 2016, n. 35540
Presidente Fumo – Relatore Pezzullo

Ritenuto in fatto

1.Con sentenza in data 2.2.2015 il Tribunale di Messina confermava la sentenza dei locale Giudice di Pace con la quale L. C. era stata condannata alla pena di euro 400,00 di multa, oltre al risarcimento danni in favore della parte civile, per il reato di cui all’art. 595 c.p., perché in presenza di più persone, nel corso dell’udienza pubblica tenutasi dinanzi al Giudice di Pace di Messina, nel rendere spontanee dichiarazioni ex art. 494 c.p.p., nella qualità di imputata, offendeva la reputazione di N.A. e M. N. (quest’ultimo coimputato nello stesso procedimento) affermando: questi “non sono persone, ma animali”.
2. Avverso tale sentenza l’imputata, a mezzo dei suo difensore, ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi di ricorso, con i quali lamenta:
-con il primo motivo, la violazione, l’inosservanza e l’erronea applicazione degli artt. 42 e 595 C.P.; in particolare, la condotta ascritta alla ricorrente non integra l’ipotesi delittuosa di cui all’art. 595 c.p., per mancanza, sia dell’elemento soggettivo del reato, che di quello oggettivo, non avendo l’imputata inteso

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[1] Cass. sent. n. 35540/16 del 26.08.2016.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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