Licenziamento in ritardo, illegittimo ma niente reintegra
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24 Set 2016
 
L'autore
Noemi Secci
 


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Licenziamento in ritardo, illegittimo ma niente reintegra

Il licenziamento non comunicato tempestivamente al lavoratore non è legittimo, ma non dà diritto alla reintegra nel posto di lavoro.

 

È illegittimo il licenziamento comunicato con forte ritardo, rispetto al verificarsi della condotta sanzionabile del lavoratore: tuttavia, trattandosi di una violazione formale, il dipendente non ha il diritto di essere reintegrato nel posto di lavoro, ma soltanto il diritto al risarcimento del danno. È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con una recente sentenza [1], che chiarisce i caratteri fondamentali della tempestività del licenziamento disciplinare.

 

 

Licenziamento disciplinare: entro quando va comunicato?

Il licenziamento disciplinare è la sanzione più grave che può essere comminata al dipendente e deve essere adottata al termine della procedura prevista dalla legge [2] a tutela dei lavoratori.

La mancanza di tempestività nel licenziamento potrebbe essere giustificata da una particolare complessità della situazione, tale da allungare notevolmente la procedura, o dalla mancata conoscenza della violazione disciplinare da parte del datore di lavoro: tuttavia, nei casi in cui la verifica dell’illecito disciplinare risulta relativamente semplice, non può essere giustificata la dilatazione dei tempi del procedimento.

Questo, anche se la legge non prevede un termine finale specifico per irrogare la sanzione (il termine può essere comunque previsto dal contratto collettivo applicato).

 

 

Licenziamento disciplinare: la procedura di irrogazione delle sanzioni

La procedura di irrogazione delle sanzioni è perfezionata quando sono correttamente svolte le seguenti fasi:

 

contestazione dell’illecito disciplinare: la violazione del lavoratore deve essere contestata in maniera specifica, immediata ed immutabile(il fatto contestato non può essere cambiato), per iscritto; la contestazione ha efficacia solo se ricevuta, ma non deve essere necessariamente inviata per raccomandata, in quanto è sufficiente anche la consegna diretta da parte di un incaricato;

 

termine per la difesa: una volta ricevuta la contestazione, il lavoratore ha a disposizione per presentare la sua difesa, scritta o in forma orale, almeno 5 giorni di tempo; il datore non può, dunque, irrogare immediatamente la sanzione, ma deve sentire il dipendente ed effettuare eventuali ulteriori approfondimenti per valutarne il comportamento;

 

irrogazione della sanzione: dopo aver sentito il lavoratore, o in caso di mancata difesa, il datore può comminare la sanzione; come già esposto, non vi sono termini finali entro cui deve essere adottato il provvedimento , ma si ritiene comunque generalmente valido il termine di 2 anni, che è il termine di decadenza a disposizione del lavoratore per impugnare la sanzione, salvo diversa disposizione dei contratti collettivi;

 

– se la sanzione è conservativa, il lavoratore può impugnarla davanti a un collegio di conciliazione o di arbitrato, oppure davanti al giudice (il termine di prescrizione è di 10 anni);

 

– se la sanzione consiste nel licenziamento, il dipendente può impugnarlo nelle modalità e nei termini previsti per l’impugnazione del licenziamento individuale.

 

 

Licenziamento ingiustificato

Se il licenziamento è comunicato dopo un lungo lasso di tempo e l’adozione della sanzione in ritardo non è giustificabile, come già detto la cessazione del rapporto è considerata illegittima.

Tuttavia, questa ipotesi di illegittimità del licenziamento non dà diritto alla reintegra nel posto di lavoro, se la violazione contestata al dipendente sussiste: la tutela reale del lavoratore, infatti, anche quando è attenuata, è applicata se il licenziamento è illegittimo per insussistenza della causa giustificativa della cessazione del rapporto.

Quando, invece, il fatto che sta alla base del licenziamento, ossia la violazione del dipendente, esiste, ad essere giudicata illegittima è la tardività della sanzione: tuttavia, anche se la cessazione del rapporto non tempestiva è illegittima, la manifestazione di volontà effettuata in ritardo non può essere considerata come implicita rinuncia al licenziamento.

In questa ipotesi, dunque, il lavoratore non può essere reintegrato nel posto di lavoro, poiché la volontà di cessare il rapporto esiste sempre: il dipendente ha il solo diritto al risarcimento del danno, cioè alla cosiddetta tutela obbligatoria.

Le mensilità che devono essere risarcite al dipendente variano a seconda della disciplina applicata (Fornero o Jobs Act) e della dimensione dell’azienda (con almeno 15 dipendenti o meno).


[1] Cass. sent. n. 17371/2016.

 


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