Lo scontrino non prova il pagamento del prezzo
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1 Set 2016
 
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Lo scontrino non prova il pagamento del prezzo

Prova di pagamento, scontrini e ricevute fiscali: come fa l’acquirente a dimostrare di aver pagato il prezzo del prodotto acquistato?

 

Come dimostrare di aver pagato il prezzo della merce? Si dice comunemente che la prova del pagamento è, per antonomasia, lo scontrino fiscale: lo scontrino, infatti, sebbene rivolto a regolarizzare la posizione con un soggetto diverso (il fisco, ossia l’Agenzia delle Entrate) è pur sempre un documento rilasciato dallo stesso venditore il quale, così facendo, non farebbe che ammettere di aver ricevuto i soldi. Diversamente, chi mai emetterebbe un documento fiscale senza una ragione, pagando le tasse su un reddito mai incassato? Invece non è così. Almeno secondo una recente sentenza del tribunale di Ivrea [1].

 

Il punto di partenza, per comprendere la questione deve necessariamente partire da una contestazione tra venditore e acquirente: il primo, cioè, sostiene di aver emesso e consegnato lo scontrino prima ancora di ricevere i soldi; il secondo, invece, di aver consegnato la somma proprio al momento del rilascio dello scontrino.

 

Secondo il giudice piemontese, lo scontrino è solo una presunzione di pagamento: serve cioè, a far ritenere verosimile che la merce sia stata acquistata e pagata dal cliente al momento della consegna del documento fiscale. Tuttavia, dal punto di vista giuridico della prova, esso non ha il tipico valore di una confessione che, invece, potrebbe avere una quietanza, in quanto documento che attesta esplicitamente l’estinzione del debito.

 

Proprio questo implica che, da solo, lo scontrino potrebbe non bastare a dimostrare la consegna dei soldi (in presenza di una contestazione del venditore) e che, per dimostrare il pagamento del prezzo, c’è bisogno di qualcosa in più.

 

Questo “qualcosa in più” per provare il pagamento del prezzo potrebbe essere, nel caso di rilevanti importi di denaro, la movimentazione bancaria, la presenza di un bonifico, di un pagamento tracciabile con carta di credito o l’emissione di un assegno.

Quindi, sul piano probatorio, non assume il significato confessorio tipico della quietanza e, per provare l’avvenuto pagamento, deve essere corroborato da altri elementi gravi, precisi e concordanti. Nel caso di specie, una compravendita di mobili e arredi per 30mila euro, il giudice ha ritenuto improbabile l’avvenuto pagamento, dato anche il limite alla circolazione dei contanti posto dalla normativa antiriciclaggio.


La sentenza

Tribunale di Ivrea – civile – Sentenza 13 maggio 2016 n. 395

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE DI IVREA
Il Tribunale, nella persona del giudice unico Dott. Stefania Frojo ha pronunciato la seguente SENTENZA
nella causa civile di I Grado iscritta al n. 3409/2014 promossa da:

Cr.Ca., (…), nata (…), residente a Pecco (TO) via (…), con il patrocinio dell’avv. An.De. con elezione di domicilio presso il suo studio a Rivarolo Canavese (TO) in via (…), come da procura a margine di atto di citazione;

ATTRICE

contro

Mu.Fr. S.n.c., in persona del legale rappresentante p.t. con sede a Point Sant Marin (AO), via (…), con il patrocinio dell’avv. Pi.Ca., con elezione di domicilio presso il suo studio ad Aosta alla via (…), come da procura rilasciata in data 02/10/2014;

CONVENUTO
OGGETTO: ADEMPIMENTO CONTRATTUALE. RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

IL rapporto tra le parti trae origine da un contratto di compravendita, sottoscritto in data 14/06/2012, avente ad oggetto mobilio e arredi per un importo complessivamente pari ad Euro 31425,00 (doc. 1 attore).

Tali beni sono stati consegnati a parte attrice nella prima settimana del settembre 2012 e sono stati poi sottoposti a

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[1] Trib. Ivrea, sent. n. 395/2016.

 


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