Stalking: reato anche se la vittima non cambia abitudini di vita
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1 Set 2016
 
L'autore
Maria Monteleone
 


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Stalking: reato anche se la vittima non cambia abitudini di vita

Stalking: lo stato di ansia e timore provocato alla vittima è sufficiente per far condannare lo stalker.

 

Il delitto di atti persecutori, meglio conosciuto come stalking, sussiste se la persona offesa, pur non avendo cambiato abitudini di vita, ha vissuto, a causa della condotta dello stalker, uno stato di ansia e timore per la propria incolumità.

 

Lo stalking è un reato a fattispecie alternative, ciascuna delle quali è idonea a realizzarlo. La norma incriminatrice [1] punisce infatti chi, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura o da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva o da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

 

Le fattispecie descritte sono dunque:

 

a) cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura nella vittima;

 

b) ingenerare nella vittima un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona ad essa legata da relazione affettiva;

 

c) costringere la vittima ad alterare le proprie abitudini di vita.

 

La Cassazione [2] ha avuto modo di precisare più volte che si tratta di eventi alternativi che possono sussistere contemporaneamente o disgiuntamente purché siano comunque riconducibili agli atti persecutori reiterati dello stalker. Non è dunque necessario che la vittima abbia alterato le abitudini di vita (per esempio smettendo di frequentare alcuni luoghi, cambiando compagnia o lavoro). È sufficiente lo stato di ansia e timore per la propria incolumità o quella dei cari.

 

La persona offesa deve però dimostrare il turbamento psicologico provocatole e il nesso causale con la condotta dello stalker. La prova dell’evento deve essere ancorata ad elementi sintomatici dello stato di ansia e timore, ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata.

 


[1] Art. 612-bis cod. pen.

[2] Da ultimo Cass. sent. n. 35778 del 30.8.16.

 


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