Motori di ricerca: come togliere i link a siti illeciti
Lo sai che?
11 giu 2012
 
L'autore
 

Formato all'università L.U.I.S.S. di Roma, attualmente esercita la professione di avvocato a Cosenza. Già collaboratore presso l'Università della Calabr [...]

 

Motori di ricerca: come togliere i link a siti illeciti

L’Internet Service Provider non è responsabile delle condotte illecite degli utenti a meno che…

 

Non si può chiedere a un motore di ricerca di eliminare, dal proprio database, il link a siti sospettati di attività illecite (per es. lesioni del copyright, della reputazione, o altro); né, a rafforzare la legittimità della propria richiesta, si può addurre come prove dell’altrui comportamento illecito le sole diffide inviate al sito “colpevole”. Il motore di ricerca, infatti, è un Internet Service Provider, un fornitore di servizi di caching e, come tale – impone la direttiva europea sul commercio elettronico [1]non è responsabile delle condotte antigiuridiche poste dagli utenti sulla rete.

 

Il principio, meglio noto come “net neutrality” o “principio di neutralità dell’intermediario” ed attuato dall’Italia nel 2003 [2], trova da noi due deroghe. In particolare, l’I.S.P. (Internet Service Provider) ritorna responsabile:

 

a) qualora utilizzi strumenti che gli consentano di conoscere e controllare i dati indicizzati. Il che, alla fine, è quasi un controsenso della nostra legislazione. Sarebbe infatti come affermare la responsabilità solo di chi si “attivi” per evitare gli altrui crimini. Tanto vale, quindi, non fare nulla, non predisporre strumenti di “controllo” per evitare responsabilità. Su questo punto sarebbe auspicabile che il Parlamento ritorni con un correttivo.

 

b) qualora, venuto a conoscenza della natura illecita di dati presenti sul proprio motore di ricerca, non si sia attivato prontamente per rimuoverli.

 

Con riferimento a questa seconda ipotesi, una recente e innovativa ordinanza del tribunale di Firenze [3] ha finalmente chiarito cosa si debba intendere per “venire a conoscenza”. Non si può – come dicevo in apertura – considerare sufficiente la semplice prova, addotta dal richiedente al motore di ricerca, circa l’altrui comportamento illecito: una lettera di diffida, una documentazione di parte o qualsiasi altro elemento fornito dal privato non può giustificare l’obbligo per il motore di ricerca di attivarsi per eliminare il contenuto asseritamente illecito. È invece necessario che un “organo competente abbia dichiarato che i dati sono illeciti, oppure abbia ordinato la rimozione o la disabilitazione dell’accesso agli stessi, ovvero che sia stata dichiarata l’esistenza di un danno”.

 

In altre parole – dice giustamente il Tribunale fiorentino – è necessario un provvedimento di un giudice o di un’altra pubblica autorità per obbligare l’ISP a rimuovere un link. Senza di ciò, il motore di ricerca non può entrare nel merito della pretesa avanzata nei suoi confronti da chiunque si senta leso nei propri diritti. Google o qualsiasi altro suo collega non può giudicare, in autonomia, se vi sia stata o meno una lesione di diritti altrui. L’ISP non è un tribunale, né un censore, né un’autorità pubblica.

 

Il soggetto leso, dunque, in questi casi non avrà che da agire nei confronti del sito che materialmente ha posto in essere la condotta incriminata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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[1] Direttiva n. 2000/31/CE, art. 15.

[2] D.Lgs. n. 70/2003, art. 14 ss.

[3] Trib. Firente, ordinanza del 25.05.2012.

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Commenti
12 giu 2012 N. Imbrogno

A mio parere, non è che questa legge sulla neutralità dei motori di ricerca nei confronti di contenuti web illeciti mi piaccia molto. Certo, l’azienda che dirige un motore di ricerca non può certo preoccuparsi della giustizia, dato che questo è il compito di un’autorità competente. Ma quello che chiedo io è semplicemente una collaborazione con tali autorità competenti.