Tfr, va restituito se il dipendente viene reintegrato?
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1 Set 2016
 
L'autore
Noemi Secci
 


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Tfr, va restituito se il dipendente viene reintegrato?

Trattamento di fine rapporto e reintegra del dipendente in seguito a licenziamento illegittimo: il lavoratore deve restituire la liquidazione?

 

Non sono rari i casi in cui il licenziamento intimato dall’azienda risulti illegittimo. Il fatto che la cessazione del rapporto sia dichiarata illegittima può comportare diverse conseguenze, a seconda della tipologia d’illegittimità, delle dimensioni dell’azienda e della soggezione alla disciplina Fornero o al Jobs Act: dalla reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro, oltre al risarcimento del danno, al pagamento di un’indennità omnicomprensiva.

Come comportarsi, però, in merito al Tfr che nel frattempo è già stato erogato?

 

 

Tfr: può essere negato se il licenziamento è impugnato?

Innanzitutto, va chiarito che la liquidazione non può essere negata se il licenziamento viene contestato dal dipendente.

Infatti, pagare il Tfr al termine del rapporto è un preciso obbligo di legge, in base al Codice Civile [1], che statuisce: “In ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, il prestatore di lavoro ha diritto ad un trattamento di fine rapporto (…)”.

Osservando quanto disposto, appare chiaro che l’articolo specifichi che il Tfr debba essere pagato sempre, quale che sia la motivazione della cessazione del rapporto di lavoro e qualunque sia la successiva situazione, compreso il caso in cui il licenziamento sia stato impugnato dal lavoratore.

 

 

Tfr: che cosa succede se il lavoratore viene reintegrato

Il fatto che il licenziamento sia stato impugnato, però, costituisce un problema, in seguito alla percezione del Tfr, se il lavoratore viene reintegrato nel posto di lavoro.

Dato che non sussiste più alcuna cessazione del rapporto, in caso di reintegra, il dipendente, una volta ripreso il servizio, deve restituire il Tfr eventualmente percepito.

Tuttavia, è necessario fare una distinzione, basata sulla tipologia del provvedimento di reintegrazione: se il provvedimento giudiziario, difatti, è una sentenza, non vi è dubbio in merito al fatto che il dipendente sia tenuto a restituire il Tfr percepito. Se, invece, non si tratta di una sentenza, ma di un provvedimento cautelare d’urgenza (si tratta del provvedimento che conclude la fase d’urgenza del giudizio prima del vero e proprio giudizio di primo grado a cognizione piena), il lavoratore può trattenere il Tfr non corrisposto, perché solo la sentenza ha il potere di ricostituire il rapporto lavorativo: è quanto stabilito da una nota sentenza [2].

Inoltre, una volta reintegrato il lavoratore, pur avendo il datore di lavoro pieno diritto alla restituzione del Tfr, si pongono delle serie problematiche nelle modalità di restituzione, se nulla è stabilito, a tal proposito, dal giudice. Secondo la Corte di Cassazione [3], il datore di lavoro non può, unilateralmente e senza il consenso del dipendente, recuperare somme  trattenendole dalla retribuzione, se dovute ma non accertate. Al contrario, se il lavoratore contesta l’esistenza del credito da Tfr, il datore di lavoro è costretto a promuovere un giudizio per accertarne l’esistenza, in quanto non possiede, in merito, un potere di autotutela.

Peraltro, anche nel caso in cui il credito da Tfr sia accertato in un giudizio, il codice di procedura civile [4] dispone che le retribuzioni e le altre indennità collegate al rapporto di lavoro  non possono essere pignorate in misura superiore ad un quinto: conseguentemente, nonostante l’accertamento del credito, il datore di lavoro non potrebbe trattenere più di un quinto della retribuzione.

 


[1]Art. 2120 cod. civ.

[2] Pret. Frosinone, sent. del 04.02.1994.

[3] Cass. sent n. 9388 del 07.09.1993.

[4] Art. 545 cpc.

 


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