Contributi Inps non pagati: che succede?
Lo sai che?
27 Set 2016
 
L'autore
Maura Corrado
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Contributi Inps non pagati: che succede?

Una delle scoperte più tristi che il lavoratore può fare è il mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro: ecco che cosa fare per salvare il diritto alla pensione.

 

Complice la crisi economica e la sempre crescente difficoltà di molte imprese, aumenta costantemente il numero dei datori di lavoro che decidono di non versare i contributi Inps ai propri dipendenti: secondo recenti indagini, i contributi annuali non versati all’Inps, da parte di datori di lavoro e degli iscritti, sono cresciuti del 21,4%. I lavoratori più a rischio sono quelli dell’industria, dove si toccano addirittura i 3 miliardi di euro di contributi non versati. Va un po’ meglio per commercio, servizi e artigianato, dove l’aumento è stato solo (si fa per dire) del 10%.

Il dato più allarmante è che non ci sono differenze tra Nord e Sud Italia, quasi non si tenesse minimamente in conto che il mancato versamento dei contributi integra un reato punito dalla legge penale con la reclusione fino a tre anni e con sanzioni civili, penali e amministrative, in base alla gravità della violazione commessa.

 

Eppure, tenere sotto controllo la propria situazione contributiva non è difficile. Vediamo, allora, come fare per salvare il diritto alla pensione.

 

 

Contributi Inps: cosa sono?

Il sistema previdenziale prevede che, a fronte dello svolgimento di un’attività lavorativa, devono essere versati dei contributi previdenziali obbligatori. Si tratta di somme di denaro a cui il lavoratore potrà attingere nel corso della vita per far fronte a determinate situazioni, come:

  • cessazione del rapporto di lavoro;
  • diminuzione della capacità lavorativa;
  • necessità di sostegno del reddito familiare;
  • liquidazione della pensione.

 

L’Ente che gestisce i trattamenti previdenziali in Italia è l’Inps.

 

 

Contributi Inps: chi li versa e come si calcolano?

Per calcolare i contributi da versare mensilmente, l’Inps mette a disposizione dei datori di lavoro un software di simulazione facile da utilizzare e che, attraverso una procedura guidata, permette di effettuare il calcolo in modo semplice e veloce.

 

Per non incorrere in inadempienze contributive, i contributi obbligatori devono essere versati dal datore entro dei termini e secondo le modalità di calcolo previste per legge: si tenga, comunque, conto che una quota è a carico del datore di lavoro, una quota a carico del dipendente. Per verificare che il tutto avvenga correttamente, l’Inps e organismi ispettivi del Ministero del Lavoro esercitano un’apposita attività di vigilanza.

 

 

Contributi Inps: come verificare che sia tutto a posto?

Cosa fare se si hanno dei dubbi sulla regolarità della propria situazione contributiva? Per prima cosa, occorre verificare la propria situazione previdenziale, presentandosi direttamente nella sede Inps più vicina. In alternativa, ci si può collegare al sito internet www.inps.it e accedere alla propria area personale, inserendo il codice pin e scaricando l’estratto conto, il documento che fornisce tutti i dati utili da sapere. Resta inteso che ci si può anche rivolgere a un patronato, compilando il modulo di richiesta Eco Cert, codice AP106, indicando i periodi mancanti o le anomalie.

 

A questo punto, nel caso in cui i conti non tornino, bisogna capire se i mancati versamenti si riferiscono a contributi che dovevano essere versati più o meno di 5 anni fa. A seconda del periodo, infatti, cambiano la procedura da seguire e le conseguenze del mancato pagamento:

  • se sono passati meno di 5 anni, sarà più facile gestire la situazione: basta che il lavoratore informi immediatamente l’Inps che, insieme all’Agenzia delle Entrate, provvederà a effettuare la verifica dei versamenti ad opera del datore di lavoro. Accertato l’ammanco, l’Inps emette una diffida di mancato versamento contributi chiamata notifica di accertamento di reato, che va spedita al titolare o legale rappresentante dell’azienda. Essa contiene l’avviso bonario in cui è indicata la somma che il datore di lavoro deve pagare per regolarizzare la sua posizione di inadempienza e il termini massimo a disposizione per tale pagamento che è di 3 mesi dalla data di notifica. Tale regolarizzazione è possibile anche tramite rateizzazione, prima che l’omissione venga iscritta a ruolo (venga, cioè, formalizzata) con la conseguente emissione della relativa cartella esattoriale. In questo caso, scatta anche la segnalazione all’Autorità Giudiziaria e la commutazione del reato in evasione contributiva punibile con la sanzione penale della reclusione fino a tre anni e con una multa fino a 1.032,00 euro;
  • se i contributi non versati risalgono a più di 5 anni prima, allora diventa tutto più complicato: ciò in quanto sono caduti in prescrizione [1]. Tradotto significa che l’Inps non può iniziare l’azione di recupero verso l’azienda e che nemmeno il datore di lavoro potrebbe, se lo volesse, sanare “ora, per allora” lo scoperto (provvedendo ai versamenti non effettuati quando avrebbe dovuto), perché è ormai un contributo prescritto. Facile intuire che le conseguenze sono molto pesanti: innanzitutto, il traguardo della pensione si allontana ancora di più e anni e anni di lavoro si “volatilizzano”. Inoltre, l’importo della rendita sarà, inevitabilmente, più basso di quello che ci si aspettava.

 

 

Contributi Inps: che fare se il datore non versa?

Se il lavoratore si accorge fin da subito del mancato versamento, può scegliere tra due strade: l’azione giudiziaria o la domanda di riscatto.

 

Nel primo caso, il lavoratore danneggiato può citare in giudizio il datore di lavoro per ottenere il risarcimento del danno. In pratica, lavoratore e datore di lavoro si batteranno per la difesa delle proprie ragioni in tribunale, davanti a un giudice.

Questa scelta non è priva di inconvenienti: e non solo per i soliti tempi della giustizia, come di consueto molto lunghi. Il vero problema è dato dal fatto che quest’azione legale deve essere intrapresa solo quando il danno per il lavoratore si manifesti realmente, cioè quando arriva concretamente il momento di andare in pensione.

 

L’altro possibile rimedio al danno subito consiste nel chiedere il riscatto dei periodi di lavoro scoperti dal punto di vista previdenziale. In sostanza, l’Inps concede ai lavoratori la possibilità di coprire dei periodi altrimenti privi di contribuzione, riconoscendo loro una rendita, d’importo pari alla pensione o alla quota di pensione che sarebbe spettata al lavoratore in base ai contributi omessi.

Anche in questo caso, però, ci sono anche dei contro da non trascurare: il lavoratore deve, infatti, versare una somma di denaro, in genere molto onerosa, allo stesso ente previdenziale (c.d. onere di riscatto). Inoltre, si può procedere con la domanda di riscatto solo a determinate condizioni: una di queste consiste nel provare l’esistenza del rapporto di lavoro, fornendo documenti con data certa, come, ad esempio, le lettere di assunzione o di licenziamento, le buste paga o gli estratti di libro paga; non valgono le prove testimoniali, gli atti di notorietà o le dichiarazioni del datore di lavoro fatte “ora, per allora”. Fanno eccezione i periodi di servizio nelle amministrazioni pubbliche che, invece, possono essere documentati anche con dichiarazioni rilasciate dagli enti interessati. Un’altra condizione imprescindibile è quella di essere stati iscritti all’Inps durante il periodo in cui il datore non ha versato i contributi. Questo vuol dire che i periodi di lavoro coperti da altri enti contributivi non sono riscattabili.

 

 

Contributi Inps: come riscattarli?

La richiesta di riscatto può essere presentata in qualunque momento, anche quando si è già andati in pensione. I periodi riscattati, una volta perfezionate tutte le operazioni necessarie, sono efficaci esattamente come se il versamento degli oneri contributivi fosse avvenuto nel passato, al momento giusto.

 

 

Contributi Inps: quali sanzioni per il mancato versamento?

Come anticipato, il mancato versamento dei contributi Inps può far scattare sanzioni diverse, civili, penali ed amministrative [2].

 

Se i contributi non sono mai stati pagati, oltre a una sanzione amministrativa da 200 a 500 euro, scatta la sanzione civile, pari al 30% su base annua, calcolate sull’importo dei contributi evasi, con un massimo del 60% e comunque con un minimo di 3mila euro.

 

Se i contributi vengono, invece, pagati in ritardo, sono previste sanzioni pecuniarie calcolate al tasso in vigore alla data del pagamento o di calcolo (circa il 6,5%) e, comunque, per un massimo del 40% sull’importo dovuto nel trimestre o sulla somma residua da pagare. Questo vale solo per i datori di lavoro che effettuano spontaneamente il versamento entro 12 mesi dal termine del pagamento e prima di eventuali contestazioni da parte dell’Inps. In tutti gli altri casi, invece, l’evasione contributiva prevede una sanzione con aliquota del 30% su base annua (e non del 6,50%) sull’importo del trimestre evaso.

 

Sia l’omissione che l’evasione contributiva possono diventare reato: a tal fine, è sufficiente la presenza del dolo generico. Significa che, basta la scelta consapevole da parte del datore di lavoro di non pagare i contributi, indipendentemente dal fatto che sia stata effettuata a fini di lucro oppure per difficoltà economiche [3].

 

 

Contributi Inps: che succede alla pensione in caso di omesso versamento?

A fare le spese dell’omesso versamento dei contributi sarà il lavoratore, che si troverà con una pensione più magra.

 

Per ovviare a tale conseguenza negativa, ferma restando la responsabilità del datore di lavoro, il sistema prevede la possibilità di costituire di una rendita vitalizia reversibile pari alla pensione corrispondente ai contributi omessi, per quella parte di contribuzione che non può più essere versata all’Inps in quanto prescritta.

 

Tale rendita viene erogata dietro pagamento di un corrispettivo da parte del lavoratore o del datore di lavoro che si ravveda in ritardo. La somma da versare cambia a seconda dell’età del lavoratore, alla sua retribuzione, al sesso, all’ampiezza del periodo da regolarizzare e da quello già coperto dai contributi versati.

 

La richiesta in tal senso può essere fatta anche se il lavoratore percepisce già una pensione: dopo aver versato l’importo ulteriore, l’Inps provvederà a ricalcolare la pensione ed erogherà un assegno mensile più alto.


[1] L’obbligo di versare i contributi può cadere in prescrizione se non viene esercitato il diritto/dovere nell’arco di 5 anni, secondo l’art. 3, co. 9, l. n.335, del 08.08.1995. Il limite diventa di 10 anni se a segnalare l’evasione da parte del datore è il lavoratore stesso o i suoi eredi.

[2] Art. 116, l. n. 388, del  23.12.2000.

[3] Cass., sent. n. 39470/2012.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti