Fotomontaggi pornografici: attenzione a internet
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4 Set 2016
 
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Redazione
 


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Fotomontaggi pornografici: attenzione a internet

Immagini e foto pubblicate senza consenso su internet: alla vittima spetta il risarcimento senza dover dimostrare di aver subito uno specifico danno.

 

A confermare che non si tratta di una leggenda metropolitana, ma che esiste davvero chi, su internet – e, in particolare, su Facebook – scarica le foto di ignari utenti (spesso bambini e minori di età) per realizzare fotomontaggi pornografici è il tribunale di Cagliari: un giudice sardo si è infatti trovato, di recente, a decidere una vicenda simile [1] stabilendo un interessante principio di diritto.

 

La vicenda riguarda il caso di una donna che si è trovata vittima di una situazione paradossale: l’immagine del suo volto era stata prelevata da ignoti per essere sovrapposta, con un abile fotomontaggio digitale, sopra il corpo di donne nude e, infine, pubblicata su un sito pornografico. Il tutto – neanche a dirlo – senza alcun consenso.

 

La polizia postale ha più volte ammonito i genitori a non pubblicare su Facebook foto di minori: non sono stati pochi i casi di criminali beccati a prelevare, dai social network, le immagini di bambini per poi riutilizzarle e rivenderle al mercato della pedopornografia, spesso ritoccate e sovrapposte a corpi nudi. Un mercato che viene purtroppo alimentato per via dell’imprudenza e della superficialità con cui si usa internet. Facebook e gli altri socials sono diventati una piazza feconda per chi è alla ricerca di materiale fotografico da impiegare per scopi illeciti. E la sentenza in commento ne è la prova.

Peraltro, non è una novità che uno dei reati più frequentemente commessi sul web è il furto d’identità. Per verificare se il proprio profilo è stato clonato o se la propria immagine di profilo di Facebook è stata utilizzata da terzi senza autorizzazione, segui le istruzioni che abbiamo fornito in questo articolo: “Scopri se qualcuno ha clonato il tuo profilo o le tue foto”.

 

 

Per il risarcimento del danno non c’è bisogno di prove

Secondo il Tribunale di Cagliari, per ottenere il risarcimento del danno morale, a seguito di utilizzo non autorizzato di una foto, è sufficiente dimostrare al giudice il semplice fatto storico (la pubblicazione dell’immagine), senza anche dare prova degli specifici danni subìti (come ad esempio la sofferenza interiore, il patema d’animo, la vergogna e l’imbarazzo a uscire in pubblico, ecc.). Il danno viene liquidato “in via equitativa” (così si dice in termini tecnici), ossia senza bisogno di un ancoraggio a criteri certi e matematici, ma semplicemente sulla base di quanto appare giusto al giudice.

 

Il cosiddetto danno non patrimoniale (quello cioè che non coinvolge il portafogli ma eventuali lesioni che non si possono apparentemente quantificare in spese vive o perdita di interessi economici) si compone (anche) delle seguenti voci:

  • danno morale (cioè il turbamento dello stato d’animo e la sofferenza interiore patita dalla vittima sul piano strettamente emotivo)
  • danno esistenziale o relazionale (ossia il peggioramento delle condizioni di vita quotidiane e delle abitudini, interne ed esterne).

Tali danni – che possono essere risarciti tutte le volte in cui un illecito abbia violato diritti fondamentali della persona (come appunto il diritto all’identità personale, alla riservatezza e all’immagine) – costituiscono una sottospecie di un’unica macro categoria, quella appunto del “danno non patrimoniale”. Il risarcimento avviene dunque secondo una valutazione globale e complessiva [2].

 

Anche il danno non patrimoniale deve essere dimostrato, ma bastano semplici presunzioni e non quindi prove concrete e certe [3]. In pratica il danno si può semplicemente presumere dalla dimostrazione dell’illecito. Poiché, a seconda dell’intensità dell’illecito scaturiscono in automatico sulla vittima determinati pregiudizi.

Così le conseguenze che un eventuale fotomontaggio pornografico possono avere sullo stato psichico della vittima possono anche presumersi dalla portata offensiva della pubblicazione in commento.

 

Nella quantificazione del danno, il giudice può basarsi su criteri equitativi, tenendo conto “dell’ampiezza della diffusione on-line delle immagini, della forma utilizzata, oggettivamente e gravemente ingiuriosa, delle conseguenti presumibili ricadute negative sulla reputazione dell’attrice, anche nell’ambito professionale e sociale, della gravità dell’effetto manipolatorio ed, infine, del grado di difficoltà della eliminazione dalla Rete del contenuto lesivo”. Nel caso di specie il colpevole è stato condannato a pagare ben 25mila euro di risarcimento.

 


La sentenza

Per leggere la sentenza per esteso clicca qui

[1] Trib. Cagliari, sent. n. 1801/2016.

[2] Cass. S.U. sent. n. 26972/2008.

[3] Cass. sent. n. 339/2016.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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