Accordo sull’assegno per i figli: va modificato dal giudice?
Editoriali
17 Set 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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Accordo sull’assegno per i figli: va modificato dal giudice?

Separazione e divorzio: il nuovo accordo sul mantenimento è valido se non pregiudica i figli. Se questi vogliono vivere da soli, meglio rivolgersi al giudice.

 

Io e mia moglie siamo separati e i nostri due figli, entrambi maggiorenni, rifiutano di abitare con noi. Abbiamo raggiunto un accordo sul loro mantenimento: è necessario che il giudice lo approvi? E in che modo possiamo evitare che i ragazzi possano vantare pretese più elevate in futuro?

 

Il quesito pone la primaria necessità di verificare la validità di una scrittura privata fra coniugi avente ad oggetto questioni (come quella del mantenimento) relative a figli minori o maggiorenni non autosufficienti, anche in assenza di omologazione del tribunale.

 

 

Scrittura privata riguardo alla separazione: che valore ha?

Sul punto, la Cassazione ha mostrato una graduale apertura verso l’autonomia negoziale dei coniugi.

In un primo momento, infatti, si affermava che ove eventuali accordi fossero stati raggiunti in un momento anteriore, coevo o successivo alla separazione, essi per avere efficacia dovevano sempre (e indipendentemente dal loro contenuto) essere sottoposti al controllo del giudice [1]. In un secondo momento, invece, la stessa suprema Corte ha cominciato a distinguere sul contenuto necessario ed eventuale delle separazioni consensuali, sui rapporti tra i genitori e figli (riservati all’esclusivo vaglio del giudice), e tra coniugi, (al contrario, ritenuti riservati alla loro autonoma e discrezionale decisione basata sulla valutazione delle rispettive convenienze), fino a riconoscere persino l’autonomia negoziale dei genitori anche nel rapporto con i figli, sempre che tesa, però, ad un miglioramento degli assetti concordati davanti al giudice [2]. Ad esempio, è stato ritenuto meritevole di tutela l’accordo, successivo all’omologa della separazione che preveda, ad integrazione degli accordi già presi, l’obbligo di trasferimento a titolo gratuito del patrimonio in favore dei figli o del coniuge, in quanto preordinato al risultato “solutorio” degli obblighi di mantenimento previsti dalla legge [3]. Ed infatti, proprio di recente, la Suprema Corte, nel confermare la validità di un accordo tra coniugi antecedente alla separazione e relativo alla spartizione di beni facenti parte della comunione [4], ha ricordato come gli accordi omologati tra i coniugi non esauriscono necessariamente ogni rapporto tra le parti e che, anzi, i coniugi spesso sottoscrivano accordi anteriori, contemporanei o anche successivi alla separazione o al divorzio, attraverso la forma della scrittura privata o dell’atto pubblico.

 

 

Accordi post separazione relativi ai figli: entro che limiti?

Già da tempo, quindi, la giurisprudenza lascia ampio spazio ai possibili patti (senza la necessaria omologazione del tribunale) riguardanti condizioni attinenti ai rapporti tra genitori e figli, se pur entro i limiti del rispetto dei principi di indisponibilità dei diritti familiari di tutela delle parti più deboli. Inderogabilità che, per quanto riguarda le materie del mantenimento (e l’affidamento) della prole, trova la sua fonte sia nella norma del codice civile che stabilisce che gli sposi non possono derogare né ai diritti né ai doveri previsti dalla legge per effetto del matrimonio,  sia in quella della Costituzione che sancisce il dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio.

Ciò comporta all’atto pratico che, se pure tali diritti possono essere oggetto di accordi tra i coniugi, essi vanno considerati nulli quando in qualche modo contrastino con l’ interesse di tutela dei soggetti più deboli.

 

 

Accordi successivi alla separazione: che fare se non tutelano i figli? 

Sicché, secondo la Cassazione, la parte che si convinca che la modifica concordata leda uno di tali diritti potrà intraprendere una causa ordinaria diretta ad accertare l’invalidità del successivo accordo. In tale  contesto, però, la parte interessata non dovrà solo denunciare il fatto che l’accordo sia successivo all’omologazione (visto che sotto questo aspetto l’accordo è perfettamente valido), ma dovrà provare che la modifica supera il limite inderogabile previsto dalla legge. Solo in questo modo, l’accordo successivo potrà eventualmente essere annullato.

E d’altronde, se non esistesse quanto meno questa forma di tutela riguardo agli accordi successivi alla separazione riguardanti la prole, i coniugi potrebbero aggirare la legge (che stabilisce che il tribunale debba verificare se le condizioni sono conformi agli interessi dei figli) sottoponendo ad omologa l’accordo per poi modificarlo subito dopo in senso sfavorevole ai figli medesimi senza sottoporlo al controllo del giudice.

Ad esempio, con riferimento alla disciplinabilità, tramite accordo (non omologato), delle questioni di natura economica riguardante i figli (minori o maggiorenni non economicamente autonomi), appare rappresentativa una pronuncia piuttosto recente [5] che ha chiarito che è valido l’accordo intervenuto tra i coniugi in occasione della separazione di fatto, riguardante non solo i contributi di mantenimento provvisori per la moglie, ma anche quello per il figlio minore anche senza ratifica del giudice, per lo meno nella misura in cui esso non rechi pregiudizio alla situazione economica dei figli, prevedendo una situazione peggiorativa (come una riduzione del contributo economico complessivo) rispetto a quella raggiunta in sede di separazione.

 

 

Se i figli non convivono come va modificato l’accordo?

Ciò non toglie che i coniugi – come chiarito nella stessa pronuncia – restano pienamente liberi di rivolgersi al giudice in un momento successivo per chiederne l’omologazione. E’ evidente che, ove l’accordo sia intervenuto dopo la separazione (come nel caso che riguarda il lettore) esso dovrà essere oggetto di richiesta di modifica delle condizioni della separazione; istanza nella quale (nel caso specifico) i due figli maggiorenni, in quanto non conviventi con nessuno dei genitori, dovranno essere parti processuali necessarie. Nel momento in cui, infatti, il figlio va a vivere da solo (anche per ragioni studio), non è più il genitore a poter chiedere la corresponsione (come pure la modifica) dell’assegno di mantenimento al genitore obbligato ma il figlio stesso il quale, in tal caso, sostiene da sé le spese del suo mantenimento [6].

E’ difficile, tuttavia, sulla base del quesito posto, valutare se i nuovi accordi possano ritenersi non peggiorativi (o addirittura migliorativi) della situazione preesistente al momento della separazione.

Ad una valutazione superficiale dei pochi elementi forniti riesce difficile ipotizzare che l’accordo raggiunto tra tutte le parti possa essere migliorativo della situazione precedente, anche solo pensando ai notevoli vantaggi economici (se non altro in termini di risparmio) derivanti dalla coabitazione dei due figli con uno dei genitori. Genitori che, peraltro, è bene ricordarlo, sono tenuti entrambi [7] a contribuire al mantenimento della prole in ragione delle proprie sostanze e della capacità di lavoro professionale e casalingo. Sicché, è bene che nel quantificare la misura del nuovo contributo al mantenimento si tenga conto di tutta una serie di fattori, quali: l’intervenuta necessità che il contributo provenga sia dalla madre che dal padre, che inglobi i costi di vitto, alloggio, bollette relative alle utenze domestiche, spese condominiali, ecc., ossia di tutte quelle spese legate alla voluta indipendenza dei due ragazzi. Ciò anche al fine di evitare che essi, parti necessarie nel suddetto nuovo accordo, non si trovino a lamentare in seguito l’inadeguatezza del contributo versato e a richiederne una modifica (aumento) sulla base di una erronea valutazione e prospettazione dei costi e delle spese che, per il suo effetto, si dovessero trovare a sostenere.

 

 

Accordo post separazione: può impedire modifiche successive?

E proprio prendendo spunto da tale ultima possibile circostanza, vengo all’ultima prospettata questione; ossia quella relativa ad un eventuale rimedio per evitare che, in futuro, i due giovani possano avanzare una istanza tesa all’aumento dell’emolumento concordato.

Certamente non esistono e non possono esistere garanzie a riguardo, atteso che un simile accordo (anche se omologato), pur non potendo basarsi su un mero “capriccio”, avrebbe sempre e comunque alla base la clausola del “rebus sic stantibus” (cioè si baserebbe sulle circostanze esistenti al momento della sua sottoscrizione). Sicché, ove, al contrario, tali circostanze (non meglio descritte nel quesito) dovessero mutare (ad esempio una malattia improvvisa, la necessità di cambiare alloggio, ecc), non è possibile escludere in alcun modo (e sarebbe nulla una clausola che lo prevedesse) che ciascuno dei ragazzi si rivolga al giudice per domandare un aumento dell’assegno.

E d’altronde, analoga garanzia spetta anche ai genitori obbligati, i quali potrebbero aver interesse a chiedere la riduzione o il totale esonero dal mantenimento ove venga raggiunta da parte di uno o di entrambi i figli un’ adeguata autosufficienza economica.

Certamente, comunque, sul tema esiste una giurisprudenza più rigida che, nell’attribuire valore al raggiungimento di un’autonomia economica da parte del figlio maggiorenne (conseguente al conseguimento di un posto di lavoro) esclude la possibilità di rinascita dell’obbligo di mantenimento per il caso in cui il figlio interrompa la propria attività lavorativa [8]; tale giurisprudenza, riserva in ogni caso al figlio la possibilità di rivolgersi al giudice per ottenere la corresponsione degli alimenti, ossia dell’importo occorrente a far fronte alle proprie esigenze primarie di vita derivanti dallo stato di bisogno.

 

 

Modifica dell’accordo riguardante i figli: il consiglio pratico

Se dunque la giurisprudenza si è aperta pian piano a considerare pienamente lecite le scritture private tra coniugi (o genitori) aventi ad oggetto il loro mantenimento, ove prevedano una situazione migliorativa della condizione economica dei figli, trattandosi, tuttavia, di materia non espressamente disciplinata per legge e ampiamente dibattuta sia in dottrina che in giurisprudenza (e suscettibile, in quanto tale, di differenti interpretazioni da parte del giudice competente, anche in ragione della specifica fattispecie sottoposta al suo vaglio), il personale consiglio è quello di procedere, in ogni caso, a chiedere una modifica delle condizioni della separazione, attraverso un accordo congiunto di tutte le parti. Ciò per diversi ordini di ragioni:

– innanzitutto la situazione dei due ragazzi maggiorenni, prevede una condizione (quella del non convivenza con nessuno dei genitori) che rende difficile operare una valutazione oggettiva finalizzata a stabilire se, in tal caso, l’assegno concordato possa considerarsi migliorativo rispetto a quello originariamente stabilito;

– in secondo luogo perché, proprio tale voluta situazione di non convivenza impone di richiedere l’applicabilità della norma [9]  che prevede la possibilità di versamento diretto dell’assegno all’avente diritto (e non al genitore con questi convivente); facoltà che la giurisprudenza ritiene praticabile solo in caso di espressa richiesta del figlio maggiorenne e non, invece, automaticamente al raggiungimento della maggiore età [10]; dunque i figli dovrebbero essere parti processuali di questa istanza che avrebbe come effetto una modifica della modalità del versamento: non più al genitore per i figli ma ad essi direttamente;

– in terzo luogo perché la scrittura privata, nel dubbio della sua validità, non sarebbe uno strumento adeguato a tutelare gli interessi di nessuna delle parti, sia nel caso che si intenda procedere ad una sua modifica (né nel senso di un suo aumento dell’assegno, né di una riduzione, né di una sua completa eliminazione) sia che si intenda procedere ad ottenerne la diretta esecuzione in caso di inadempimento. Sicché occorrerebbe, in ogni caso, rivolgersi al giudice o con una causa ordinaria o al fine di ottenere un decreto ingiuntivo (quando invece dovrebbe essere sempre competente il giudice della famiglia), col rischio che peraltro questi possa ritenere di non poter considerare la scrittura un titolo valido (per le ragioni su esposte).


[1] In tal senso cfr. Cass. sent. n. 14/1984, n. 1208/1985, n. 4124/85.

[2] Ex multis: Cass. sent n. 23801/2006.

[3] Cfr. Cass. 11342/2004.

[4] Cass. sent. n. 24621/15.

[5] Tribunale d’appello di Lugano sent. del 25.02.15.

[6] Cass. sent. n. 18075/13 e Trib. di Lodi, sent. del 19.12.2008.

[7] Art. 147 cod. civ.

[8] Ex multis: Cass. n. 12477/04 e n. 23590/10.

[9] Art. 337 septies cod. civ.

[10] Cass. sent. n. 25300/2013.

 


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