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Lo sai che? Pubblicato il 6 settembre 2016

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Lo sai che? Buche stradali: più facile per chi cade il risarcimento del danno

> Lo sai che? Pubblicato il 6 settembre 2016

È il Comune che deve provare la possibilità, per il pedone, di evitare la buca perché visibile.

Chi cade in una buca sulla strada o sul marciapiedi non è tenuto a dimostrare la situazione di pericolo dei luoghi sui quali si è venuto a trovare; quest’onere, piuttosto, ricade sul Comune al quale il cittadino si è rivolto per ottenere il risarcimento del danno. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente ordinanza [1]. Ma procediamo con ordine.

Tutte le volte in cui un pedone cade su una delle (purtroppo numerose) buche presenti sulla strada, il risarcimento non spetta in automatico. La giurisprudenza ha, infatti, posto una serie di paletti volti a limitare gli esborsi degli enti locali, anche se causati da strade evidentemente dissestate. In particolare, il danneggiato non ha diritto ad alcun ristoro tutte le volte in cui il danno sia solo conseguenza della sua negligenza e distrazione. Come dire che, se è vero che le strade vanno tenute in buon stato di manutenzione, è anche vero che non si può camminare con la “testa per aria”. Questo significa che, di norma, i giudici escludono la domanda di risarcimento in quei casi in cui la fossa è chiaramente visibile sulla strada (ad esempio, quando la sua dimensione è evidente o quando, nelle ore notturne, l’illuminazione del suolo consente di vedere gli ostacoli), oppure quando la strada è nota all’utente (si pensi al percorso per recarsi al lavoro, praticato tutti i giorni dal danneggiato). Insomma, al pedone è sempre chiesto un minimo di diligenza per poter rivendicare i danni nel caso in cui finisca in una buca stradale.

Questo concetto si può sintetizzare con due parole: il pericolo deve presentare i caratteri dell’insidia e del trabocchetto. In buona sostanza non deve essere visibile e prevedibile neanche usando l’ordinaria diligenza. Peraltro, il giudizio in questione può variare anche in base alle condizioni fisiche e di età del danneggiato. È chiaro che per un anziano – al quale non possono chiedersi manovre improvviste – è più facile ottenere il risarcimento del danno rispetto a un giovane.

L’onere della prova per ottenere il risarcimento

Il danneggiato che voglia ottenere il risarcimento dal Comune deve sicuramente dimostrare:

  • la presenza della buca sulla strada: il che potrà avvenire con fotografie o con i verbali delle autorità eventualmente intervenute;
  • il danno, ossia la caduta e tutti i postumi: a tal fine ci si potrà valere dei certificati medici e del referto del pronto soccorso;
  • il cosiddetto rapporto di causalità, ossia la dimostrazione che il danno è stato determinato solo e unicamente dalla presenza della buca e non da altre cause (ad esempio i lacci slacciati della scarpa). La prova di tale elemento può essere fornita, di norma, attraverso testimoni che abbiano visto il passante mettere il piede in fallo.

La giurisprudenza è stata poi altalenante su uno dei punti più decisivi di tutta la vicenda: a chi spetta dimostrare che la fossa presentava i caratteri della pericolosità? Ossia l’insidia e il trabocchetto? A leggere l’ultima sentenza della Cassazione, sembrerebbe che il cittadino ha adempiuto a tutti i propri obblighi provando i tre elementi appena descritti, mentre ricade eventualmente sul Comune, qualora voglia andare esente da colpe, dimostrare che i luoghi non rivestivano carattere di pericolosità. Il che significa: un ostacolo in meno per il danneggiato.

Quanto abbiamo cercato di spiegare in termini pratici, viene sintetizzato dalla Cassazione con la seguente massima: una volta accertata l’esistenza del rapporto di causa tra la strada e il danno, è onere del Comune – per sottrarsi alla responsabilità civile – provare la colpa esclusiva o concorrente del danneggiato (che può desumersi anche dalla agevole evitabilità del pericolo). Non è quindi corretto ritenere che la vittima, una volta provato il nesso di causa, per ottenere la condanna dell’amministrazione debba anche provare la pericolosità della strada.

note

[1] Cass. ord. n. 17625/16 del 5.09.2016.

Per scaricare la sentenza per esteso, clicca qui

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 13 aprile – 5 settembre 2016, n. 17625
Presidente Armano – Relatore Rossetti

Svolgimento del processo
1. 1 consigliere relatore ha depositato, ai sensi dell’ars. 380 bis c.p.c., la seguente relazione:
“1. F.P. ha impugnato per cassatone la sentenza con la quale la Corte d’appello di Catanzaro ha rigettato la domanda, da essa proposta contro il Comune di Bisignano, avente ad oggetto il risarcimento dei danni alla salute patiti in seguito ad una caduta, provocata dal manto stradale sconnesso.
2. Deduce la ricorrente che la Corte d’appello avrebbe violato gli arti. 2051 e 2697 c.c.. addossando alla vittima l’Onere di provare che lo stato dei luoghi era pericoloso e che la cosa fosse `potenzialmente pericolosa’:
3. Il motivo appare manifestamente fonduta.
La Corte d’appello di Catanzaro, dopo avere r fermato che la fattispecie dedotta in giudizio era disciplinata dall’art. 2051 c. c., e dopo avere accertato in facto che effettivamente la caduta di F.P. fu causata dalle buche e dal brecciolino presenti sulla strada da lei percorsa, ha soggiunto che. l’accoglimento della domanda avrebbe “richiesto la dimostrazione del fatto che lo stato dei luoghi presentava una obiettiva situazione di pericolosità
(-) “sarebbe stato necessario dimostrare evidentemente, da parte dell’attrice, n. d. r.] che la cosa avesse una potenzialità dannosa intrinseca, tale da giustificare l’oggettiva responsabilità del custode”
3. 1. Ciascuna di tali affermazioni, tuttavia, non è coerente con l’interpretazione dell’art. 2051 cc. ormai consolidata nella giurisprudenza di questa Corte.
Alfine di stabilire come debba ripartirsi l’onere della prova tra danneggiato e custode, nei casi in cui si applichi l’art. 2051 0.0., questa Corte ormai da diverso tempo ha distinto due ipotesi.
Quando il danno è causato da cose dotate da un intrinseco dinamismo, l’attore ha il solo onere di provare il nesso di causa tra la cosa ed il danno, mentre non è
necessaria la dimostrazione della pericolosità della cosa.
Quando il danno è causato da cose inerti e visibili (marciapiedi, scale, strade, pavimenti, e simili), il danneggiato può provare il nesso di causa tra cosa e danno dimostrandone la pericolosità (ex multis, da ultimo., sez. 6 – 3., Ordinanza n. 21212 del 20/ 10/ 2015, Rv. 637445).
La pericolosità della cosa finte di danno non è, dunque, fatto costitutivo della responsabilità del custode, ma è semplicemente un indizio dal quale desumere, ex art. 2727 c. c., la sussistenza d’un valido nesso di causa tra una cosa inerte e il danno: nel senso che quando questo si assume provocato da una cosa priva di intrinseco dinamismo, dal fatta noto che quella cosa fosse pericolosa il giudice può risalire al fatto ignorato dell’esistenza del nesso di causa; mentre dal fatto noto che non lo fosse potrà risalire al fatto ignorato che sia stata la distrazione della vittima a provocare il danno.
3.2. Nel caso di specie, è stata la stessa Corte d’appello a ritenere dimostrata la sussistenza del nesso di causa tra la cosa ed il danno p. 5, primo capoverso, della sentenza impugnata).
Una volta stabilito ciò, sarebbe stato onere della amministra ione convenuta provare la colpa esclusiva o concorrente della vittima.
La Corte d’appello. invece, pur affermando di non disporre d’una prova in tal senso (come si desume dal condizionale passato “sarebbe stato necessario dimostrare ecc.’), ha rigettato la domanda, mutuando dalla ritenuta non pericolosità della cosa non la prova dell’assenza di nesso di causa, ma quella della assenza di colpa del custode.
4. Si propone pertanto l’accoglimento dei ricorso e la cassazione della sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Catanzaro affinché si attenga al seguente principio di diritto:
Una volta accertata l’esistenza d’un nesso di causa tra la cosa in custodia ed il danno, è onere del custode – per sottrarsi alla responsabilità dr cui all’art. 2051 c.c. – provare la colpa esclusiva o concorrente del danneggiato (che può desumersi anche dalla agevole evitabilità del pericolo), mentre deve escludersi che la vittima, una volta provato il nesso di causa, per ottenere la condanna del custode debba anche provare la pericolosità della cosa”.
2. La parte controricorrente ha depositato memoria ex art. 380 bis, comma 2, c.p.c., con la quale ha insistito per il rigetto del ricorso.

Motivi della decisione

3. Il Collegio condivide le osservazioni contenute nella relazione. Ritiene, invece, non decisive le contrarie osservazioni svolte dalla amministrazione controricorrente nella propria memoria.
4. Nella propria memoria ex art. 380 bis c.p.c., il comune di Bisignano richiama numerose decisioni di questa Cote, nelle quali si afferma che nel caso di danni causati da cose in custodia, quando la cosa fonte del danno sia statica ed inerte, “per la prova del nesso causale occorre dimostrare che lo stato dei luoghi presentava una obiettiva situazione di pericolosità” (pp- 3-5 della memoria).
Ma nessuno, e tanto meno la relazione sopra trascritta, nega questo principio.
L’errore della sentenza impugnata, come già rilevato dalla relazione preliminare, è consistito nello scambiare la prova del nesso di causa con quella della assenza di colpa.
La pericolosità della cosa inerte è indizio dal quale risalire, ex art. 2727 c.c., alla prova del nesso di causa. Se una cosa inerte non è pericolosa, ciò può bastare per affermare che manchi il nesso di causa tra la cosa e il danno. Ma quando il nesso di causa tra cosa e danno è positivamente accertato (come ritenne la Corte d’appello nel nostro caso), non è più necessario stabilire se la cosa stessa fosse pericolosa o meno.
La non pericolosità d’una cosa inerte infatti può escludere il nesso di causam nn la colpa del custode: sicché se quel nesso è dimostrato aliunde, la pericolosità della cosa diventa giuridicamente irrilevante. Nel caso di specie, l’esistenza del nesso di causa è stata positivamente accertata dalla Corte d’appello. Provato tale nesso, spettava dunque al Comune dimostrare la propria assenza di colpa.
Ed è a questo punto che la Corte d’appello, dovendo stabilire se il Comune avesse superato la presunzione di colpa posta a suo carico dall’art. 2051 c.c., ha evocato il concetto di “pericolosità” della cosa, giungendo alla erronea conclusione che, non essendo la cosa pericolosa, mancasse per ciò solo la colpa del Comune. Statuizione erronea, perché anche il proprietario di cose non pericolose risponde ex art. 2051 c.c., una volta appurato un valido nesso di causa tra cosa e danno.
11 ricorso deve dunque essere accolto, in applicazione del principio di cui al 5 4 della relazione sopra trascritta.
5. Le spese del presente grado di giudizio saranno liquidate dal giudice del rinvio.

P.Q.M.

la Corte di cassazione, visto l’art. 380 c.p.c. (-) accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Catanzaro, in diversa composizione, anche per le spese.

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