La conciliazione giudiziale nel processo tributario
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17 Set 2016
 
L'autore
Federica Gabrieli
 


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La conciliazione giudiziale nel processo tributario

Hai un contenzioso con il fisco e vorresti chiuderlo? Con la conciliazione puoi porre fine alla lite iniziata e ottenere la riduzione delle sanzioni.

 

Portare avanti un contenzioso con l’Agenzia delle Entrate può essere lungo e economicamente costoso. Per questo il legislatore ha introdotto molti strumenti che permettono di porre fine alla lite, evitando che la stessa prosegua per lungo tempo. La conciliazione giudiziale risponde, infatti, all’esigenza di ridurre le controversie davanti alla Commissione Tributaria e permettere al contribuente di ottenere anche la riduzione delle sanzioni.

 

 

A quali controversie si applica?

La conciliazione giudiziale può essere applicata a tutte le controversie, anche quelle oggetto di mediazione per cui non è stato raggiunto l’accordo, sia in primo che in secondo grado. Recentemente, infatti, il legislatore, per ampliare l’utilizzo di questo strumento, ha esteso la possibilità di conciliazione anche alle controversie oggetto di mediazione e a quelle giunte in secondo grado, prima escluse. La conciliazione può essere proposta:

  • Dalla commissione tributaria provinciale presso cui è aperto il contenzioso;
  • Dall’Agenzia delle Entrate, dal contribuente o dall’Ente di riscossione.

La conciliazione può essere totale, se riguarda l’intero importo contestato, oppure parziale, se l’accordo viene raggiunto solo per una parte del tributo contestato.

 

 

Conciliazione in udienza e fuori udienza

Il procedimento di conciliazione giudiziale può svolgersi con modalità differenti a seconda che venga realizzata in udienza o fuori udienza.

Nella conciliazione che avviene in udienza [1], la proposta può essere formulata direttamente dal giudice che ravvisi le condizioni per un accordo che ponga fine alla lite. Può essere proposta anche dalle parti, contribuente e ufficio, presentando un’istanza di discussione in pubblica udienza da depositare presso la segreteria della Commissione e notificare alla controparte nei 10 giorni precedenti la trattazione. Se l’accordo viene raggiunto, viene scritto un verbale contenente il dettaglio delle somme dovute e le modalità di pagamento. Il verbale costituisce titolo per la riscossione.

Nella conciliazione fuori udienza [2] l’accordo tra l’ufficio e il contribuente viene raggiunto al di fuori dell’udienza. Fino all’udienza di trattazione, le parti possono depositare presso la segreteria della Commissione la proposta, sottoscritta dai difensori, con la quale la conciliazione si conclude e perfeziona. La proposta deve contenere l’espressa volontà di conciliare, le somme dovute e le ragioni a sostegno della proposta. L’accordo deve essere omologato dal giudice che ne verifica la legittimità, senza alcuna valutazione sul merito dell’accordo raggiunto. Successivamente, con decreto, il giudice dichiara chiuso il giudizio.

La conciliazione, in seguito alle recenti modifiche, si perfeziona nel momento della firma e non più nel momento del versamento delle somme dovute. Inoltre, se la violazione ha rilevanza penale, la definizione tramite conciliazione, prima del dibattimento che apre il processo penale, comporta la riduzione delle sanzioni penali fino alla metà e non si applicano le pene accessorie.

 

 

Come si versano le somme dovute a seguito di conciliazione?

Con la conciliazione giudiziale il contribuente ottiene una consistente riduzione delle sanzioni, pari al 40% in primo grado e al 50% in secondo grado.

Le somme risultanti dall’accordo raggiunto in sede di conciliazione devono essere versate integralmente oppure in forma rateale. In questo secondo caso, la prima rata deve essere versata entro 20 giorni dall’accordo e gli importi possono essere rateizzati in massimo 8 rate trimestrali di pari importo fino a 50.000 euro, elevabili a 16 in caso di debiti superiori a 50.000 euro. Sulle rate successive alla prima sono dovuti gli interessi calcolati dal giorno successivo alla scadenza del termine per il versamento della prima rata.

 

Quando il contribuente decide di rateizzare deve rispettare specifici tempi per non decadere dalla dilazione. Si decade quando la prima rata non viene versata entro 20 giorni dalla firma e quando le rate successive alla prima non vengono saldate entro il termine di scadenza della rata successiva. Si procede all’iscrizione a ruolo delle somme restanti, delle sanzioni e degli interessi. Non si decade quando:

  • La prima rata viene pagata dopo la scadenza dei 20 giorni, ma, comunque, entro i 7 giorni successivi alla scadenza;
  • Il pagamento della rata è insufficiente, per un importo non superiore al 3% e, in ogni caso, a 10.000 euro;
  • Le rate successive alla prima vengono saldate entro il termine di scadenza della rata successiva.

Il principio del lieve inadempimento di recente introduzione, consente al contribuente di non decadere dalla rateazione quando abbia commesso irregolarità di lieve entità. In ogni caso dovrà regolarizzare la propria posizione versando la rata, o la frazione di rata non pagata, comprensiva di sanzione ridotta per effetto del ravvedimento e degli interessi entro il termine di scadenza della rata successiva, o 90 giorni, in caso di ultima rata.


[1] Art. 48 bis D. Lgs. 546/1992 del 31 dicembre 1992, inserito dall’art. 9, comma 1, lett. t) del D. Lgs 156/2015 del 24 settembre 2015.

[2] Art. 48 D. Lgs. 546/1992 del 31 dicembre 1992, inserito dall’art. 9, comma 1, lett. t) del D. Lgs 156/2015 del 24 settembre 2015.

 

 

Autore immagine: Pixabay

 

 


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