Chi è obeso può ottenere l’assegno di invalidità?
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6 Set 2016
 
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Chi è obeso può ottenere l’assegno di invalidità?

Precarie condizioni fisiche per chi è sovrappeso: ma è il consulente tecnico d’ufficio, nominato dal giudice, a decidere se l’eccesso di chili può portare a una invalidità nel compimento degli atti quotidiani.

 

Anche se non riesce ad allacciarsi le scarpe, ad entrare facilmente in auto, ad alzarsi dal letto senza un sostegno, a lavorare per lunghe ore senza stancarsi, non solo per questo l’obeso può ottenere automaticamente l’assegno di invalidità dell’Inps. Tutto, in verità, dipende da quanto stabilirà il consulente – nominato dal giudice dopo il ricorso dell’interessato – che sarà chiamato a decidere sugli effetti invalidanti che possono avere i chili di troppo. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di stamane [1].

 

Caso controverso quello della donna di 144 chili: per lei in primo grado il CTU (il perito nominato dal giudice) aveva riconosciuto una invalidità del 71% per via delle sue precarie condizioni fisiche. Valutazione ritenuta insufficiente dall’interessata. Da qui il ricorso in Cassazione.

 

Secondo i giudici supremi pesare oltre 100 chili non è, in automatico, una causa di invalidità che dà diritto all’assegno assistenziale dell’Inps. Assegno che, lo ricordiamo, scatta solo se la percentuale di invalidità è compresa tra 74 e 99% e uno stato di bisogno economico (leggi la nostra guida sull’assegno di invalidità).

 

L’obesità è una malattia che comporta complicanze di vario genere: non solo logistiche e di movimento, ma anche respiratorie, cardiache, di pressione, articolari, ecc. In alcuni casi può portare alla depressione. Il tutto comporta una riduzione della capacità lavorativa la cui percentuale però non è fissa, ma va valutata di volta in volta sulla base della gravità della malattia e delle conseguenze che essa comporta. A tal fine è bene verificare attentamente l’indice di massa corporea e far, infine, riferimento – quanto alla percentuale di invalidità – alla «Nuova tabella indicativa delle percentuali d’invalidità per le minorazioni e le malattie invalidanti».


La sentenza

Corte di Cassazione, sez, Lavoro, sentenza 24 maggio – 6 settembre 2016, n. 17644
Presidente D’Antonio – Relatore Ghinoy

Svolgimento del processo

La Corte d’appello di Torino, con la sentenza n. 471 del 2009, confermava la sentenza dei Tribunale della stessa sede che aveva rigettato il ricorso proposto da M.A.L.M. per ottenere dall’Inps e dalla Regione Piemonte il riconoscimento del proprio diritto a percepire l’assegno di invalidità ex art. 13 della L.n. 118 del 1971. La Corte d’appello recepiva le conclusioni della c.t.u. rinnovata in secondo grado, che aveva concluso che la periziata, soggetto gravemente obeso con complicanze artrosiche in ipertensione arteriosa ed esiti di intervento chirurgico per tunnel carpale, oltre a disturbo depressivo in un blando trattamento farmacologico, era affetta da riduzione della capacità lavorativa in misura del 71%, come già ritenuto dal c.t.u. di primo grado. Compensava le spese processuali, nella ritenuta sussistenza di giuste ragioni, ponendo quelle di c.t.u. a carico dell’Inps.
Per la cassazione della sentenza M.A.L.M. ha proposto ricorso, affidato a quattro motivi. L’Inps, il Ministero dell’economia e delle Finanze e la Regione Piemonte sono rimasti intimati.

Motivi della

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[1] Cass. sent. n. 17644/16 del 6.09.2016.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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