Fondo di garanzia INPS: come dimostrare l’insolvenza del datore di lavoro
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7 Set 2016
 
L'autore
Maria Monteleone
 


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Fondo di garanzia INPS: come dimostrare l’insolvenza del datore di lavoro

Il lavoratore che vuole accedere al fondo di garanzia INPS deve fornire la prova dell’insolvenza del datore: può bastare un pignoramento non andato a buon fine se si dimostra che, dalle ricerche effettuate, non vi sono altri beni del datore.

 

Causa di lavoro per differenze retributive: il giudice condanna il datore di lavoro al pagamento delle mensilità di retribuzione e del TFR. Il datore però non adempie e il dipendente è costretto ad agire esecutivamente ma il pignoramento presso il datore non va a buon fine. Come recuperare i soldi spettanti a titolo di retribuzione e TFR se il datore non è assoggettabile a fallimento?

 

Esiste il Fondo di garanzia INPS che si sostituisce al datore nella corresponsione di tali somme quando questi versa in accertato stato di insolvenza, cioè quando egli non può adempiere le proprie obbligazioni (tra cui, appunto, il pagamento del TFR e delle mensilità ai dipendenti) per mancanza di mezzi di pagamento e impossibilità di procurarseli tramite ricorso al credito.

 

La Cassazione, con una recente sentenza [1], ha precisato tuttavia che, ai fini dell’accesso al Fondo di garanzia, non è sufficiente il pignoramento infruttuoso, a meno che il lavoratore provi l’inesistenza di altri beni utilmente aggredibili con azione esecutiva.

 

In caso di insolvenza di datore di lavoro non soggetto a fallimento, il lavoratore che invoca l’intervento del Fondo di garanzia deve dimostrare che, a seguito dell’esperimento dell’esecuzione forzata, le garanzie patrimoniali del datore siano risultate in tutto o in parte insufficienti.

La Cassazione chiede quindi al lavoratore un onere della prova particolarmente rigoroso: non basta l’inutile esperimento di un tentativo di pignoramento mobiliare presso il debitore; devono essere effettuate idonee ricerche sul debitore medesimo per verificare l’eventuale titolarità di crediti verso terzi o di beni e diritti immobiliari, seguite, se positive, da esecuzione forzata.

Tali ricerche devono essere condotte con l’uso della normale diligenza e vanno logicamente effettuate presso i luoghi ricollegabili al debitore (per esempio quelli di nascita, residenza, domicilio o della sede dell’impresa).

 

Per i giudici, tale onere della prova si giustifica con il fatto che, mentre nelle procedure concorsuali (per esempio fallimento) lo stato di insolvenza del datore è oggetto di specifico accertamento da parte del giudice, nel caso della procedura di accesso al fondo di garanzia, lo stato di insolvenza si desume dalle prove fornite dal lavoratore stesso.

 

Ovviamente le ricerche di altri beni del datore non devono estendersi a luoghi diversi dal comune in cui è situata la sede dell’impresa, perché così si graverebbe il lavoratore di un’attività che, oltre ad essere gravosa e dispendiosa, sarebbe contraria al senso del Fondo di garanzia, finalizzato a consentire al lavoratore di ottenere, nel tempo più breve possibile e tramite l’intervento di un soggetto diverso dall’obbligato principale, il pagamento del credito maturato e non adempiuto.

 

Dunque, al fine di conseguire le prestazioni del Fondo di garanzia, può essere sufficiente anche una sola procedura esecutiva non andata a buon fine (per esempio pignoramento presso l’azienda) se il lavoratore dimostra che non risultano altri beni aggredibili con un’azione esecutiva fruttuosa (per esempio pignoramento del conto corrente personale, di beni mobili o immobili del debitore).

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 10 giugno – 5 settembre 2016, n. 17593
Presidente D’Antonio – Relatore Cavallaro

Fatto

Con sentenza depositata il 27.11.2009, la Corte d’appello di Lecce confermava la statuizione di primo grado, che aveva rigettato la domanda di P.C. di conseguire dall’INPS, quale gestore del Fondo di garanzia ex I. n. 297/1982 e succ. mod. e integraz., il TFR maturato alle dipendenze del proprio datore di lavoro e non riscosso nonostante ella avesse promosso infruttuosamente un’esecuzione mobiliare.
La Corte, per quanto qui interessa, riteneva che l’assistita non avesse dimostrato l’insolvenza del proprio datore di lavoro, essendosi limitata all’infruttuosa esecuzione mobiliare senza nemmeno assumere informazioni presso la competente Conservatoria dei registri immobiliari in ordine alla consistenza del patrimonio immobiliare del debitore.
Contro questa pronuncia ricorre P.C. con un unico motivo, articolato in plurimi profili di censura per violazione di legge e vizio di motivazione. Resiste l’INPS con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

Con l’unico motivo di censura, la ricorrente denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo nonché

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[1] Cass. sent. n. 17593 del 5.9.16.

[2] Cass. sent. n. 1607/2015.

 


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