Bollette telefono: così le compagnie guadagnano 20 cent ad abbonato
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7 Set 2016
 
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Bollette telefono: così le compagnie guadagnano 20 cent ad abbonato

Le spese di spedizione della bolletta del telefono sono addebitate al cliente, facendo così parte della base imponibile soggetta ad Iva; ma per la compagnia tali spese sono esenti dall’Iva.

 

Quasi 20 centesimi ad abbonato: a tanto ammonta il guadagno extra che le compagnie del telefono riescono a lucrare su ogni bolletta spedita ai propri clienti. Il tutto, secondo la Cassazione – che si è appena pronunciata sul caso – è pienamente legittimo [1]. Com’è possibile? Eccolo spiegato qui di seguito.

 

Le compagnie telefoniche ci fanno sottoscrivere, all’atto dell’abbonamento, un contratto con il quale accettiamo di pagare, insieme ai consumi, anche i costi per la spedizione della bolletta: spesa, quindi, che ci viene addebitata sulla fattura. L’aliquota Iva sulla fattura viene così calcolata sia sull’importo per i consumi che sulle spese per la spedizione della bolletta. Tuttavia per la compagnia telefonica le spese di spedizione sono Iva esenti. Alla fine del gioco, noi paghiamo al fornitore un’imposta che, invece, il fornitore non paga. Si tratta, quindi, per quest’ultimo, di un guadagno netto.

Certo, si potrà dire: 20 centesimi non sono nulla per ogni italiano (in un anno sono circa 2,40 euro, visto che le bollette sono diventate mensili). Ma pensate a quanto ammonta l’importo per ogni abbonato!

 

La vicenda

Tutto nasce dal ricorso che, un abbonato a una nota compagnia telefonica, aveva presentato in Tribunale chiedendo la restituzione degli importi da lui corrisposti a titolo di IVA sulle spese di spedizione postali delle bollette telefoniche, in quanto non dovute. Il giudice gli ha dato ragione, ma la società telefonica ricorreva così in Cassazione sostenendo la violazione e falsa applicazione di legge [2]. La Suprema Corte ha accolto il ricorso della compagnia, sancendo un notevole regalo a tutte le società di TLC.

 

 

Bolletta gonfiata di Iva non dovuta

Già in passato la Cassazione ha avuto modo di analizzare le condizioni generali del contratto di telefonia tra clienti e compagnie, confermando che le spese di spedizione postale hanno natura di costo da addebitare al consumatore. In particolare, la Corte ha detto che la spesa di spedizione postale della fattura affrontata dalla compagnia, riferendosi ad un servizio necessario per l’esecuzione del contratto con l’utente deve necessariamente essere ricompresa nella base imponibile; e ciò anche se tale società non ne affronti il costo con applicazione dell’IVA trattandosi di spesa in regime di esenzione [3].

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 8 giugno – 6 settembre 2016, n. 17655

Fatto e diritto

Ritenuto quanto segue:

p.1. Telecom Italia s.p.a. ha proposto ricorso per Cassazione, contro C.F. , avverso la sentenza n. 1146/2014 con cui il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Sezione Distaccata di Aversa, in data 5 aprile 2014, rigettava l’appello proposto dall’odierna ricorrente e confermava la sentenza n. 1829/2012 del 21 novembre 2012 del Giudice di Pace di Trentola Ducenta, con cui si condannava Telecom Italia s.p.a. alla restituzione, in favore dell’intimato, dell’importo pari all’IVA applicata sulle spese postali di spedizione delle fatture, relative al rapporto di utenza inter partes, assumendo tale importo come non dovuto e l’IVA come erroneamente applicata.

p.2. La parte intimata non ha svolto attività difensiva.

p.3. Prestandosi il ricorso ad essere deciso con il procedimento di cui all’art. 380-bis c.p.c. è stata redatta relazione ai sensi di tale norma e ne è stata fatta notificazione all’avvocato della ricorrente unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

Considerato quanto segue:

p.1. Nella relazione ai sensi dell’art. 380-bis si sono svolte le seguenti considerazioni:

“(…) p.3. Il ricorso può essere deciso in camera di

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Commenti
8 Set 2016 IVO POLI

Si discute in merito all’Iva addebitata sulle spese di spedizione della fattura delle compagnie telefoniche, Iva che le stesso non versano in quanto l’operazione viene considerata “esente Iva” (e francamente tale considerazione la trovo estremanente pittoresca, per un semplice motivo che ora non é il caso di sottolineare). Ma questa discussione che attrae sentenze di vario grado é solo “fumo negli occhi” ed il discuterne é oltremodo inutile e furviante, Perché? Perché il punto 8 dell’art. 21 del DPR 633/72 (Legge Iva) imperativamente dispone: “Le spese di emissione della fattura e dei conseguenti adempimenti e formalita’ non possono formare oggetto di
addebito a qualsiasi titolo”. Se la norma é “imperativa”, il suo disconoscimento sia nei contratti sia nei modi di agire é ASSOLUTAMENTE fuori Legge, e pertanto dvrebbe essere reso non solo l’Iva ma anche la somma richiesta per la spedizione della bolletta/fattura. Ivo Poli