Divisione di eredità: la formazione delle quote in tribunale
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13 Set 2016
 
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Annamaria Zarrelli
 


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Divisione di eredità: la formazione delle quote in tribunale

Gli eredi non possono dolersi dell’errore commesso dal Giudice nella divisione delle quote se risulta assicurata a ciascun comproprietario la stessa quantità di beni

 

Commettere dei piccoli errori di calcolo è umano. La vera difficoltà sta nell’ammettere di aver sbagliato, soprattutto quando l’errore non ha comportato conseguenze negative per nessuno!

D’altronde, cambiando l’ordine degli addendi la somma non cambia.

Tale principio non vale sono in matematica, ma anche nei giudizi di divisione ereditaria.

Cosa succede, quindi, se il Giudice commette un errore nella divisione delle quote ereditarie? Nulla.

Ed infatti, se dall’errore di calcolo commesso dal Giudice, non deriva alcun danno per l’erede, è inutile dolersene in giudizio.

È quanto statuito dalla Corte di Cassazione con sentenza del 5 settembre 2016 [1].

Con la sentenza in commento la Suprema Corte è tornata ad occuparsi del problema della divisione dei beni in comunione in presenza di masse plurime, chiarendone modalità e criteri.

 

 

 

La divisione

In via preliminare bisogna rammentare che la divisione è lo strumento mediante il quale si determina lo scioglimento della comunione instauratasi tra due o più soggetti e la conseguente trasformazione dei loro diritti su quote ideali in diritti individuali su singoli beni.

Scopo della divisione è, infatti, la trasformazione della proprietà collettiva in proprietà individuale.

Essa può essere: testamentaria, contrattuale o giudiziale a seconda che trovi il suo fondamento nella volontà del testatore, dei condividenti o in esecuzione di una decisione del giudice.

 

 

La divisione di masse plurime

Abbiamo detto che lo scopo della divisione è quello diretto a far cessare una comunione.

Cosa succede, però, se i medesimi soggetti sono partecipi di più comunioni?

Tale ipotesi si verifica quando due o più soggetti hanno fatto in comune più acquisti, in forza di titoli diversi.

Si pensi al caso di due persone che abbiano acquistato diversi beni mobili ed immobili, in parte mediante distinti atti di compravendita ed in parte per successione ereditaria.

Ebbene, al fine di sciogliere la comunione tra gli stessi venutasi a creare, bisognerà procedere alla c.d. divisione di masse plurime.

Come si procede alla divisione di masse plurime?

Per divisione di masse plurime deve intendersi il caso in cui i beni da dividersi tra più soggetti provengano da titoli diversi (ad esempio, da una comunione ordinaria ed una ereditaria, o da diversi atti di compravendita).

La giurisprudenza storicamente formatasi sul punto [2] ha affermato che, in tali casi, non si determina tra i condividenti un’unica comunione, ma tante comunioni quanti sono i titoli di provenienza dei beni.

Ne consegue che, qualora si debba procedere alla divisione di tali beni, non si realizzerà un’unica divisione, ma tante divisioni quanti sono i titoli costitutivi delle singole comunioni.

Il giudice, dunque, è chiamato a realizzare autonomi progetti di riparto in relazione a ciascuna delle masse coinvolte.

Unica deroga a questo principio è rintracciabile nel consenso scritto dei partecipanti alla comunione che, d’intesa, possono acconsentire alla formazione di una sola massa ed alla realizzazione di una sola divisione.

 

 

 

La questione posta all’attenzione della Cassazione

L’esempio che fa al caso nostro è rappresentato proprio dai fatti di causa.

La questione posta all’attenzione della Cassazione, infatti, concerne il caso di un uomo che aveva citato in giudizio la sorella per ottenere lo scioglimento della comunione dei beni provenienti dalla successione del padre e della zia oltre a quelli acquisiti in comunione ordinaria tra i due.

Le masse da dividere, in questo caso, erano dunque tre.

Il Tribunale di Ragusa, chiamato a decidere, anziché procedere a tre divisioni distinte, aveva provveduto alla predisposizione ed approvazione di un unico progetto di divisione, disattendendo la regola che presiede alla divisione di masse plurime [3].

La Corte d’Appello di Catania, cercando di porre rimedio all’“errore” del giudice di primo grado ed in considerazione del fatto che si trattava di una divisione di beni appartenenti a diverse masse, ha provveduto alla formazione di autonomi progetti divisionali per ciascuna delle tre masse.

Promosso il ricorso in Cassazione, quest’ultima, con riguardo alla questione che qui interessa, ha sancito quanto segue.

L’errore che ha commesso il giudice di primo grado, discostandosi dalla regola che presiede alla divisione di masse plurime, non può essere emendato d’ufficio dal giudice di secondo grado, ma richiede una esplicita eccezione di parte.

In ogni caso, afferma la Corte, affinché l’errato criterio utilizzato dal giudice possa essere oggetto di censura è necessario che sussista un vero pregiudizio derivante dall’aver differenziato le masse nell’uno o nell’altro modo.

Nel caso di specie, però, nessun pregiudizio si era verificato atteso che l’esito della divisione sarebbe stato il medesimo, a prescindere dal criterio divisionale adottato.

Ed infatti, nel momento in cui si procede ad una divisione, l’unica  esigenza irrinunciabile è quella di assicurare a ciascun comproprietario una omogenea quantità di beni mobili ed immobili [4].

Nel caso di specie, tale esigenza era stata rispettata e le parti non avevano subito alcun danno in conseguenza del diverso metodo divisionale adottato dalla Corte d’Appello. Il risultato finale, infatti, non era cambiato ed era stata comunque assicurata a ciascun comproprietario la medesima quantità di beni.  Ecco che allora la parte non ha interesse a dolersi del diverso criterio adottato dal giudice nel procedere alla formazione delle quote.

Il principio di diritto

Da quanto sopra esposto discende quanto segue.

Vero è che, nei casi come quello di specie, l’errore del giudice di primo grado non può essere corretto a prescindere da un’apposita eccezione di parte.

Attenzione però:  se risulta comunque assicurata a ciascun comproprietario la medesima quantità di beni, è del tutto inutile dolersi in ordine alla scelta dell’uno o dell’altro criterio divisionale utilizzato dal giudice.

La circostanza, nella fattispecie, si risolve nell’esercizio della potestà discrezionale del giudice nel procedere alla formazione delle quote.

La Corte di Cassazione, dunque, ha rigettato il ricorso del comproprietario, condannandolo altresì a pagare le spese del giudizio.


In pratica

 

 

[1] Cass. sent. n. 17576/2016 del 05.09.2016.

[2] Cass. sent. n. 1556/1947 del 30.08.1947, confermata dalla sentenza Cass. S.U. n. 2224/1961 del 18.101961, oltreché dalla successiva giurisprudenza maggioritaria.

[3] cfr. Artt. 718 e 727 cod. civ.

[4] Principio da ultimo ribadito da Cass. sent. 5694/2012 del 10.04.2012.

 


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