Accertamento fiscale con redditometro: ho diritto a saperlo prima
Lo sai che?
8 Set 2016
 
L'autore
Redazione
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Accertamento fiscale con redditometro: ho diritto a saperlo prima

Prima che l’Agenzia delle Entrate notifichi un accertamento fiscale, basato sui dati forniti dal redditometro, deve dare al contribuente la possibilità di presentare note e difese.

 
Contraddittorio preventivo: è questa la parola d’ordine quando un contribuente si deve difendere da un accertamento fiscale. Il che significa, in termini pratici, che se l’Agenzia delle Entrate ha notificato la propria richiesta di pagamento senza prima invitare il contribuente a presentare memorie scritte o a comparire personalmente davanti agli uffici per «fornire la sua versione dei fatti», l’accertamento è nullo. Questa regola, purtroppo, secondo la Cassazione, non vale sempre. Si applica

  • per le tasse che ci impone l’Unione Europea (e, quindi, quando si tratta di punire l’evasione dell’Iva)
  • e in tutti quei casi in cui il fisco si presenta a casa del contribuente (ossia in presenza di accessi, ispezioni e verifiche fiscali effettuate nei locali ove il contribuente esercita l’attività imprenditoriale o professionale), rilasciando il famoso pvc (processo verbale di constatazione);

Non si applica invece nel caso di accertamenti a tavolino, cioè quelli che l’Agenzia fa senza muoversi dalla scrivania, sulla base di quello che le suggeriscono i computer e gli algoritmi. Accertamenti che, come è facile intuire, sono la maggior parte.

 

Per fortuna, con una recente sentenza [1], la Suprema Corte ha detto che, nel caso di accertamenti con redditometro, sussiste l’obbligo di contraddittorio preventivo: il contribuente, quindi, che non sia stato informato prima della fine delle indagini fiscali a suo carico, e che quindi non ha avuto la possibilità di difendersi e di produrre giustificazioni, è salvo. Egli può cioè far valere il vizio del procedimento innanzi alla Commissione Tributaria e far annullare l’avviso di pagamento.

 

Per maggiori informazioni sul punto leggi: Prima di un accertamento fiscale devo essere avvisato?.

 

Come abbiamo più volte spiegato su queste stesse pagine, l’accertamento basato sul redditometro è simile, un po’, al funzionamento di una bilancia. L’Agenzia delle Entrate – che sa quanto il contribuente guadagna (o meglio, quanto «dichiara» di guadagnare) verifica le sue spese, specie quelle di maggior valore. Se, da tale confronto, risulta che le uscite superano il 20% delle entrate allora scatta la campanella d’allarme: «come ha potuto – si chiede il fisco – permettersi queste spese, il nostro buon contribuente?».

Il dubbio è ancor più forte quando l’acquisto riguarda beni come auto e case dove non è tanto il costo iniziale dell’oggetto a fare la differenza, quanto piuttosto il suo mantenimento (spese di bollo, assicurazione, condominio, imposte sugli immobili, ecc.). Così, l’Agenzia presume che il contribuente le abbia nascosto dei redditi, ossia abbia commesso un’evasione fiscale. Una presunzione che può essere ovviamente demolita dall’interessato. Ma come?

 

L’Agenzia, dopo aver visto l’allarme di Gerico (così è chiamato il software che elabora i benedetti studi di settore), deve – e a questo punto non può evitare di farlo – chiamare a chiarimenti il contribuente, invitandolo a presentarsi presso gli uffici del fisco e a portare difese, ossia a dimostrare come è riuscito a procurarsi i soldi che gli hanno consentito di sforare i redditi guadagnati. Egli potrà ad esempio dimostrare che ha ricevuto donazioni da parenti o familiari, o che si tratta di redditi non dichiarati perché non soggetti a tassazione (ad esempio una vincita al gioco). È questo il cosiddetto contraddittorio preventivo che, la Cassazione, ha appena detto essere obbligatorio in caso di studi di settore.

 

Solo all’esito di questa fase, l’Agenzia può farsi un’idea e invitare eventualmente (se non soddisfatta dalle risposte) l’accertamento fiscale. In caso contrario tutto il procedimento è nullo e il contribuente non è tenuto a pagare alcunché.


[1] Cass. sent. n. 17720/16.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 


Download PDF SCARICA PDF
 
 
Commenti