Posso filmare babysitter o badante con una telecamera a casa?
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8 Set 2016
 
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Redazione
 


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Posso filmare babysitter o badante con una telecamera a casa?

Ho assunto una colf: di questi tempi si sente sempre più spesso di violenze ai danni di bambini e anziani; posso lasciare in casa accese le telecamere installate contro i ladri per controllare che non commetta reati o non rubi?

 

Il controllo di una persona con una telecamera nascosta, installata e accesa, volta a registrare ciò che fa una persona a sua insaputa, è un problema assai sentito, specie nella nostra società, perché volto da un lato a prevenire il rischio di crimini a volte anche gravi (come nel caso di violenze sui bambini e sugli anziani), dall’altro perché teoricamente confliggente con la privacy e, nel caso di lavoratori come colf, badanti e babysitter, in contrasto con lo Statuto dei lavoratori che vieta controlli a distanza con telecamere e videosorveglianza. Come orientarsi?

 

Il Jobs Act ha parzialmente modificato lo Statuto dei lavoratori liberalizzando l’uso di telecamere e sistemi di videoripresa dei lavoratori a condizione che:

  • il controllo non sia volto a verificare la qualità della prestazione lavorativa (ad esempio: installo la telecamera solo per vedere se la badante è dolce con mio nonno, se esce 10 minuti prima da casa, ecc.), ma solo per evitare il rischio di commissione di reati (ad esempio: la babysitter che picchia il bambino);
  • il controllo sia stato preventivamente autorizzato dalle rappresentanze sindacali o dalla Direzione territoriale del lavoro (Dtl). Si dovrebbe ritenere – essendo, quelli dei lavoratori, diritti “indisponibili” – che anche il semplice consenso informato del dipendente, che accetti espressamente la videoripresa durante le sue attività, non sia di per sé sufficiente ad escludere l’accordo con i sindacati o l’autorizzazione amministrativa della Dtl;
  • il controllo sia volto a salvaguardare l’azienda, la sicurezza del lavoro e del patrimonio aziendale. Le telecamere non devono essere rivolte a verificare la qualità della prestazione lavorativa (insomma, tanto per capirci, esse non possono servire a stabilire chi lavora meglio e col sorriso sulle labbra, e chi invece sbuffa e fa controvoglia il proprio lavoro).

 

In verità, alcune recenti sentenze hanno dimostrato di bypassare questi requisiti se le telecamere nascoste vengono installate per evitare attività potenzialmente criminose: un dipendente che ruba dalla casa o che si appropria di alcuni oggetti del magazzino, una badante che picchia l’anziano, una babysitter che si addormenta davanti alla televisione o che si apparta col fidanzato mentre il bambino piccolo piange nella culla. Tali prove, quindi, anche se acquisite senza il consenso del dipendente e dei sindacati, possono essere utilizzate in un eventuale processo penale contro il dipendente infedele [1].

 

Proprio con riguardo al caso della baby sitter, una importante sentenza del Tribunale di Milano [2], abbastanza recente, ha sdoganato l’uso delle telecamere per filmare badanti, domestiche e, appunto, baby sitter, ma a condizione che le stesse siano state predisposte per tutelarsi dai ladri. La colf, insomma, secondo la pronuncia in commento, ben può essere filmata e registrata a sua insaputa con le telecamere della videosorveglianza di casa, installate per evitare che eventuali rapinatori possano accedere nel domicilio quando la famiglia è assente. E ciò perché lo scopo delle stesse è prevenire la commissione di reati e non controllare l’operato del lavoratore.

 

E che succede per chi è semplicemente insoddisfatto dell’opera della badante e la vuole licenziare di punto in bianco? Il contratto collettivo nazionale delle colf prevede, eccezionalmente, il recesso libero – ossia senza giusta causa o giustificato motivo – purché sia dato il preavviso. Insomma, non valgono le comuni regole dei dipendenti che difficilmente possono essere licenziati.

 


La sentenza

Tribunale Milano, sez. lav., 29/07/2014, (ud. 29/07/2014, dep.29/07/2014),  n. 2517

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO e MOTIVI DELLA DECISIONE

Ritiene questo giudice che le domande svolte in ricorso debbano trovare accoglimento nei limiti di seguito indicati.

La ricorrente ha dedotto di aver prestato attività, dal (omissis…) al (omissis…), con mansioni di baby sitter, presso l’abitazione del resistente.

Ha dedotto la natura subordinata a tempo indeterminato del rapporto di lavoro, con previste 40 ore settimanali prestate dal lunedì al venerdì dalle 10:30 alle 19:30 con un’ora di pausa (punto 2 pag. 1 ricorso e punto 5 pag. 2 ricorso).

Ha lamentato la presenza di telecamere all’interno dell’abitazione del resistente, ove la stessa prestava la propria attività lavorativa, e l’utilizzo delle telecamere per sorvegliare l’attività della lavoratrice, deducendo quindi la violazione dell’art. 4 L. n. 300 del 1970.

Ha dedotto l’esistenza di un licenziamento ritorsivo, quale reazione del datore di lavoro alla “richiesta di chiarimenti in ordine alla ripresa videografica” (pag.9 ricorso).

Ha prodotto la ricorrente la lettera di licenziamento (omissis…), con la quale il resistente comunicava l’intervenuto licenziamento con

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[1] Cass. sent. n. 2890/2015. Sono utilizzabili nel processo penale, ancorché imputato sia il lavoratore subordinato, i risultati delle videoriprese effettuate con telecamere installate all’interno dei luoghi di lavoro ad opera del datore di lavoro per esercitare un controllo per tutelare il patrimonio aziendale messo a rischio da possibili comportamenti infedeli dei lavoratori, in quanto le norme dello Statuto dei lavoratori poste a presidio della loro riservatezza non proibiscono i cosiddetti controlli difensivi del patrimonio aziendale e non giustificano pertanto l’esistenza di un divieto probatorio.

[2] Trib. Milano, sent. n. 2517/2014.

 


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