Dire puttaniere a un uomo non è sempre diffamazione
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8 Set 2016
 
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Redazione
 


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Dire puttaniere a un uomo non è sempre diffamazione

Per far scattare la diffamazione davanti a terzi è necessario valutare il contesto e il significato dell’offesa.

 

Tradita e abbandonata: un impulso quasi naturale chiamare l’ex marito «puttaniere» dinanzi al figlio e alla sua nuova compagna. Ma per la Cassazione questa frase, detta in questo contesto, non ha carattere offensivo e, quindi, non integra la diffamazione. Tutto infatti dipende dalle modalità e dal significato che si è voluto attribuire alla parola.

 

La diffamazione scatta solo quando la frase offensiva sconfina in una gratuita aggressione verbale nei confronti del soggetto criticato, volta solo a umiliarlo, deriderlo pubblicamente o ad aggredirlo. Quando invece, non c’è questo intento, la parola, seppur volgare e poco ortodossa, non ha connotazioni penali.

 

In particolare, la parola puttaniere – continua la Cassazione – può avere, nel gergo comune, diversi significati. Di certo uno offensivo: di persona dedita alla frequentazione di prostitute. Ma anche uno descrittivo, un po’ ironico certo, ma corrispondente a una situazione di fatto: quella di donnaiolo, playboy o uomo alla perenne ricerca di avventure amorose frivole e passeggere. Un’accezione quest’ultima che è possibile ritrovare anche nel vocabolario della lingua italiana.

Dunque la stessa parola può assumere un significato diffamante e uno non: a seconda dell’intento di chi l’ha proferita. Tutto quindi dipende dalla situazione concreta in cui la frase è stata pronunciata e delle modalità. Situazione che il giudice è chiamato a verificare ed all’esito della cui analisi emettere il giudizio di colpevolezza o di innocenza.

 

Nel caso in esame la Suprema Corte ha ritenuto che la donna, nel chiamare puttaniere l’ex marito, volesse solo additargli facili costumi e una volubilità non compatibile con gli impegni che il matrimonio impone. Sicché non c’era intento diffamatorio ma solo «descrittivo».

 

Il giudice del merito, nel riesaminare il caso, dovrà tener conto di tali principi. Il collegio accoglie il ricorso della donna.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 24 giugno – 8 settembre 2016, n. 37397
Presidente Fumo – Relatore Vessichelli

Ritenuto in fatto

1. Propone ricorso per cassazione S. C., avverso la sentenza del Tribunale di Teramo in data 10 aprile 2015 con la quale è stata confermata quella di primo grado, di condanna in ordine al reato di diffamazione commesso il 15 novembre 2011 in danno di G.A. A.
L’imputata è stata condannata alla pena della multa e al risarcimento del danno per avere dichiarato a due diverse persone- figlio proprio e della vittima nonchè relativa fidanzata – che il G. era un puttaniere.
La tesi dell’imputata- disattesa dal giudice dell’appello per essere, l’espressione, ritenuta caratterizzata da incontinenza- era quella di aver esercitato il diritto di critica nei confronti del marito di cui essa aveva scoperto una convivenza more uxorio, oggetto dei commenti all’interno della propria stretta cerchia familiare.
2. Deduce il vizio della motivazione con riferimento sia al mancato riconoscimento della scriminante dell’esercizio del diritto di critica sia, in subordine, al mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto ai sensi dell’articolo 131 bis CP.
II giudice dell’appello aveva omesso di

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[1] Cass. sent. n. 37397/16 dell’8.09.2016.

 


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