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Lo sai che? Pubblicato il 8 settembre 2016

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Lo sai che? Prima del fallimento, vietato prelevare dal conto della società

> Lo sai che? Pubblicato il 8 settembre 2016

Scatta la bancarotta per distrazione nei confronti dell’imprenditore che, prima del fallimento, preleva dal conto della società senza giustificazioni.

Quando la nave minaccia di affondare c’è la corsa al salvagente: ma se è vero che il capitano è l’ultimo a lasciare la barca, è anche vero che l’imprenditore, quando la società sta per fallire, non può prelevare dai conti correnti sociali somme senza darne giustificazione. Questo perché, se davvero dovesse successivamente scattare il fallimento, per lui scatterebbe anche l’incriminazione penale di bancarotta per distrazione. A ricordarlo è una recente sentenza del Tribunale di Taranto [1].

Secondo il giudice pugliese, commette il reato di bancarotta per distrazione l’imprenditore che, prima della dichiarazione di fallimento, preleva denaro da uno o più conti correnti intestati alla società senza fornire una giustificazione contabile sull’effettiva destinazione delle somme.

L’illecito penale in commento scatta tutte le volte in cui l’imprenditore commette un qualsiasi atto di disposizione dei beni dell’azienda (così la vendita o la donazione di beni dell’azienda o il prelievo dalle casse) anche se non è ancora intervenuta la dichiarazione di fallimento purché sia percepibile lo stato di irreversibile crisi dell’azienda e tale atto dell’imprenditore causi depauperamento del patrimonio societario.

Per salvarsi dalla condanna allora l’imprenditore dovrebbe dimostrare che il prelievo è volto a far fronte ai numerosi debiti e, quindi, a soddisfare le ragioni dei creditori.

note

[1] Trib. Taranto, sent. n. 552/2016 del 16.05.2016.

Tribunale di Taranto – Sezione I penale – Sentenza 16 maggio 2016 n. 552

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI TARANTO

PRIMA SEZIONE PENALE

in composizione collegiale

Dr. Alessandro De TOMASI Presidente

Dr. Paola R. INCALZA Giudice

Dr. Benedetto RUBERTO Giudice est.

all’udienza del 26/02/2016

con l’intervento del Pubblico Ministero Dr.ssa Giovanna CANNARILE

l’assistenza del cancelliere Sig. Benedetto DE BENEDICTIS

Ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

Nel processo penale a carico di

1) Ca.Gi., nato (…), residente a Grottaglie in Contrada (…) s.n.c. – libero assente già contumace 2) Fr.Do., nato (…), residente a Taranto alla Via (…)

– libero assente già contumace –

3) Va.Ve., nata (…), residente a Leporano alla Via (…)

– libera assente –

4) Lo.Fr., nato (…) ivi residente in Viale (…).

– libero assente –

IMPUTATI

In ordine ai seguenti reati: Ca.Gi.:

  1. A) Reato di cui agli artt. 216 comma 1 n. 1, 219 comma 1 e comma 2, 223 R.D. 16 marzo 1942 n. 267 perché, quale legale rappresentante della società TE. S.r.l. dichiarata fallita con sentenza del tribunale di Taranto del 4.11.2005 distraeva in pregiudizio dei creditori attività aziendali così determinate: Euro 2.744,720,00 relativi a crediti verso clienti, Euro 243.733,50 per prelevamenti a mezzo bonifici e assegni circolari disposti in suo favore sul conto corrente (…) acceso presso la Ba.An. ed intestato alla società fallita, Euro 399.849,00 per prelevamenti di contante operati sullo stesso c/c, Euro 13.076,74 per prelevamenti di contante effettuati sul conto corrente (…) acceso presso la Ba.Po. ed intestato alla società fallita, Euro 384.800,00 per prelevamenti in contanti effettuati sul conto corrente n. (…) acceso presso Ba.Un. ed intestalo alla società fallita, Euro 234.800,00 per prelevamenti a mezzo di assegni bancari emesso in favore di esso Ca.Gi., Euro 300.000,00 relativi ad assegni per pari importo rilasciati dalla Be.Pr. s.a.s. in favore della fallita Te., oltre alla somma di Euro 477.016,00 relativa a disponibilità di cassa.

Ca.Gi. e Fr.Do.;

  1. B) Reato di cui agli artt. 110 c.p. ,216 comma 1 nn. 1, 219 comma 1 e comma 2, 223 R.D. 16 marzo 1942 n. 267 perché, in concorso tra loro, il CA. nella qualità di legale rappresentante della società TE. S.r.l. dichiarata fallita con semenza del tribunale di Taranto del 4.11.2005 ed il FR. quale legale rappresentante della AL. s.r.l. (società comunque ricollegabile al CA., essendo costui dipendente con mansioni dirigenziali della AL., il FR. ex dipendente della fallita TE. e partecipando al capitale sociale della AL. Ca.Ra., figlio di Ca.Gi.) distraevano in pregiudizio dei creditori beni ed attrezzatine (del valore di Euro 1.102.422,00) della fallita TE., cedute da questa alla AL. S.r.l.

In Taranto, sentenza dichiarativa di fallimento del 4.11.2005

Ca.Gi.

  1. c) Reato di cui agli artt. 110 c.p., 216 comma 1 n. 1, 219 comma 1 e comma 2, 223 R.D. 16 marzo 1942 n. 267 perché, in concorso con So.Fa. (per il quale si è proceduto separatamente) ed agendo il CA. nella qualità di legale rappresentante della società TE. S.r.l. dichiarata fallita con sentenza del tribunale di Taranto del 4.11.2005, sottraevano in pregiudizio dei creditori la somma di Euro 9.000,00 pagata senza titolo dal CA. al BO.

Ca.Gi. – Va.Ve.:

  1. D) Reato di cui agli artt. 110 c.p., 216 comma 1 n. 1, 219 comma 1 e comma 2, 223 R.D. 16 marzo 1942 n. 267 perché, in concorso tra loro ed agendo il CA. nella qualità di legale rappresentante della società TE. S.r.l. dichiarata fallita con sentenza del tribunale di Taranto del 4,11.2005, sottraevano in pregiudizio dei creditori la somma di Euro 81.651,00 pagata senza titolo dal CA. alla VA.

Capi: E). F). G), H), I), L), M), N) e O) per i quali si è proceduto separatamente

Ca.Gi. – Lo.Fr.:

  1. P) Reato di cui agli artt. 110, 367, 61 n. 2 c.p. perché il LO. – con il concorso morale del CA. – denunciava falsamente il furto delle scritture contabili della società TE. S.r.l.; il fatto commettendo al fine di eseguire i reati di cui ai capi Q) ed R) e per conseguirne l’impunità.

Ca.Gi. – Lo.Fr.:

  1. Q) Reato di cui agli artt. 110 c.p, e 216 comma 1 n. 2, 219 comma 1 e comma 2, 223 R.D. 16 marzo 1942 n. 267 perché, in concorso tra loro il CA. quale legale rappresentante della società TE. S.r.l. dichiarata fallita con sentenza del tribunale di Taranto del 4.11.2005 ed il LO. quale autore della falsa denuncia di flirto di cui al capo che precede, sottraevano o distruggevano le scritture contabili della TE., allo scopo di procurarsi un ingiusto profitto in danno dei creditori e di rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari. In Taranto, sentenza dichiarativa di fallimento del 4.11.2005 Ca.Gi. – Lo.Fr.:
  2. R) Reato di cui agli artt 110 c.p. e 10 D. Lvo 10 marzo 2000 n. 74 perché in concorso tra loro ed attraverso la presentazione della falsa denuncia di furto di cui al precedente capo P), al fine di consentire alla TE. S.r.l. l’evasione delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto, occultavano o comunque sottraevano le scritture contabili della detta società.

CA.:

  1. S) Reato di cui all’art. 4 D.Lgs. 10 marzo 2000 n. 74 perché nella qualità di legale rappresentante della TE. S.r.l. indica nelle dichiarazioni annuali ai fini dell’Imposte sui redditi e dell’IVA relative all’anno d’imposta 2003, elementi negativi di reddito non deducibili, così da determinare evasione d’imposta superiore ad Euro 103.291,38 ed una sottrazione di materia imponibile superiore al 10% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione.

CA.Gi.:

  1. T) Reato di cui all’art. 5 D.Lgv. 10 marzo 2000 n. 74 perché nella qualità di legale rappresentate della TE. S.r.l. ometteva di presentare la prescritta dichiarazione ai fini delle imposte sul reddito e dell’IVA relativa all’anno 2004, omettendo di dichiarare elementi positivi di reddito per Euro 6.888.134,00 ed imposta sul valore aggiunto per Euro 1.377.626,80. In Taranto nell’anno 2004

Con le aggravanti: per Ca.Gi. in relazione ai capi A – B – C – D – Q – di avere commesso più fatti di bancarotta; per CA., FR., VA. (in riferimento ai capi A – B – C – D -) di avere cagionato danno patrimoniale, rilevante.

Recidiva nel quinquennio per Ca.; recidiva per D’I.;

Con l’intervento dei difensori:

– Avv. Ra.St., difensore d’ufficio – assente per Ca.Gi.;

– Avv.ti Ma.Sa. e Ga.Vi., difensori di fiducia – entrambi assenti per Fr.Do.;

– Avv. Mi.Im. (foro di Roma), difensore di fiducia – assente e Avv. Lu.Es., difensore di fiducia – assente, sostituito con delega orale dall’Avv. Ma.La. – presente per Va.Ve.;

– Avv. Ma.Sa., difensore di fiducia – assente per Lo.Fr.

In sostituzione dei difensori assente e non diversamente sostituiti, viene nominato ex art. 97, IV co. c.p.p. dall’Avv. Ro.Le. – presente.

La Parte Civili: Te.Ro. – assente, rappresentato e difeso dall’Avv. Gi.Pi. – assente, sostituito con delega orale dall’avv. Ad.Mi.

– presente –

MOTIVAZIONE

Con decreto emesso il 29 aprile 2010 Ca.Gi., Fr.Do., Va.Ve. e Lo.Fr. venivano citati a comparire innanzi al Tribunale di Taranto, per rispondere dei reati a loro rispettivamente ascritti in rubrica.

In sede di udienza preliminare (durante la quale vi è stata una sospensione dei termini di prescrizione della durata di mesi 2 e giorni 23) Te.Ro., nella sua qualità di curatore del fallimento Te. s.r.l., si costituiva parte civile.

All’udienza del 2.07.2010, dichiarata la contumacia di Fr.Do., Va.Ve. e Lo.Fr., il Tribunale disponeva la rinnovazione della notifica del decreto introduttivo del giudizio nei confronti del CA. e rinviava il processo all’udienza del 14.04.2011 nel corso della quale, dichiarata la contumacia anche di Ca.Gi. e risolte alcune questioni preliminari sollevate dai difensori degli imputati, si procedeva all’apertura del dibattimento ed all’ammissione delle prove richieste dalle parti.

L’istruttoria dibattimentale proseguiva, quindi, nelle udienze del 10.06.2011 e del 17.02.2012 con l’esame del teste del PM, maresciallo Ah.Ub., rinviandosi il controesame delle difese alla successiva udienza del 13.07.2012, su istanza delle medesime (con sospensione dei termini prescrizionali ex art. 159 c.p.).

All’udienza del 22.03.2013 si procedeva all’esame del teste Lo.Te. ed all’acquisizione di alcuni documenti (anche ex artt. 493 co. 3 e 500 co. 7 c.p.p.), mentre all’udienza del 22.10.2013 veniva esaminato il consulente tecnico del PM (con la conseguente formale acquisizione al fascicolo dibattimentale, ex artt. 501 e 511 c.p.p., del suo elaborato scritto, già prodotto all’udienza del 10.06.2011) e su richiesta del PM veniva acquisito, ai sensi dell’art. 513 c.p.p., il verbale dell’interrogatorio sostenuto dal CA. in fase di indagini preliminari innanzi al pubblico ministero procedente.

Rinviata su istanza di parte l’udienza del 28 marzo 2014 (con sospensione dei termini prescrizionali ex art. 159 c.p.), all’udienza del 17.10.2014 il Tribunale dichiarava la decadenza della difesa del CA. dal diritto di assumere la prova testimoniale richiesta, non avendo provveduto alla citazione dei propri testi (cfr. Cass. sent. n. 14439/2013 e Cass. Sez. 6, sentenza n. 2324 del 07/01/2015) ed acquisiva, ex art. 513 c.p.p., i verbali degli interrogatori di Fr.Do. e Va.Ve. nonché il verbale dell’interrogatorio di garanzia reso dal CA. il 23.02.2007 (essendo stato sottoposto, in questo procedimento, a misura cautelare). Nel corso della successiva udienza del 20.02.2015, revocata la contumacia di Va.Ve. e Lo.Fr. – presenti in aula – venivano escussi, quali testi a discarico, Ar.St. e Sc.Ch., mentre all’udienza del 22.05.2015, dopo la nomina di un nuovo difensore d’ufficio in favore di Ca.Gi. (per effetto delle rinunce dei suoi difensori di fiducia), veniva esaminato il teste Me.Fr.

All’udienza del 6.11.2015, dichiarata chiusa l’istruttoria dibattimentale, le parti venivano ammesse alla discussione, nel corso della quale venivano acquisite le memorie a firma del PM e di Ca.Gi. (con allegati documenti); all’esito il PM chiedeva un rinvio per poter procedere ad eventuali repliche e, nella successiva udienza del 26.02.2015, dato atto che nessuna delle parti intendeva esercitare tale facoltà, il Collegio si ritirava in camera di consiglio, dando poi pubblica lettura del dispositivo.

Ca.Gi. deve essere dichiarato responsabile dei reati di bancarotta fraudolenta a lui ascritti nei capi a) (ad eccezione dei fatti di bancarotta relativi alla distrazione dei crediti verso clienti ed alla distrazione della disponibilità di cassa), b), c) e q) (in esso assorbito il delitto ex art. 10 D.Lgs. 74/2000 di cui al capo r); va invece assolto, ai sensi dell’art. 530co.2 c.p.p., dagli ulteriori addebiti sub capo a) nonché, unitamente a Va.Ve., dal reato di bancarotta fraudolenta contestato nel capo d), perché il fatto non sussiste; Fr.Do. e Lo.Fr. devono essere ritenuti colpevoli dei reati di bancarotta a loro rispettivamente ascritti nei capi b) e q) (in esso assorbito il suddetto delitto di cui al capo r); in ordine alle residue imputazioni contenute nei capi p), s) e t) va invece dichiarato il non doversi procedere nei confronti degli imputati, per intervenuta prescrizione dei reati.

Il presente procedimento ha preso avvio dopo il fallimento della società Te. S.r.l., dichiarato dal Tribunale di Taranto con sentenza del 4.11.2015, su ricorso della Fl. S.p.A.

Dall’analisi complessiva:

– della relazione redatta ex art. 33 L. F. dal curatore fallimentare, dr. Te.Ro. e delle dichiarazioni rese in fase di indagine dallo stesso dr. Termite (acquisite su accordo delle parti all’udienza del 14.01.2011);

– delle testimonianze del Maresciallo della G.d.F. Al.Ub. e di Lo.Te. (ex progettista del CA., il cui verbale di sommarie informazioni è stato acquisito su accordo delle parti all’udienza del 22.03.2013, unitamente ai documenti prodotti dal Lo. ai verbalizzanti);

– delle risultanze della relazione di consulenza tecnica (e dei documenti ad essa allegati) elaborata dal consulente del PM, dr. Ni.Br. e da costui confermata nell’istruttoria dibattimentale;

– della documentazione prodotta dal PM il 14.01.2011 ed il 10.06.2011;

emerge pacificamente quanto segue.

La società Te. S.r.l. era stata costituita in data 27 ottobre 1998. Il capitale sociale, fissato al momento della costituzione in Lire 150.000.000, era stato diviso tra Ca.Gi. e St.Gi. per le rispettive quote di Lire 142.500.000 e di Lire 7.500.000. All’epoca del fallimento le quote dei soci risultavano distribuite tra Ca.Gi. e tale Sc.An., per valori nominali rispettivamente pari a Euro 72.675,00 ed Euro 3.825,00.

L’oggetto sociale della Te. S.r.l., come da certificato camerale estratto dalla Camera di Commercio di Taranto, risultava essere la fabbricazione di strutture metalliche o parti di esse e la fabbricazione di altri articoli in materie plastiche (ad es. vetroresina). L’impresa, quanto meno sino al 2003, aveva avuto un rilevante volumi di affari, grazie alle committenze ricevute dallo stabilimento IL. di Taranto (cfr. verbale di sommarie informazioni testimoniali rese il 31.10.2006 da Lo.Te., ex direttore tecnico della Te., acquisite agli atti del fascicolo dibattimentale su accordo delle parti ex artt. 493 co. 3 e 500 co. 7 c.p.p. all’udienza del 22.03.2013). La sede sociale, originariamente collocata in Viale (…), in data 23 maggio 2000 – a seguito di assemblea straordinaria – era stata trasferita in via (…). La S.r.l. era gestita da un amministratore unico al quale erano conferiti ampi e illimitati poteri di gestione ordinaria e straordinaria, nonché la firma sociale e la rappresentanza legale. Gli amministratori della società, nel periodo compreso tra la data di costituzione e il fallimento (rispettivamente il 27.10.1998 e il 4.11.2005), risultavano essere: Stasi Giuseppe, amministratore unico dal 27.10.1998 al 14.03.2001 e Ca.Gi., amministratore unico dal 15.03.2001 al 4.11.2005.

Una delle dipendenti della Te. S.r.l. era Va.Ve., la quale aveva svolto mansioni di impiegata amministrativa, collaborando alla gestione della contabilità interna dell’azienda e curando le relazioni con gli istituti di credito con cui la società intratteneva rapporti finanziari.

Dopo la dichiarazione di fallimento, il curatore nominato dal Tribunale, dr. Te.Ro., non aveva rinvenuto alcuna documentazione contabile relativa alla società fallita. Successivamente il curatore aveva appreso che in data 23.11.2005 Lo.Fr. aveva denunciato il furto ad opera di ignoti della (…) tg. (…) avvenuto il giorno prima, tra le ore 23.00 e le ore 23.30 in Taranto, sulla via (…); all’interno del veicolo, secondo il demandante, si trovavano alcune “masserizie provenienti da un trasloco” che egli stava effettuando per conto di Ca.Gi., e in particolare (oltre ai documenti del veicolo) un televisore di circa 21 pollici, una videocamera ed una macchina fotografica, nonché “tutta la documentazione contabile della società…. Te. S.r.l.”.

Pertanto il curatore aveva cercato di ricostruire il patrimonio e la movimentazione degli affari della società esclusivamente in base ai beni rinvenuti in sede di redazione dell’inventario ed alla documentazione bancaria riguardante i rapporti ancora pendenti con la Ba.An. e la Mo.Pa.. j;

Gli unici beni costituenti l’attivo fallimentare erano consistiti nell’autoveicolo (…) (del valore di 13.500 Euro), in un fabbricato ubicato in agro di Crispiano (su cui insisteva diritto di prelazione della banca Mp.) ed in altro fabbricato sito a Taranto, via (…), oggetto di contenzioso con la società che lo aveva concesso in leasing.

Per quanto concerne il passivo, vi erano state domande di insinuazione per complessivi Euro 1.340.000,00 (di cui circa 300.000 Euro riferibili alla So. S.p.A. Euro 450.000,00 circa riferibili a crediti delle predette banche e 600.000 Euro relativi ad un presunto credito della società finanziaria Be.Pr. di Bari).

Il curatore (che non aveva rinvenuto alcun bene strumentale della società fallita) aveva inoltre appreso che in data 30.11.2005 era stata presentata da Fr.Do., legale rappresentante della Al. s.r.l., una denuncia di furto riguardante quattro ponti mobili con relativi tralicci in ferro, compresi di motori elettrici, di proprietà della Te., attrezzatura palesemente insufficiente per l’esercizio dell’attività aziendale.

A tale riguardo è sufficiente rilevare che Lo.Te., nel verbale di ss.ii. del 31.10.2006, ha definito le attrezzatture e gli impianti produttivi della Te. “importanti e costose”, ricordando che tra essi figuravano una “grossa cesoia elettrica ed un impianto per la sabbiatura dei manufatti” e un’autogru denominata tecnicamente “Sk.”; tali macchinari erano stati allocati in un grande capannone industriale sito nell’area P.I.P. di Statte ed erano stati utilizzati per l’attività di produzione e montaggio industriale prevalentemente nella sede jonica dell’Uva. Durante la procedura fallimentare veniva, altresì, svolta dal nucleo provinciale della Polizia Tributaria di Taranto una indagine parallela, riguardante gli adempimenti fiscali e alcune operazioni sospette della società fallita e di altre imprese gestite dal CA. (tanto che il curatore metteva a disposizione dei militari della G.d.F. la documentazione acquisita).

L’esito di tali indagini (su cui ha riferito il maresciallo Al. in dibattimento) ha determinato l’imputazione a carico del CA., in concorso con Lo.Fr., anche del reato di occultamento e/o sottrazione delle scritture contabili della Te. S.r.l., (reato che, come si preciserà innanzi, deve considerarsi tuttavia assorbito nel più grave delitto di bancarotta fraudolenta documentale ex art. 216 co. 1 n. 2 r.d. 267/1942) nonché, a carico del solo CA., dei delitti previsti dagli artt. 4 e 5 D.Lgs. 74/2000, non più perseguibili perché prescritti alla data della pronuncia della sentenza (cfr. infra).

Le indagini della Guardia di Finanza (attraverso le quali sono stati acquisiti ulteriori documenti riguardanti i rapporti intrattenuti dalla Te. S.r.l. con la società Al. S.r.l., oggetto della produzione del PM del 14.01.2011 e del 10.06.2011) sono state comunque utili per la successiva analisi effettuata dal consulente del PM sulla gestione della società, ai fini della individuazione dei fatti di bancarotta contestati nel presente procedimento.

Il c.t. del PM, dr. Ni.Br., ha avuto modo di esaminare, oltre alla documentazione bancaria reperita del curatore fallimentare (nonché dalla G.d.F.) e ai documenti formati dagli organi fallimentari (inventario e stato passivo), anche i bilanci della società depositati presso il Registro delle Imprese tenuto presso la locale Camera di Commercio (relativi agli esercizi 2000, 2001, 2002 e 2003), mentre gli ulteriori documenti contabili relativi alla società fallita, come già esposto, non sono mai stati reperiti, essendone stato denunciato il relativo furto da parte di Lo.Fr.

Si rileva, peraltro, che per l’esercizio 2003 risultano essere stati depositati presso il Registro delle Imprese due bilanci, approvati dall’assemblea dei soci rispettivamente il 30.06.2004 e il 23.11.2004; il secondo deposito era stato motivato dalla necessità di correggere un “mero errore materiale” effettuato in sede di redazione del primo bilancio ma, di fatto, vi era stata una sostituzione integrale del primo documento contabile, dal momento che nel bilancio approvato il 23.11.2004 veniva riportato un utile di esercizio pari a Euro 138.227,00 anziché una perdita di Euro 446.012,00, come risultante dal precedente bilancio approvato dall’assemblea dei soci il 30 giugno 2014.

Ebbene, le indagini della Guardia di Finanza e la successiva analisi del consulente tecnico del PM, per quello che interessa in questa sede processuale, hanno sostanzialmente riguardato:

1) i rapporti economici intrattenuti dalla Te. S.r.l. con la società Al. S.r.l.;

2) i conti correnti bancari intestati alla Te. S.r.l.;

3) i rapporti economici intrattenuti dalla società fallita con la Be.Pr. S.a.s. e con la Mp. S.p.A. (ma con riferimento a tali rapporti il PM non ha inteso contestare al CA. fatti di distrazione o comunque condotte penalmente rilevanti, per cui non saranno oggetto di trattazione in sentenza);

4) le presunte distrazioni di crediti verso terzi della Te. e di somme liquide della società da parte di Ca.Gi.

Cominciando ad esaminare i rapporti intercorsi, tra la Te. S.r.l. e la Al. S.r.l., va premesso che la Guardia di Finanza, al fine di verificare la regolarità dei rapporti economici tra le due S.r.l., aveva eseguito un controllo incrociato, presso il tenutario delle scritture contabili delle due società, accertando che la società fallita aveva emesso nei confronti della Al. S.r.l. nel corso dell’anno 2005, cinque fatture e, precisamente, la n. 13/05 del 28.02.2005, la n. 15/05 del 30.04.2005, la n. 18/05 del 15.06.2005, la n. 19/05 del 14.07.2005 e la n. 22/05 del 30.09.2005 (cfr. documenti acquisiti all’udienza del 10.06.2011); tali fatture dimostravano la cessione, da parte della Te. S.r.l. in favore della controparte, della quasi totalità dei beni e delle attrezzature necessari per lo svolgimento dell’attività aziendale; il prezzo complessivo dei beni (Iva inclusa) era pari ad Euro 1.020.822,00.

Le attrezzature risultavano essere state effettivamente consegnate alla società Al., il cui rappresentante legale, Fr.Do., durante le indagini aveva consegnato alla GDF le ricevute di pagamento rilasciate dal CA. in relazione alle fatture sopra indicate (cfr. allegato n. 34 alla c.n.r. prodotto dal PM all’udienza del 10.06.2011).

Inoltre aveva fornito agli inquirenti delle indicazioni sulle modalità di pagamento della merce (cfr. pag. 35 – 37 della consulenza del dr. Br.), che sarebbe avvenuto in contanti, con bonifici o assegni (circa 10) e, per lo più, con l’emissione di cambiali, parecchie delle quali riportanti una data di scadenza successiva alla dichiarazione di fallimento, precisamente tutte quelle emesse a partire dal 10.08.2005 (27 cambiali risulterebbero addirittura emesse dopo il fallimento, tra l’8.11.2005 ed il 12.07.2006).

Sennonché tali pagamenti non erano stati annotati nella contabilità della Al. S.r.l. a dire del FR. per “problemi” insorti con il proprio consulente.

Premesso che la suddetta cessione, a causa della sua consistente portata – avendo riguardato sostanzialmente tutti i beni (lamiere, furgoni, ponteggi, scaffalature, materiale elettrico, carrelli elevatori, ecc.) utilizzabili per la produzione – aveva messo in discussione la sopravvivenza della Te. S.r.l. (la cui operatività era senza dubbio legata alla disponibilità delle attrezzature cedute) ed era avvenuta in prossimità della declaratoria di fallimento, non può non rilevarsi come non sia in alcun modo emerso, né in fase di indagine, né durante il dibattimento, che il prezzo dei beni sia stato effettivamente corrisposto alla Te., ove si consideri: che non sono state rinvenute scritture contabili e documenti relativi alla società fallita; che alcuni titoli di pagamento recavano date di scadenza successive al fallimento (e pertanto non potevano essere riscossi dal fallito); che circa 350.000 Euro sarebbero stati pagati in contanti e non è stato mai compiutamente dimostrato che tali somme siano effettivamente confluite nei conti correnti della Te..; che la società venditrice non ha chiesto alcuna garanzia per l’effettivo pagamento del corrispettivo. Peraltro gli inquirenti e il consulente tecnico del PM hanno rilevato l’esistenza di un “rapporto di riferibilità”, tra la Te. S.r.l. e la Al. S.r.l., dato che i soci di quest’ultima erano Fr.Do., già dipendente della Te. S.r.l. e Ca.Ra., figlio di CA.Gi. e considerato altresì che il CA. era anche dipendente e dirigente della Al. S.r.l.

Alla luce delle esposte considerazioni, deve quindi concludersi che la vendita delle attrezzature alla società AL. S.r.l. tenuto conto della mancanza di un interesse sottostante della società poi fallita al trasferimento dei beni necessari alla propria operatività, ha avuto come unica conseguenza la sostituzione di beni e materie prime con un credito di Euro 1.102.422,00 che non risulta peraltro riscosso dalla Te. (la quale non ha neanche chiesto il supporto di idonee garanzia a tutela della sua effettiva soddisfazione).

Per quanto concerne le indagini di cui al punto 2), concernenti i conti correnti bancari intestati alla Te. s.r.l., la G.d.F. aveva accertato che il CA. – prima del fallimento – aveva prelevato a titolo personale dai suddetti conti somme di denaro per complessivi Euro 1.328.222,50. Il c.t. del PM, esaminando la documentazione bancaria allegata all’informativa della G. di F. relativa a rapporti di conto corrente intrattenuti dalla società fallita presso istituti di credito siti in Taranto quali Ba.An. Ba.Po., Un.Ba. e verificando in modo analitico le operazioni descritte negli estratti conto bancari e nonché le copie “recto – verso” degli assegni bancari tratti su detti conti correnti ha rilevato che:

– i prelevamenti eseguiti da Ca.Gi. sul conto corrente n. (…) acceso presso la Ba.An. ammontavano complessivamente a Euro 4.108.671,81, di cui Euro 399.849,00 in denaro contante ed Euro 243.733,50 con bonifici e assegni a sé intestati, con saldo a debito della TE. S.r.l. pari a Euro 77.457,23;

– i prelevamenti eseguiti dal CA. sul c.c. n. (…) acceso presso la Ba.Po. ammontavano complessivamente a Euro 459.003,75 (di cui Euro 13.076,74 in denaro contante), con saldo a debito della TE. s.r.l. di Euro 469,23;

– i prelevamenti eseguiti dal CA. sul c.c. n. (…) acceso presso la Ba.Un. (estinto il 9.11.2004) ammontavano complessivamente a Euro 3.179.753,38 (di cui Euro 384.800 in denaro contante.

Dalla documentazione esaminata il consulente non è stato in grado di accertare la destinazione delle somme prelevate dal CA. in suo favore, ipotizzando a suo carico la distrazione delle somme medesime (Euro 399.849,00 – Euro 243.733,50 – Euro 13.076,74 – Euro 384.800).

A seguito dell’esame delle copie recto – verso degli assegni bancari acquisiti, di importo complessivamente pari ad Euro 1.223.989,00, il dr. Bruni ha poi evidenziato che alcuni titoli erano in realtà collegati a conti correnti intestati a Ca.Gi. (in proprio) e alla En. S.r.l. (cfr. pagg. 149 e ss. della consulenza e documenti prodotti il 10.06.2011 dal PM), precisando che questi ultimi, in quanto non rientranti nel patrimonio della Te. S.r.l., dovevano essere esclusi dalle indagini relative all’accertamento dei fatti di distrazione.

Con riferimento, invece, agli assegni bancari tratti sui tre conti correnti della Te. S.r.l. nel periodo che va dal 2003 al 2006, il consulente ha rilevato che il 23.09.2003 era stato emesso un assegno bancario di importo pari ad Euro 9000,00 in favore di Bo.Fa., che tra il 24.03.2003 ed il 10.02.2005 erano stati emessi 24 assegni bancari, di importo complessivamente pari ad Euro 2.34.338,00, in favore di Ca.Gi. e che tra il 7 luglio 2003 ed il 27 maggio 2004 erano stati emessi 7 assegni bancari in favore di Va.Ve., per complessivi Euro 81.651,00: in tutti i casi si è trattato di operazioni con causali non specificate e non evincibili dagli atti.

Passando ad esaminare il punto 3), ossia i rapporti economici tra la società fallita e la Be.Pr. S.a.s., gli accertamenti espletati dalla G. di F. avevano già rilevato che quest’ultima aveva consegnato alla Te. S.r.l., per lavori commissionati, l’importo di Euro 300.000,00 (con sei assegni circolari di uguale importo datati 20.04.2004). Successivamente la Be.Pr. aveva avanzato domanda di ammissione al passivo (respinta dal giudice fallimentare, perché ritenuta non sufficientemente provata) per un credito pari a Euro 600.000,00, quale doppio della caparra confirmatoria di Euro 300.000,00 asseritamente versata.

Il c.t. del PM ha dunque osservato a riguardo, che dagli estratti conto bancari allegati all’informativa della G. di F. relativi ai rapporti di c/c intrattenuti dalla Te. S.r.l. non risultavano eseguiti, in data 20 aprile 2004 o in date successive, versamenti pari alla somma in questione. Pertanto ha concluso che i predetti assegni, che risultavano comunque effettivamente emessi in favore della società fallita, dovevano essere rimasti nella disponibilità di cassa della Te. s.r.l., pur non essendo mai stati consegnati alla curatela dall’amministratore unico Ca.Gi.

Con riferimento al suindicato punto 4), dagli accertamenti eseguiti dalla G. di F. e dal dr. Br. sui bilanci della Te. s.r.l. (che, come innanzi esposto, si fermano all’esercizio 2003) è emerso che nel bilancio al 31.12.2003 erano esposti crediti verso clienti per Euro 2.744.720,00 rinvenienti da vendite eseguite dalla Te. s.r.l. sino a tutto il 31.12.2003 (e, quindi, non comprensivi dei crediti nei confronti della Al. s.r.l. tenuto conto che le relative fatture erano state emesse nel periodo dal 31.08.2004 al 30.09.2005); gli inquirenti non sono stati però in grado di stabilire se nel periodo successivo, fino alla data del fallimento – 4.11.2005 – i predetti crediti fossero stati incassati e quale destinazione avessero avuto le eventuali somme incassate.

Il c.t. del PM rilevava, infine, che nell’attivo dell’ultimo bilancio della Te. S.r.l. (quello approvato dall’assemblea dei soci il 23.11.2004) erano esposte disponibilità liquide per l’importo di Euro 477.016,00; anche in riferimento a tale somma il consulente non era stato in grado di conoscere la destinazione, non essendo state consegnate al curatore fallimentare dopo il 4 novembre 20057.

Ca.Gi., esaminato sia durante l’interrogatorio di garanzia effettuato il 23.02.2007, sia dal PM in data 1.03.2007 (i relativi verbali sono stati acquisiti agli atti del fascicolo del dibattimento ex art. 513 c.p.p., come innanzi ricordato) ha cercato di fornire una versione dei fatti alternativa all’ipotesi accusatoria, negando sostanzialmente di aver distratto beni e attività aziendali in pregiudizio dei creditori della Te. s.r.l. e giustificando il proprio operato con la crisi di liquidità in cui si era trovata la propria impresa – dopo che egli, nell’ottobre 2003, ne aveva ripreso sostanzialmente le redini dopo una permanenza all’estero di circa otto mesi – crisi cagionata dall’interruzione dei rapporti commerciali con l’Il. e dalle perdite (per circa un milione di Euro) subite su “tre grosse commesse fatte per il gruppo To. di Verona”; in quel periodo, essendo stato pressato dalle richieste di “rientro” degli istituti bancari, era stato indotto anche ad accettare prestiti usurari, che era stato costretto a restituire con inevitabili ripercussioni sulle disponibilità aziendali.

Il CA. ha poi ribadito di aver effettivamente consegnato tutta la contabilità della Te. S.r.l. a Lo.Fr., il quale gli aveva poi riferito di aver subito proprio quella sera il furto della vettura ove erano collocati i documenti, sporgendo la relativa denuncia. Con riferimento alla dazione degli assegni a Bo.Fa. ha dichiarato che si trattava di restituzione di prestiti effettuati da quest’ultimo in favore della propria impresa, mentre per quanto concerne la vicenda relativa agli assegni incassati dalla propria segretaria Va.Ve., ha sostenuto che spesso la VA. cambiava per suo conto i titoli presso gli sportelli bancari, in particolare quando doveva pagare gli stipendi ai propri dipendenti.

Il CA. ha, infine, confermato la vendita dei beni e delle attrezzature della Te. in favore della Al. S.r.l. (nonché in favore di altre aziende operanti nel settore), aggiungendo che si era trattato di un estremo tentativo di salvare la propria impresa eventualmente destinandola alla liquidazione (e non di un escamotage per sottrarre garanzie ai creditori), essendo sua intenzione quella di cessare “l’attività imprenditoriale”, per dedicarsi maggiormente alla famiglia e per un bisogno di maggiore tranquillità.

Tale versione dei fatti è stata ulteriormente ribadita nella memoria difensiva sottoscritta dallo stesso CA. ed acquisita agli atti del fascicolo del dibattimento all’udienza del 6.11.2005; l’imputato in quella sede ha ulteriormente specificato di aver finanziato la Te., tra il 2003 ed il 2005, con disponibilità economiche personali per circa 1.496.989,00 Euro.

Fr.Do., nella memoria consegnata agli inquirenti in fase di indagini (acquisita ex art. 513 c.p.p. unitamente al verbale di interrogatorio reso il 14/09/2007), ha sostanzialmente confermato le dichiarazioni del CA. circa la vendita alla Al. s.r.l. dei macchinari della Te., sottolineando la sua buona fede e rappresentando che tutti i beni si trovavano presso i capannoni industriali della predetta S.r.l. Ha quindi ribadito le modalità di pagamento delle attrezzature già riferite alla G.D.F. in fase di indagini, non negando un “rapporto amicale” che lo legava da anni al CA.

Anche Va.Ve. (nell’interrogatorio reso innanzi agli inquirenti, acquisito ex art. 513 c.p.p., unitamente alla memoria difensiva prodotta in quella sede) ha confermato le dichiarazioni del CA. in merito alla vicenda relativa agli assegni da lei incassati tra il 2003 ed il 2005.

La VA. ha precisato che, avendo ricoperto – tra gli altri – l’incarico di tenere i rapporti con le banche ed essendo censita presso alcuni sportelli, “per volontà o esigenze tecniche di alcuni istituti bancari”, aveva dovuto farsi intestare alcuni assegni, poi girati per l’incasso; la riscossione dei titoli non era avvenuta a titolo personale, ma per conto della Te.; e invero nella propria memoria difensiva l’odierna imputata offriva un esauriente spiegazione della effettiva destinazione di tutte le somme – oggetto della contestazione sub capo d) – riscosse con l’incasso degli assegni a lei intestati.

In particolare tre assegni (quelli emessi il 28/11/2003, il 22/12/2003 ed il 27/05/2004) erano serviti per pagare in contanti, ai dipendenti della Te., ore di straordinario non rese note nel libro paga, in base a direttive dell’amministratore (come attestato da un documento presente nel suo archivio personale, allegato alla predetta memoria, ove aveva inserito – quando lavorava per il CA. – tutte le uscite collegate alla sua attività di maneggio del denaro contante, per poter giustificare in ogni momento le operazioni compiute); l’assegno del 14/08/2003, di Euro 1351,00 era stato utilizzato per le sue spettanze del mese di luglio 2003 (come comprovato dalla busta paga allegata alla memoria); i rimanenti tre assegni del 7/07/2003, del 31/12/2003 e del 2/03/2004 erano stati utilizzati per far conseguire al CA. la disponibilità di denaro contante in base ad esigenze del medesimo, analiticamente indicate nella medesima memoria (la costituzione di un fondo cassa, la copertura del passivo creatosi su un conto personale del CA., la dazione di denaro ad altra società per il ritiro di una ricevuta bancaria).

Le dichiarazioni della VA. hanno peraltro trovato parziale conferma nella testimonianza di Ar.St., all’epoca dei fatti direttore della Ba.An., il quale ha riferito che effettivamente l’imputata si recava spesso in banca per eseguire operazioni per conto della società amministrata da Ca.Gi., eseguendo versamenti o incassando assegni.

Infine nel corso del dibattimento sono stati sentiti quali testimoni a discarico Sc.Ch. e Me.Fr., i quali sono stati chiamati a deporre con particolare riferimento al presunto furto subito il 22/11/2005 da Lo.Fr. (che avrebbe comportato la perdita di tutta la contabilità della Te.).

La Sc., moglie di Lo.Fr., ha riferito (avendo appreso tali circostanze dal marito) che la sera del 22 novembre 2005 il CA. aveva chiesto al LO., a titolo di favore, essendo in rapporti conflittuali con la ex moglie, di recarsi presso la sua abitazione, ubicata in contrada (…) a Grottaglie, per recuperare “alcune masserizie”; il marito si era dunque portato, con un amico (Me.Fr.), presso la casa del CA., intorno alle ore 21:00, utilizzando una vecchia (…) di proprietà di tale Pe. (peraltro destinata ad essere radiata dal registro automobilistico, per essere adoperata esclusivamente per circolare all’interno dello stabilimento Il.); il LO. avrebbe dunque caricato sul veicolo “un televisore, un videoregistratore…dei raccoglitori, un cartone con dei documenti dentro”, al fine di recapitarli presso la nuova dimora del CA., in Taranto alla via (…); nel viaggio di ritorno i due si erano però fermati presso una paninoteca o una pizzeria (dopo aver lasciato il Ponte (…), che costituisce uno dei punti di accesso alla città di Taranto) e, al loro ritorno, non avevano trovato più la macchina; pertanto il LO. aveva contattato la stessa Sc. per farsi riaccompagnare a casa insieme all’amico.

Tali circostanze sono state integralmente confermate dal teste Me.Fr., il quale ha precisato che la vettura era stata parcheggiata su via (…), ricordando altresì che la sosta presso la paninoteca era avvenuta intorno alle ore 21:30.

Così ricostruite le risultanze dell’istruttoria dibattimentale va innanzitutto evidenziato che i delitti di cui ai capi p), s) e t) della rubrica sono ormai estinti per intervenuta prescrizione.

Considerato, infatti, un termine massimo di prescrizione dei suddetti reati pari ad anni 7 e mesi 6, ex art. 161 c.p., decorrente per l’ultimo reato (art. 367 c.p., contestato nel capo p) dal 23.11.2005 e tenuto conto del periodo di sospensione della prescrizione, complessivamente pari ad anni 1, mesi 2 e giorni 9, il reato di cui al capo p) si è prescritto alla data dell’1 agosto 2014; il reato di cui al capo t), consumatosi alla data del 31.10.2005 – termine di presentazione della dichiarazione ai fini delle imposte sul reddito e dell’Iva – e il delitto di cui al capo s), consumato nel 2004, aventi il medesimo termine massimo di prescrizione (anni 7 e mesi 6), si sono prescritti in epoca addirittura precedente. Va infine rilevato che non sussistono in atti i presupposti per l’applicazione dell’art. 129 comma II c.p.p., non essendovi elementi per un immediato proscioglimento di uno o più imputati con formula più favorevole.

Del resto l’art. 129 c.p.p. prevede che si pervenga ad una assoluzione, nel merito, degli imputati, pur in presenza di causa estintiva del reato, solo ove appare evidente – quindi certo – che il fatto non sussista, non sia stato commesso, non costituisca reato o non sia previsto dalla legge come reato (ipotesi non sussistenti nel caso de quo). La norma richiede in definitiva la prova positiva dell’innocenza dell’imputato e la sentenza di proscioglimento nel merito è invece preclusa quando l’infondatezza dell’accusa dovrebbe essere affermata, come nel caso in esame, mediante un esame critico degli elementi prodotti a sostegno della richiesta (cfr. Cass. Sez. U, Sentenza n. 18 del 09/06/1995).

Vanno a questo punto esaminate le residue imputazioni non ancora prescritte e, cioè, quelle riguardanti sostanzialmente i fatti di bancarotta fraudolenta e il reato ex art. 10 D.Lgs. 74/2000. Premesso che ai fini della configurabilità del delitto di bancarotta per distrazione è necessario che siano sottratti alla garanzia dei creditori cespiti attivi effettivi e, pertanto, sicuramente esistenti al di fuori di qualsiasi presunzione (cfr. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 3615 del 30/11/2006), appare opportuno evidenziare che, secondo giurisprudenza consolidata, “ai fini della configurabilità del reato di bancarotta fraudolenta per distrazione è necessario che sia stato posto in essere, prima della dichiarazione di fallimento, un atto di disposizione che determini un depauperamento del patrimonio societario indipendentemente dal fatto che tale atto abbia determinato – o concorso a determinare – il fallimento dell’azienda” (cfr. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 47616 del 17/07/2014). Peraltro il reato di bancarotta si consuma anche se i fatti di distrazione vengono commessi in un momento antecedente allo stato di decozione (cfr. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 11095 del 13/02/2014: ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il dissesto dell’impresa, in quanto, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, detti fatti assumono rilevanza penale in qualsiasi tempo! siano stati commessi e, quindi, anche quando l’insolvenza non si era ancora manifestata).

Facendo applicazione dei citati principi giurisprudenziali, dunque, nella presente fattispecie appare senz’altro provata l’avvenuta distrazione di beni societari da parte di Ca.Gi. Viene innanzitutto contestato al CA. (capo a della rubrica) di avere distratto, in pregiudizio dei creditori, attività aziendali così determinate:

Euro 2.744.720,00 relativi a crediti verso clienti;

– Euro 243.733,50 per prelevamenti effettuati a mezzo bonifici e assegni circolari disposti in suo favore sul conto (…) acceso presso la Ba.An. ed Euro 399.849,00 per prelevamenti di contante operati sul medesimo conto;

– Euro 13.076,74 per prelevamenti di contante sul c/c (…) acceso presso la Ba.Po.;

– Euro 384.000 per prelevamenti di contante sul conto corrente n. (…) acceso presso la Ba.Un. ed Euro 234.000,00 per prelevamenti a mezzo assegni bancari emessi in suo favore;

– Euro 300.000 relativi agli assegni di pari importo rilasciati alla Te. dalla Be.Pr. s.a.s.;

– Euro 477.016,00 relativi alla disponibilità di cassa della società fallita.

Ebbene costituiscono, senza dubbio, fatti di bancarotta penalmente rilevanti quei prelievi di somme di denaro effettuati dal CA. sui conti correnti intestati alla società (prelevamenti effettuati in contanti, ovvero tramite bonifici su conti personali ovvero mediante assegni emessi in suo favore); l’imputato non è stato infatti in grado di giustificare l’effettiva destinazione di quelle ingentissime somme (pari a complessivi Euro 1.274.659,24), né di individuare il sinallagma in entrata (indicando cioè quale contropartita di beni fosse entrata nel patrimonio della società a fronte di quelle uscite di denaro).

Ca.Gi. si è infatti limitato a dichiarare genericamente che in quel periodo (anni 2003 e 2004) aveva cercato di far fronte alla situazione debitoria della Te. (ed ai prestiti usurari contratti per salvare l’azienda), ma non ha in ogni caso dimostrato che quelle specifiche uscite monetarie siano state effettivamente finalizzate a scopi sociali, a fronte del dato univoco costituito dalla percezione del denaro da parte dello stesso CA..

L’imputato ha poi dichiarato di aver versato “significativi capitali” sui conti intestati alla Te., prima della dichiarazione di fallimento, deducendo altresì di aver utilizzato alcune somme per acquistare titoli, del valore complessivo di Euro 225.000,00, da offrire in garanzia alla Ba.An., ma dal semplice esame degli estratti conto relativi al c/c (…) (unico documento allegato a fondamento degli assunti difensivi) non emerge in alcun modo né la provenienza da fondi personali del CA. della liquidità immessa nei c/c intestati alla società, né la specifica destinazione dei predetti titoli.

Di contro, il Tribunale rileva che, secondo costante orientamento della S.C., l’amministratore che disponga in suo favore il rimborso di finanziamenti effettuati nei confronti della società commette il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale (cfr. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 2273 del 06/12/2004) e che in tema di bancarotta fraudolenta, la prova della distrazione o dell’occultamento dei beni della società dichiarata fallita può essere desunta dalla mancata dimostrazione, da parte dell’amministratore, della destinazione dei beni suddetti, per cui una volta provata dall’accusa l’esistenza di beni entrati a far parte del patrimonio dell’imprenditore o dell’ente fallito o che avrebbero dovuto in esso entrare è l’imputato che deve dimostrare la destinazione di quei beni ai fini sociali (cfr. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 11095 del 13/02/2014).

Non avendo pertanto l’imputato fornito adeguata dimostrazione di una destinazione delle somme prelevate dai c/c intestati alla società ad effettive necessità dell’impresa, si deve dedurre che le abbia dolosamente distratte.

Ad analoghe conclusioni deve giungersi con riferimento agli assegni che la Be.Pr. risulta aver consegnato alla Te. S.r.l., di ammontare complessivo pari ad Euro 300.000. La prova del versamento dei predetti assegni in favore della società fallita si fonda sulla documentazione che la Be.Pr. S.a.s. ha allegato alla sua domanda di insinuazione al passivo del fallimento Te.; trattasi di n. 6 assegni circolari dell’importo di Euro 50.000 cadauno, emessi in favore della Te. il 20.04.2004.

E’ invece emerso che non risultano eseguiti, in data 20 aprile 2004 o in momenti successivi, dei versamenti sui conti societari pari alla somma degli assegni circolari rilasciati dalla Be.Pr. S.a.s.; né i predetti titoli sono stati rinvenuti all’atto dell’inventario da parte del curatore fallimentare o altrimenti consegnati dall’amministratore alla curatela, dopo la dichiarazione di fallimento. Deve quindi ritenersi che il CA. abbia distratto i suddetti assegni, trattandosi di beni che dovevano rientrare nel patrimonio societario e dei quali non è stata provata la destinazione a fini sociali.

A conclusioni differenti deve pervenirsi con riferimento alla contestata distrazione di crediti per Euro 2.744.720,00 e della disponibilità di cassa per Euro 477.016,00.

Il consulente tecnico del PM ha infetti desunto l’esistenza dei predetti beni aziendali esclusivamente dai bilanci relativi all’esercizio finanziario 2003.

Sennonché lo stesso consulente aveva sostanzialmente definito non attendibile quel documento, sia per la mancanza di tutte le altre scritture contabili che avrebbero consentito di verificare la corrispondeva al vero dei dati esposti, sia perché il bilancio 2003 risulta essere stato redatto in due esemplari, uno depositato il 30.06.2004 e l’altro il 23.11.2004, con la giustificazione di un presunto errore materiale contenuto in quello precedentemente approvato, ma riportante un risultato di esercizio significativamente diverso, dato che il bilancio approvato il 30.06.2004 presentava una perdita di Euro 446.012,00 ed il bilancio successivo addirittura un utile di Euro 135.227,00. A ciò deve aggiungersi che in tema di bancarotta fraudolenta per distrazione l’accertamento della previa disponibilità da parte dell’imputato dei beni non rinvenuti in seno all’impresa non può fondarsi sulla presunzione di attendibilità dei libri e delle scritture contabili dell’impresa prevista dall’art. 2710 cod. civ., dovendo invece le risultanze desumibili da questi atti essere valutate – soprattutto quando la loro corrispondenza al vero sia negata dall’imprenditore – nella loro intrinseca attendibilità, anche alla luce della documentazione reperita e delle prove concretamente esperibili, al fine di accertare la loro corrispondenza al reale andamento degli affari e delle dinamiche aziendali (cfr. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 52219 del 30/10/2014).

Nel caso in esame, dunque, vuoi perché la prova dell’esistenza dei crediti verso i fornitori e di una disponibilità di cassa (ovvero dell’entità dei rispettivi valori) si fonda unicamente sui dati riportati nel bilancio 2003 della Te. (insufficiente – per i motivi innanzi esposti – a dimostrare la previa disponibilità da parte dell’imputato dei beni non rinvenuti in seno all’impresa), vuoi perché in ogni caso quel bilancio non appare in alcun modo attendibile (essendo stato in modo anomalo sostituito per presunte non rispondenze alle “effettive risultanze”, come dichiarato nel verbale di assemblea dei soci del 23/11/2004), ritiene il Tribunale che non sia stata raggiunta la prova certa della condotta distrattiva riferita ai predetti beni, non essendo stato dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, il presupposto della bancarotta patrimoniale, e cioè che esistevano nel patrimonio della Te. S.r.l. crediti per 2.744.720,00 Euro e disponibilità di cassa di 477.016,00 Euro.

Per effetto delle considerazioni che precedono, dunque, in relazione al reato di bancarotta fraudolenta per distrazione contestata nel capo a) della rubrica, deve ritenersi raggiunta la prova della penale responsabilità del Ca.Gi., ad eccezione dei fatti di bancarotta relativi alla distrazione dei crediti verso clienti ed alla distrazione della disponibilità di cassa, imputazioni per le quali si impone, di contro, una pronuncia di assoluzione per insussistenza del fatto, sia pure a mente dell’art. 530 co. 2 c.p.p.

Passando ad esaminare il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale contestata nel capo b) della rubrica, tra il 2004 ed il 2005 – come già illustrato – il CA. poneva in essere, in qualità di amministratore unico della Te. S.r.l., una serie di atti di disposizione dei beni aziendali della società, sostanzialmente privando la S.r.l. di tutti gli strumenti necessari al raggiungimento dei suoi scopi, depauperando ingiustificatamente l’impresa e pregiudicando la sua situazione economico-finanziaria.

È stato infatti accertato che la Te. ha ceduto alla Al. S.r.l. coils di lamiere (fattura 13/05 del 28.02.2005), furgoni radiati e ponteggi (fatt. 15/05 del 30.04.2005), lamiere grecate, n. 2 motosaldatrici e n. 4 saldatrici (fatt. n. 18/05 del 15.06.2005), scaffalature, n. 10 trapani, n. 10 avvitatori, n. 10 tifort, n. 10 forbici da lattoniere, attrezzatura varia da cantiere, ulteriori coils di lamiere (fatt. n. 19/05 del 14.07.2005), n. 1 carrello elevatore, n. 2 trapani radiali, n. 1 carrello da 5 tonnellate, n. 4 coils, n. 2 pedane di vernice e attrezzature varie (fatt. n. 22/05 del 30.09.2005). Come già specificato, il pagamento della complessiva somma di Euro 1.102.422,00 (pari al prezzo totale dei suddetti beni) sarebbe stato pagato dalla Al. S.r.l. per lo più in contanti (Euro 233.833,19) ed a mezzo cambiali, alcune delle quali (n. 27, del valore complessivo di 296.073,71 Euro) aventi scadenza successiva alla data del fallimento; si ribadisce peraltro che l’eventuale pagamento non risulta iscritto nelle scritture contabili della Al. S.r.l. e che nulla è dato sapere circa la destinazione del corrispettivo derivante dalla vendita dei beni.

Rileva dunque il Tribunale che tali operazioni vanno considerate, innanzitutto, palesemente pregiudizievoli per l’interesse della Te. S.r.l., atteso che la vendita di tali beni e attrezzature ha privato la società (poi dichiarata fallita e che al momento del fallimento poteva vantare, nell’attivo, esclusivamente la vettura (…) tg. (…) e diritti su due immobili) di una serie di beni di valore che potevano costituire valida garanzia per i creditori.

Anche la vicinanza temporale degli atti di vendita ed il fatto che il depauperamento del patrimonio societario è avvenuto in prossimità della dichiarazione del fallimento sono significativi per dimostrare la preordinata volontà di procedere, da un lato, alla vendita dei beni della società in pregiudizio della medesima e, dall’altro, alla dotazione degli stessi beni in capo ad altra società riconducibile, come si dirà, al CA.

Deve altresì sottolinearsi che le sopra citate operazioni commerciali erano assolutamente estranee all’oggetto dell’impresa; e invero la Te. era stata costituita per fabbricare strutture metalliche ovvero altri articoli in materiale plastico; la dismissione di tutti i beni che avrebbero potuto consentire alla società di realizzare il suo scopo sociale, senza alcuna causa giustificativa e peraltro senza la dimostrazione che il denaro rinveniente dalla vendita sia confluito nelle casse sociali e sia stato eventualmente utilizzato nell’interesse della S.r.l., realizza ad avviso dell’odierno Collegio una vera e propria condotta di dissipazione penalmente rilevante (cfr. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 5317 del 17/09/2014, secondo cui in tema di reati fallimentari, sussistono gli estremi costitutivi della bancarotta per dissipazione nel caso di vendita di merce sottocosto, in caso di incoerenza assoluta, nella prospettiva delle esigenze dell’impresa, delle operazioni poste in essere richiedendosi, sotto il profilo soggettivo, la consapevolezza dell’autore della condotta di diminuirne il patrimonio per scopi ad essa estranei).

A tale riguardo occorre peraltro rilevare come, secondo condivisibile orientamento della S.C., sussiste il delitto di bancarotta fraudolenta anche quando le operazioni dolose dalle quali deriva il (fallimento della società non comportano una diminuzione algebrica dell’attivo patrimoniale, ma determinano comunque un depauperamento del patrimonio non giustificabile in termini di interesse per l’impresa (cfr. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 40998 del 20/05/2014, in fattispecie in cui è stato confermato il reato di bancarotta essendovi stata la vendita, in quel caso addirittura a prezzo di mercato, di un bene immobile costituente l’unico ramo d’azienda di una società e che, pur se seguita dall’effettivo conseguimento del corrispettivo, aveva tuttavia privato l’impresa della possibilità di svolgere l’attività per cui era stata costituita).

Nella presente vicenda processuale è stato inequivocabilmente acclarato che il CA., quale amministratore della Te., ha dissipato il patrimonio della società, svuotandola di contenuto: la cessione dei beni strumentali alla Al. S.r.l. rendeva, di fatto, la Te. una “scatola vuota”, essendo stata privata di qualunque risorsa per poter operare.

E invero le operazioni di vendita delle attrezzature della Te. hanno avuto come unica conseguenza la sostituzione di beni e materie prime con un credito di Euro 1.102.422,00, senza che si sia giunti alla dimostrazione che il prezzo di vendita sia stato effettivamente pagato alla società fallita; peraltro la società si è prestata a vendere beni di ingente valore economico senza alcun reale interesse sottostante e senza pretendere alcuna garanzia.

Tali operazioni erano state senz’altro poste in essere da Ca.Gi., sicuramente responsabile del reato di bancarotta a lui ascritto in ragione della qualità formale rivestita in seno alla S.r.l.

Per la realizzazione della condotta illecita il CA. si è però avvalso del rilevante contributo causale apportato da Fr.Do., amministratore della società Al. A tale riguardo appare opportuno premettere che, in tema di concorso in bancarotta fraudolenta per distrazione, il dolo dell’extraneus nel reato proprio dell’amministratore consiste nella volontarietà della propria condotta di apporto a quella dell’intraneus, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni del creditore, non essendo, invece, richiesta la specifica conoscenza del dissesto della società; ne consegue che ogni atto distrattivo assume rilievo ai sensi dell’art. 216 l. fall. in caso di fallimento, indipendentemente dalla rappresentazione di quest’ultimo, il quale non costituisce l’evento del reato che, invece, coincide con la lesione dell’interesse patrimoniale della massa, posto che se la conoscenza dello stato di decozione costituisce dato significativo della consapevolezza del terzo di arrecare danno ai creditori ciò non significa che essa non possa ricavarsi da diversi fattori, quali la natura fittizia o l’entità dell’operazione che incide negativamente sul patrimonio della società (cfr. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 16579 del 24/03/2010); peraltro nell’ipotesi del fallimento causato da operazioni dolose, il concorso A dell'”extraneus” – beneficiario delle operazioni – è configurabile quando questi è consapevole del rischio che le suddette operazioni determinano per le ragioni dei creditori della società, non essendo, invece, necessario che egli abbia voluto causare un danno ai creditori medesimi (cfr. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 41055 del 04/07/2014).

Con riferimento alla posizione di Fr.Do. va in primis evidenziato che tale imputato era l’amministratore della Al. S.r.l. e in tale veste si è prestato ad acquistare i beni della Te.

A ciò devono aggiungersi una serie di gravi precisi e concordanti elementi indiziari, idonei a dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il FR. fosse un consapevole concorrente della condotta distrattiva posta in essere da Ca.Gi.:

– i soci della Al. risultavano essere Ca.Ra. (al 60%), figlio di Ca.Gi. e Fr.Do. (al 40%);

– il FR. era ex dipendente della Te. ed anche nel corso dell’interrogatorio reso in fase di indagini non ha nascosto il sentimento di grande amicizia che lo legava al CA.;

– dopo il fallimento della Te. il CA. era diventato, formalmente, un dipendente con mansioni dirigenziali della Al. S.r.l.;

– la Al. S.r.l. e la Te. S.r.l. si erano rivolte, per la tenuta della contabilità allo studio Sa. S.r.l., ove collaborava il rag. Lo.Fr.;

– il pagamento delle merci non risulta iscritto nella contabilità della società Al.

Deve quindi ragionevolmente concludersi che tra le due società Te. S.r.l. e Al. S.r.l. vi era un rapporto di “riferibilità”, sfruttato dagli odierni imputati per far si che la prima cedesse alla seconda i propri beni strumentali e le proprie attrezzatture (sottraendole alla garanzia dei creditori), ed in tal modo permettendo all’impresa Al. di poter sostanzialmente subentrare nella posizione di mercato precedentemente occupata dalla società in stato di decozione, avvalendosi dei suoi beni aziendali e del “nome” commerciale che poteva continuare a spendere il CA., divenuto manager della Al. S.r.l.

Provato quindi per Ca.Gi. e Fr.Do. l’elemento materiale del delitto di bancarotta ex art. 216 comma 1 n. l L. F., quanto all’elemento soggettivo secondo la S.C. “per integrare l’elemento psicologico del reato di bancarotta fraudolenta è sufficiente il dolo generico, che consiste nella consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa e di compiere atti che cagionino, o possano cagionare, danno ai creditori, anche quando l’agente, pur non perseguendo direttamente tale risultato, tuttavia lo preveda e, ciò nonostante, agisca, consentendo la sua realizzazione” (cfr. Cass. sez. V, 01/07/2002). Nel nostro caso Ca.Gi., unitamente al FR., non poteva non essere a conoscenza della sorte dei beni sociali, avendo provveduto egli stesso alla vendita dei beni, aziendali, non potendo dunque ignorare il pregiudizio che la loro dissipazione avrebbe arrecato ai creditori dell’ente.

Vanno a questo punto esaminate le contestazioni sub capo c) e sub capo d).

In entrambi i casi si imputa al CA. di aver sottratto in pregiudizio dei creditori somme di denaro presenti sui c/c intestati alla Te., attraverso la corresponsione di assegni, senza causa giustificativa, in favore di Bo.Fa. (capo c), relativamente alla somma di Euro 9000,oo ed in favore di Va.Ve. (capo d), relativamente all’importo di Euro 81.651,00.

Nei confronti del Bo. si è proceduto separatamente, mentre la VA. è coimputata del CA. nell’ambito del presente procedimento.

Orbene, con riferimento alla dazione dell’assegno in favore di Bo.Fa., le indagini della G.d.F. e la successiva analisi dei conti aziendali effettuata dal consulente tecnico del PM hanno permesso di acclarare che in data 23 settembre 2003 il CA. ha emesso l’assegno n. (…), tratto sul c/c n. (…) (intestato alla Te.), in favore del Bo. Né in fase di indagini, né nel corso dell’istruttoria dibattimentale l’odierno imputato è stato in grado di indicare la esatta destinazione di quel denaro, ovvero il sinallagma in entrata (anche in ragione del mancato reperimento delle scritture contabili della società fallita).

Deve quindi concludersi che il predetto prelevamento costituisce distrazione di somme da parte dell’amministratore della Te., sulla base del generale principio secondo cui quando sia provato che il fallito abbia avuto a disposizione determinati beni aziendali, ove non abbia saputo rendere conto del loro mancato reperimento o giustificarne la destinazione per effettive necessità dell’impresa, se ne deve dedurre la dolosa distrazione (cfr. Cass. n. 11878/2000 cit.). Pertanto Ca.Gi. deve essere riconosciuto colpevole anche del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale a lui ascritta nel capo c) della rubrica.

A diverse conclusioni deve, invece, addivenirsi con riferimento al reato contestato nel capo d). In fase di indagine era emerso che tra il 7 luglio 2003 ed il 27 maggio 2004 il CA., utilizzando i conti correnti intestati alla Te., aveva emesso in favore della sua segretaria Va.Ve. n. 7 assegni, del valore complessivo di Euro 81.651,00. Il CA., pur non ricordando puntualmente la causa giustificazione della dazione di quei titoli, aveva comunque dichiarato che la VA., la quale intratteneva per suo conto i contatti con gli istituti bancari, era stata talvolta incaricata di cambiare alcuni assegni per procedere al pagamento degli stipendi ai dipendenti dell’impresa.

Va.Ve. ha confermato tali dichiarazioni, precisando puntualmente le movimentazioni finanziarie effettuate e la destinazione del denaro ritirato attraverso la riscossione degli assegni a sé intestati.

In particolare:

– l’assegno emesso il 7/7/2003, del valore di Euro 3.300, sarebbe stato versato nelle casse sociali, su richiesta del CA., per la costituzione di un fondo cassa necessario per fronteggiare piccoli pagamenti in sua assenza;

– l’assegno emesso il 14/08/2003, del valore di Euro 1351,00, riguardavano spettanze della stessa VA. (cfr. allegato 1 alla memoria difensiva acquisita all’udienza del 17 ottobre 2014);

– l’assegno emesso il 28/11/2003, di importo pari ad Euro 18.000, doveva servire al pagamento delle ore straordinarie lavorate dal personale dipendente e corrisposte in contanti su disposizione del CA. (cfr. allegato n. 2 alla memoria difensiva acquisita all’udienza del 17 ottobre 2014);

– l’assegno di Euro 23.000, emesso il 22/12/2003, ha consentito sia di corrispondere ai lavoratori dipendenti la retribuzione di ore di straordinario, sia di rimpinguare il fondo cassa attraverso cui venivano eseguiti pagamenti per conto dell’impresa, durante l’assenza del CA. (cfr. allegato n. 5);

– l’assegno del 27 maggio 2004, di importo pari ad Euro 20.000, era servito per regolarizzare le retribuzioni del precedente mese di maggio, ivi comprese le ore di straordinario (cfr. allegato n. 4);

– gli assegni del 31/12/2003 e del 2/03/2004 (di importo pari, rispettivamente, ad Euro 12.000 ed Euro 4000), sarebbe stati adoperati per reperire la liquidità necessaria a fronteggiare esigenze dell’impresa, su disposizione del CA.

Orbene, premesso che le dichiarazioni della VA. hanno trovato parziale conferma nella testimonianza di Ar.St., all’epoca dei fatti direttore della Ba.An., con riferimento alle operazioni che l’imputata effettuava in banca per conto della società amministrata da Ca.Gi. (eseguendo versamenti o incassando assegni) e che alcune delle circostanze di fatto rappresentate nella memoria difensiva, relative alla destinazione degli assegni emessi il 14/08/2003, il 28/11/2003, il 22/12/2003 ed il 27/05/2004, hanno trovato anche un riscontro documentale (non smentito da elementi di segno contrario), ritiene il Tribunale che la prova della consumazione del reato di bancarotta, in relazione a tale capo di imputazione, sia quanto meno insufficiente e/o contraddittoria.

Va.Ve. ha infatti giustificato i prelevamenti di ricchezza effettuati dal CA. in suo favore, in ragione del suo ruolo e delle mansioni svolte all’interno della società, indicando

una destinazione del denaro prelevato compatibile con l’attività aziendali.

L’imputata ha offerto documentazione idonea a comprovare la veridicità del suo racconto ed ha comunque allegato circostanze di fatto non smentite da elementi contrari adducibili dalla pubblica accusa.

Il Tribunale, dunque, aderendo alla analoga richiesta formulata dallo stesso PM in sede di discussione (sia pure limitatamente alla posizione della VA.), ritiene di dover assolvere Ca.Gi. e Va.Ve. dal reato loro ascritto nel capo d) della rubrica, perché il fatto non sussiste, a mente dell’art. 530 comma 2 c.p.p.

Esaurita la trattazione delle ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale, va a questo punto esaminata la contestazione sub capo q), riguardante l’ipotesi di bancarotta documentale ascritta a Ca.Gi. in concorso con Lo.Fr.

Come già sopra riportato, dopo il fallimento della Te. S.r.l. la documentazione contabile della società non è stata depositata presso la cancelleria fallimentare del tribunale di Taranto. Già in fase di indagine il CA. esibiva agli inquirenti un verbale di denuncia presentata il 23 novembre 2005 da Lo.Fr., relativa al presunto furto di una vettura (…), al cui interno, in base alla prospettazione del denunciante, era contenuta “tutta la documentazione contabile della società del sig. Ca.Gi. amministratore unico della Te”. Il CA. ha poi ribadito di aver effettivamente consegnato tutta la contabilità della Te. S.r.l. a Lo.Fr., il quale gli aveva poi riferito di aver subito il furto della vettura al cui interno erano temporaneamente custoditi i documenti, dopo averli ritirati la sera del 22 novembre 2005 presso l’abitazione dello stesso CA., ubicata in agro di Grottaglie (essendosi il CA. separato dalla moglie ed intendendo trasferire altrove i propri effetti personali avrebbe chiesto all’amico di raccogliere i suoi beni dalla casa coniugale e di portarglieli nella nuova dimora in Taranto).

Secondo l’assunto difensivo tale versione dei fatti sarebbe stata confermata, in dibattimento, dall’escussione dei testi Sc.Ch. (moglie del LO., la quale avrebbe appreso dal marito, quella sera stessa, l’avvenuto furto e che si sarebbe prestata a recuperare l’uomo, che si trovava in compagnia del geom. Me. con cui si era intrattenuto per mangiare un boccone) e Me.Fr. (amico del LO., il quale avrebbe accompagnato l’odierno imputato presso l’ex casa coniugale del CA. e che ha confermato il furto della (…), ove erano custoditi gli effetti personali del CA., tra cui alcuni faldoni, dopo che si erano fermati in Taranto, nei pressi di via (…), per mangiare qualcosa).

La tesi difensiva secondo cui i documenti contabili della Te. sarebbero stati oggetto del furto della vettura perpetrato da ignoti ladri non appare però adeguatamente provata.

In prima battuta appare francamente poco plausibile che l’intera documentazione contabile di una società come la Te. (operativa sin dal 1998) potesse essere contenuta in qualche faldone e in qualche scatolone, come sostenuto dal LO. in fase di indagine. Né il CA. né il LO. hanno mai fatto cenno ai documenti bancari, alla corrispondenza della società, ad eventuali supporti magnetici contenenti i file dei documenti, ai bilanci, ai partitari, alle dichiarazioni fiscali, ai documenti riguardanti i lavoratori dipendenti dell’impresa, che pure costituivano atti che l’amministratore della società era tenuto a conservare.

Pertanto, anche se fosse vera la circostanza, riferita dai testi Sc. e Me., dell’avvenuto furto della vettura (…), essa non proverebbe in alcun modo che all’interno della vettura fosse custodita l’intera contabilità della Te. S.r.l.

Le testimonianze sono prive di qualunque pregio, non avendo i testi fornito, sotto il profilo contenutistico, alcun riferimento preciso ai beni sottratti unitamente alla vettura, avendo parlato genericamente di masserizie e di qualche faldone, al cui interno, per comune esperienza, non potevano essere mai custoditi tutte le scritture contabili della Te. e tutti quei documenti rappresentativi dei fatti di gestione (che avrebbero permesso di ricostruire il patrimonio e le attività aziendali dalla nascita dell’impresa sino alla dichiarazione di fallimento).

Premesso, allora, che l’oggetto del reato di bancarotta fraudolenta documentale può essere rappresentato da qualsiasi documento contabile relativo alla vita dell’impresa, dal quale sia possibile conoscere i tratti della sua gestione (cfr. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 44886 del 23/09/2015), assumono dunque rilevanza penale le condotte fraudolente che abbiano ad oggetto scritture contabili anche diverse da quelle la cui tenuta è obbligatoria ai sensi dell’art. 2214 cod. civ., alle quali fa esclusivo riferimento l’art. 217, comma secondo, ma non anche l’art. 216, comma primo, n. 2 l. fall. L’art. 216 co. 1 n. 2 L. F. punisce infatti l’imprenditore che ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.

Nel caso di specie appare provata la sottrazione e/o l’occultamento delle scritture contabili della Te., fatto che non ha reso possibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari della società.

Come già evidenziato, al momento del fallimento non sono state rinvenute le scritture contabili né le stesse sono state depositate da Ca.Gi., su richiesta del curatore. L’amministratore della Te. ha quindi senz’altro occultato tutti quei documenti (bilanci, estratti conto, corrispondenza, partitari ecc. sopra menzionati) all’evidente scopo di celare la illecita destinazione delle attività aziendali ed impedire che fossero accertate le operazioni di diminuzione fraudolenta del matrimonio dell’impresa poi fallita, cercando poi di sviare da sé i sospetti dell’avvenuto occultamento (o distruzione) con l’escamotage del (presunto) furto della (…) (o comunque sfruttando tale tipo di evento per giustificare il mancato reperimento delle scritture). Ha quindi cercato di accreditare la tesi della incolpevole sparizione dei documenti, con il concorso del LO., il quale si è prestato – nel denunciare in data 23 novembre 2005 il furto dell'(…) – a menzionare, tra i beni presenti nella vettura asseritamente rubata, “tutta la contabilità” dell’azienda.

La suprema Corte ha chiarito che l’art. 216 L. F. individua espressamente l’oggetto materiale del reato di bancarotta documentale nei libri e nelle altre scritture contabili che hanno la funzione di rendere possibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari, così ricollegandosi direttamente all’art. 2214 c.c. (cfr. Cass. n. 36595/09); tale ultima norma impone all’imprenditore di tenere non solo il libro giornale ed il libro degli inventari, ma anche le altre scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa, gli originali delle lettere, dei telegrammi e delle fatture ricevute, nonché le copie delle lettere, dei telegrammi e delle fatture spedite. Infine si rileva che ai fini della configurabilità del delitto di bancarotta fraudolenta documentale devono ritenersi condotte equivalenti la distruzione, l’occultamento o la mancata consegna al curatore della documentazione e l’omessa o irregolare o incompleta tenuta delle scritture contabili. Pertanto per la sussistenza del reato è sufficiente l’accertamento di una di esse e la presenza in capo all’imprenditore dello scopo di recare pregiudizio ai creditori e di rendere impossibile la ricostruzione del movimento degli affari (cfr. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 8369 del 27/09/2013). Nel caso di specie la sottrazione delle scritture contabili, da parte del CA., integra senz’altro il reato di bancarotta documentale contestato nel capo q) della rubrica.

L’azione delittuosa è stata posta in essere con l’evidente concorso di Lo.Fr., in base al generale principio secondo cui in tema di concorso materiale di persone nel reato, è penalmente rilevante non solo l’ausilio necessario ma anche quello che si limita ad agevolare o facilitare il conseguimento dell’obiettivo finale; il contributo agevolante o facilitante appare non necessario o non indispensabile soltanto in astratto ma non già in concreto, perché con un giudizio “ex post” è tale da prestarsi ad essere valutato come una “condicio sine qua non” dell’evento (cfr. Cass. Sez. 4, Sentenza n. 6664 del 28/01/1993).

Pertanto Ca.Gi. e Lo.Fr. devono essere ritenuti responsabili del reato di bancarotta fraudolenta documentale a lo ascritto.

Ritiene il tribunale che il predetto delitto ex art. 216 co. 1 n. 2 L. F. assorba l’ulteriore contestazione sub capo R), relativa all’occultamento e/o sottrazione delle medesime scritture contabili della Te. ai fini dell’evasione delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto (art. 10 D.Lgs. 74/2000). Premesso infatti che la condotta imputata al CA. ed al LO. è la stessa e riguarda sostanzialmente il medesimo oggetto dell’occultamento e/o sottrazione, è appena il caso di evidenziare che l’art. 10 D.Lgs. 74/2000 prevede la punibilità del fatto “salvo che costituisca più grave reato”, quale in effetti è quello di bancarotta fraudolenta documentale, in ragione della maggiore pena editale prevista e in tal senso si è peraltro espressa anche la Suprema Corte di Cassazione (cfr. Cass. sez. VI, 2 aprile 2001, sentenza n. 13116).

Ricapitolando, all’esito dell’istruttoria dibattimentale, è stata raggiunta oltre ogni ragionevole dubbio la prova della responsabilità penale di Ca.Gi. in ordine ai reati di bancarotta fraudolenta a lui ascritti nel capo a) – esclusi i fatti di bancarotta relativa alla distrazione dei crediti verso clienti ed alla distrazione di cassa – nonché nei capi b), c) e q); Fr.Do. e Lo.Fr. devono essere ritenuti responsabili dei reati a loro rispettivamente ascritti nei capi b) e q).

Passando dunque ad esaminare il profilo del trattamento sanzionatorio, è stata correttamente contestata dal PM, ai tre imputati suddetti, la circostanza aggravante prevista dall’art. 219 co. 1 L. F., in quanto il ragguardevole valore dei beni distratti ha certamente cagionato ai creditori sociali un danno economico di notevole gravità (tenuto conto del valore preminente dell’entità oggettiva del danno: cfr. Cass. pen., sez. II, 24/10/2007).

Nei confronti di Ca.Gi. va altresì riconosciuta l’ulteriore aggravante prevista dall’art. 219 comma 2 n. 1 L. F., per aver commesso più fatti di bancarotta e, segnatamente, più fatti di bancarotta fraudolenta per distrazione – quelli contestati nei capi a), b) e c) – unitamente alla bancarotta fraudolenta documentale sub capo q).

A tale riguardo giova precisare che in base al più recente arresto giurisprudenziale delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione “ciascuno dei fatti sottoposti ad unica sanzione secondo il disposto dell’art. 219, comma 2, n. 1), della legge fallimentare costituisce (fuori dai casi di “fattispecie a condotta plurima”) un singolo reato, che conserva la propria autonomia per ogni effetto giuridico che non consista nella determinazione della pena” (cfr. Cass. SS.UU. 27.01.2011 n. 21039). La Corte è pervenuta alla conclusione che dette norme contengono plurime, distinte e autonome fattispecie delittuose in concorso materiale tra loro, ma riflettendo sulla disciplina alle stesse riservata dall’art. 219, secondo comma, n. 1 L. F., i Supremi giudici concludono nel senso che ci si trovi, sul piano formale e funzionale, di fronte ad una circostanza aggravante. Detta circostanza aggravante ha, peraltro, connotazione strutturale atipica, nel senso che è lo strumento tecnico scelto dal legislatore per disciplinare, nella sostanza, “un’ipotesi di concorso di reati autonomi e indipendenti, che il legislatore unifica fittiziamente agli effetti della individuazione del regime sanzionatorio nel cumulo giuridico”.

Insomma, una circostanza aggravante nella forma, una pluralità di reati nella sostanza: “l’art. 219, comma secondo, n. 1 è un’ipotesi di concorso di reati, regolamentata in deroga alla disciplina generale sul concorso di reati e sulla continuazione, definita da una parte della dottrina come una sorta di “continuazione fallimentare”” (cfr. Cass n. 21039/2011 cit.).

I singoli fatti di bancarotta, quindi, conservano, ove ne ricorrano i presupposti, la loro autonomia sia sul piano ontologico che su quello giuridico, ma vanno unitariamente considerati quoad poenam. Per effetto delle considerazioni che precedono i fatti di bancarotta documentale e per distrazione per i quali Ca.Gi. è stato riconosciuto colpevole possono essere unificati, in questa sede, applicandosi alla pena inflitta per uno dei suddetti reati sia l’aumento determinato dalla ricorrenza dell’aggravante dell’aver cagionato un danno patrimoniale di rilevante gravità sia l’aumento previsto dall’art. 219 co. 2 n. 1 L. F. (con conseguente applicazione dell’art. 63 co. 3 c.p. che disciplina il concorso tra aggravanti ad effetto speciale, quale deve intendersi quella ex art. 219 co. 1 L. F., ed altre circostanze aggravanti).

Va invece esclusa nei confronti del CA. la recidiva infraquinquennale contestata in rubrica, atteso che le precedenti condanne iscritte sul certificato del casellario giudiziale riguardano un reato contravvenzionale (che non può essere preso in considerazione ai fini della recidiva ex art. 99 c.p., applicabile solo in caso di reiterazione di delitti), nonché il reato ex art. 8 D.Lgs. 74/2000 giudicato con sentenza divenuta irrevocabile solo il 7.02.2008 (e dunque in epoca successiva alla consumazione degli illeciti contestati nel presente procedimento).

Alla luce comunque dei precedenti penali in capo al CA. e della obiettiva gravità della sua condotta, in assenza di qualunque elemento idoneo a determinare una attenuazione del trattamento sanzionatorio, ritiene il Collegio non riconoscibili, in favore del predetto imputato, le circostanze attenuanti generiche.

Ad analoghe conclusioni deve addivenirsi per l’imputato Fr.Do. (già gravato da cinque precedenti condanne per delitti), mentre lo stato di incensuratezza di Lo.Fr. consentono, in suo favore, il riconoscimento delle attenuanti generiche ex art. 62 c.p. (tenuto conto della inapplicabilità, in ragione del tempus commissi delicti, della disciplina limitativa contenuta nel terzo comma del predetto articolo di legge).

Quanto alla pena da determinarsi in concreto, tenuto conto dei parametri di cui all’art. 133 c.p. si reputa quindi congruo determinare la stessa:

– per Ca.Gi. in anni sei e mesi sei di reclusione (pena base anni cinque di reclusione – tenuto conto delle particolari modalità dell’azione come sopra descritte, delle plurime condotte distrattive e del danno cagionato ai creditori, per giustificare il superamento del minimo edittale – aumentata di anni uno di reclusione ex art. 219 co. 1 L. F. e di mesi sei di reclusione per il riconoscimento dell’aggravante ex art. 219 co. 2 L. F.);

– per Fr.Do. in anni tre e mesi sei di reclusione (pena base anni tre di reclusione, aumentata di mesi sei di reclusione per il riconoscimento dell’aggravante ex art. 219co. 1 L. F.);

– per Lo.Fr. in anni due di reclusione (pena base anni tre di reclusione, diminuita di un terzo ex art. 62 bis c.p.).

Consegue ex lege, ai sensi dell’art. 535 c.p.p. anche la condanna dei predetti imputati al pagamento delle spese processuali.

Ai sensi degli artt. 29 c.p. e 216 u.c. L. fall., la pronuncia di condanna comporta, per Ca.Gi. l’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici, lo stato di interdizione legale durante la durata della pena e l’inabilitazione per la durata di anni dieci all’esercizio delle imprese commerciali, nonché l’incapacità, per la stessa durata, a esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa; per Fr.Do. l’interdizione dai pubblici uffici per la durata di anni cinque e la inabilitazione per la durata di anni dieci all’esercizio delle imprese commerciali, nonché la incapacità, per la stessa durata, a esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa. Va comunque rilevato che le pene comminate a Ca.Gi. e Fr.Do. possono essere indultate, trattandosi di reati consumati in epoca anteriore al 2/05/2006 e, pertanto, ricadenti nell’ambito applicativo della L. 241/2006 (non rientrando i delitti per i quali vi è stata condanna tra quelli esclusi dall’applicazione dell’indulto, ex art. 1, c. 2, L. 241/06 e tenuto conto che i due imputati non hanno commesso nel quinquennio successivo reati che hanno comportato l’applicazione di una pena detentiva superiore ai due anni).

Ai sensi dell’art. 174 c.p. può dunque dichiararsi estinta, per effetto dell’indulto di cui all’art. 1 L. 241/2006, la pena della reclusione nella misura massima di anni tre.

Analogo beneficio non va concesso al LO., poiché la misura della pena inflitta e l’assenza di precedenti condanne consentono una prognosi favorevole di assenza del pericolo di ricaduta nel delitto, cosicché può essere riconosciuto al predetto imputato il più favorevole beneficio della sospensione condizionale della pena ex art. 163 c.p. (cfr. Cass. Sez. 6, Sentenza n. 49864 del 29/11/2013: con la sentenza di condanna, non può essere contestualmente applicato l’indulto e disposta la sospensione condizionale della pena, in quanto quest’ultimo beneficio prevale sul primo).

L’accertamento della penale responsabilità di Ca.Gi., Lo.Fr. e Fr.Do. comporta la condanna dei medesimi al risarcimento dei danni materiali e morali in favore della Curatela del Fallimento Te. S.r.l. (costituiti come parte civile), ai sensi dell’art. 538 c.p.p.

Poiché in fase istruttoria non è stata raggiunta la prova circa l’esatto ammontare dei danni materiali e morali subiti dai predetti soggetti, in presenza della prova certa solo sull’an dei danni medesimi, il. Collegio non può che pronunciare condanna generica di risarcimento, dovendosi procedere alla loro liquidazione in separato giudizio civile.

Può comunque immediatamente riconoscersi in favore della Curatela del Fallimento Te. S.r.l. (che ne ha fatto espressa richiesta) una provvisionale, dichiarata immediatamente esecutiva ex art. 540 co. 2 c.p.p., pari Euro 509.000,00 in relazione al danno derivante dai reati di cui ai capi a) e c) – ascrivibili al CA. – ed Euro 500.000,00 in relazione al danno derivante dal reato di cui al capo b), ascrivibile al CA. in concorso con il FR. (solidalmente responsabile, dunque, per i danni cagionati da questa condotta illecita); la liquidazione è stata operata in ragione del pregiudizio di natura economica subito dalla curatela per effetto del depauperamento del patrimonio sociale e, dunque, della perdita dell’attivo che, in assenza dei fatti distrattivi, poteva essere ricavato dal patrimonio societario.

Infine le spese sostenute dalla parte civile sono liquidate come da dispositivo e vanno poste a carico degli imputati e dei responsabili civili.

Per l’elevato numero dei procedimenti trattati in udienza e per la complessità delle questioni esaminate nella presente sentenza non è stata possibile la redazione contestuale dei motivi; la gravità delle imputazioni ed il concomitante impegno del giudice estensore quale componente del tribunale della libertà nonché quale giudice monocratico ha, inoltre, determinato l’indicazione del termine di 90 giorni per la compiuta redazione della motivazione.

P.Q.M.

Visti gli artt. 533, 535 c.p.p., dichiara Ca.Gi. colpevole dei reati a lui ascritti nei capi a) (ad eccezione dei fatti di bancarotta relativi alla distrazione dei crediti verso clienti ed alla distrazione della disponibilità di cassa), b), c) e q) (in esso assorbito il delitto di cui al capo r) della rubrica – e, esclusa la recidiva, ritenute le ulteriori aggravanti contestate, lo condanna alla pena di anni sei e mesi sei di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali e di mantenimento in carcere ove dovute.

Visti gli artt. 533 – 535 c.p.p. dichiara Fr.Do. e Lo.Fr. colpevoli dei reati a loro rispettivamente ascritti nei capi b) e q) (in esso assorbito il delitto di cui al capo r) e, ritenuta per il FR. la contestata aggravante e riconosciute al LO. le attenuanti generiche, condanna Fr.Do. alla pena di anni tre e mesi sei di reclusione e Lo.Fr. alla pena di anni due di reclusione, entrambi oltre al pagamento delle spese processuali e con il beneficio, per il LO., della sospensione condizionale della pena ex art. 163 c.p.

Visti gli artt. 29 c.p. e 216, ultimo comma R.D. n. 267/1942, dichiara Ca.Gi. interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, in stato di interdizione legale durante la durata della pena e inabilitato per la durata di anni dieci all’esercizio delle imprese commerciali, nonché incapace, per la stessa durata, a esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa.

Visti gli artt. 29 c.p. e 216, ultimo comma R.D. n. 267/1942, dichiara Fr.Do. interdetto dai pubblici uffici per la durata di anni cinque e inabilitato per la durata di anni dieci all’esercizio delle imprese commerciali, nonché incapace, per la stessa durata, a esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa.

Visti gli artt. 174 c.p. e 1 L. 241/2006 dichiara condonata per anni tre la pena detentiva in favore di Ca.Gi. e Fr.Do.

Visto l’art. 530 co. 2 c.p.p. assolve il CA. dagli ulteriori addebiti sub capo a) nonché dal reato sub capo d) perché il fatto non sussiste.

Visto l’art. 530 co. 2 c.p.p. assolve Va.Ve. dal reato a lei ascritto nel capo d) perché il fatto non sussiste.

Visto l’art. 531 c.p.p. dichiara non doversi procedere nei confronti di Ca.Gi. e Lo.Fr. in ordine ai reati a loro rispettivamente ascritti nei capi p), s) e t) per essersi gli stessi estinti per intervenuta prescrizione.

Visti gli artt. 538 e ss. c.p.p. condanna in solido Ca.Gi., Fr.Do. e Lo.Fr. al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile da liquidarsi in separato giudizio – riconoscendo in favore della medesima una provvisionale immediatamente esecutiva pari ad Euro 509.000,00 in relazione al danno derivante dai reati di cui ai capi a) e c) ed Euro 500.000,00 in relazione al danno derivante dal reato di cui al capo b) – nonché alla rifusione delle spese processuali che liquida in Euro 3.500,00, oltre iva, c.p.a e rimborso spese generali al 15% come per legge.

Riserva il deposito della motivazione nel termine di giorni novanta. Così deciso in Taranto il 26 febbraio 2016.

Depositata in Cancelleria il 16 maggio 2016.

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