Come difendersi da errori Inps
Le Guide
7 Ott 2016
 
L'autore
Noemi Secci
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Come difendersi da errori Inps

Calcolo della pensione errata, trattamento previdenziale non riconosciuto, restituzione indebita: come ci si difende dagli errori dell’Inps?

 

Dalla pensione calcolata male alle indebite trattenute sulla reversibilità, dal mancato riconoscimento di una prestazione all’errata richiesta di somme non dovute: non sono rari i casi in cui l’Inps commette degli errori a svantaggio del cittadino. In tutti questi casi, è possibile difendersi, dapprima con un ricorso amministrativo, la cui decisione è affidata a un organo dell’Inps stesso; in caso di esito negativo del ricorso, è possibile rivolgersi, a seconda dei casi, al cosiddetto Giudice previdenziale, alla Corte dei Conti, al Tribunale ordinario, al Giudice di Pace o al Tar. Ma andiamo per ordine e vediamo, fase per fase, come difendersi dagli errori dell’Inps.

 

 

Ricorso amministrativo Inps: quando è necessario

Come appena accennato, la prima cosa da fare, quando si riscontra un errore dell’Inps, è esperire un ricorso amministrativo, che è deciso da un organo dello stesso Istituto.

La fase amministrativa preliminare costituisce una condizione necessaria per procedere, successivamente, all’azione giudiziaria contro l’Inps, se l’azione è di accertamento negativo o riguarda le prestazioni previdenziali (in quest’ultimo caso, in particolare, il ricorso amministrativo è condizione di ammissibilità).

In pratica, il ricorrente può rivolgersi al giudice quando:

  • è stato concluso il ricorso amministrativo con una decisione, ovviamente, negativa;
  • sono decorsi i termini per il compimento dello specifico procedimento amministrativo senza che l’organo si sia pronunciato;
  • sono decorsi 90 giorni dalla data di proposizione del ricorso amministrativo, se non è previsto alcun termine per la decisione: in questo caso si realizza il cosiddetto silenzio-rigetto ed è consentito il ricorso giurisdizionale.

Se il ricorrente inizia l’azione giudiziaria prima del verificarsi delle ipotesi elencate, il giudice rileva l’improcedibilità della domanda nella prima udienza di discussione della causa.

Vi sono, però, dei casi in cui non è necessario effettuare il ricorso amministrativo per poter in seguito  adire il giudice:

  • quando il ricorrente domanda un provvedimento d’urgenza [1] (nel caso in cui il diritto fatto valere è minacciato da un pregiudizio grave, imminente ed irreparabile);
  • quando la domanda è relativa a un giudizio già instaurato dalla pubblica amministrazione, senza che l’interessato abbia ricevuto alcuna preventiva comunicazione dell’atto da impugnare;
  • nei procedimenti di opposizione alle cartelle di pagamento;
  • quando la controversia verte solo sull’interpretazione da dare ad una disposizione di legge;
  • quando si rilevano meri errori di calcolo nella determinazione delle prestazioni previdenziali; in questa ipotesi è comunque possibile presentare un’istanza all’Inps in autotutela, ferma restando la proponibilità dell’azione giudiziale.

 

 

Ricorso amministrativo Inps: quando e a chi va fatto

ll ricorso contro i provvedimenti dell’Inps deve essere diretto allo specifico organo, centrale o periferico, competente a decidere la controversia: ad esempio, per contestazioni che riguardano i contributi dei lavoratori dipendenti iscritti al Fpld (Fondo pensioni lavoratori dipendenti) , il ricorso va fatto al Comitato Amministratore del Fondo.

Per inviare il ricorso amministrativo, ad ogni modo, il canale è unico; questo, infatti, può essere inviato:

  • per i soggetti in possesso di Pin dell’Inps o di identità unica digitale Spid, dal sito dell’Istituto, sezione Servizi per il cittadino, Ricorsi online;
  • tramite un patronato o un intermediario dell’Istituto (ad esempio, un consulente del lavoro).

Il ricorso deve essere inoltrato all’organo competente entro 90 giorni, che decorrono:

– da quando è stato ricevuto l’atto amministrativo da impugnare: la data risulta dal timbro apposto dall’ufficio postale sull’avviso di ricevimento (se si tratta di una raccomandata);

– dal 121° giorno successivo a quello di presentazione della relativa domanda, se si tratta di un’ipotesi di silenzio rigetto.

La data di presentazione del ricorso risulta inequivocabilmente dalla ricevuta che viene automaticamente rilasciata alla fine della procedura telematica.

La presentazione del ricorso interrompe il termine di prescrizione del diritto reclamato e sospende eventuali provvedimenti che implicano l’annullamento del rapporto assicurativo, mentre non sospende l’esecutorietà dell’atto amministrativo impugnato, quando questo ha ad oggetto:

  • le prestazioni;
  • i contributi alle gestioni dei lavoratori autonomi;
  • la classificazione dei datori di lavoro.

In caso di rigetto, o di mancata risposta, dovrà allora essere effettuato un ricorso alla Corte dei Conti: il termine di decadenza, a causa di una legge del 2011[2], è ora triennale, e non più di 5 anni, come conferma anche un recente messaggio dell’Inps [3].

 

 

Contenzioso giudiziale

Nel caso in cui l’esito del ricorso amministrativo sia negativo o vi sia stato silenzio-rigetto, oppure nei casi in cui la fase amministrativa non sia necessaria, come già detto è possibile esperire un ricorso giudiziale.

Il ricorso, in particolare, deve essere inoltrato:

– al Giudice previdenziale (si tratta del Tribunale in funzione di giudice unico di primo grado del lavoro, che applica il rito del lavoro con alcune particolarità collegate alla specialità della materia), per le controversie in materia di:

  • assicurazioni sociali a favore di lavoratori dipendenti e di lavoratori autonomi e professionisti (incluse le casse professionali);
  • infortuni sul lavoro e malattie professionali;
  • assegni per il nucleo familiare e assegni familiari;
  • qualsiasi prestazione di previdenza ed assistenza obbligatoria (ad esempio disoccupazione, mobilità o maternità);
  • inosservanza degli obblighi del datore di lavoro di assistenza e previdenza derivanti da contratti e accordi collettivi;
  • risarcimento danni per errore dell’Inps nella comunicazione delle informazioni sulla posizione contributiva: è il caso in cui il dipendente viene indotto a dimettersi prima della maturazione del diritto alla pensione a causa di informazioni sbagliate dell’Inps [4];
  • costituzione forzosa di una rendita vitalizia (per mancato agamento dei contributi da parte del datore di lavoro);

– alla Corte dei conti, per le controversie in materia di:

  • pensioni;
  • assegni o indennità civili, militari o di guerra;

– al Tribunale ordinario, per le controversie in materia di previdenza complementare;

– al Giudice di Pace, per le controversie in materia di interessi e accessori;

– al Tar, per le controversie in materia di interessi legittimi.

 


[1]Art. 700 c.p.c.

[2] L.111/2011.

[3]Mess. Inps 4774/2014.

[4] Cass. sent. n. 26925/2008.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti