Accoltellare qualcuno in una rissa è legittima difesa?
Lo sai che?
12 Set 2016
 
L'autore
Antonio Ciotola
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Accoltellare qualcuno in una rissa è legittima difesa?

Si può configurare la legittima difesa anche nel caso in cui sia utilizzata un arma e si provochino lesioni personali ad un’aggressore fisicamente sovrastante.

 

In una recente sentenza [1] la Corte di Cassazione torna ad occuparsi del tema della legittima difesa, andando meglio a definire i criteri in base ai quali un’azione può essere considerata scriminata in applicazione della causa di giustificazione in oggetto.

 

È  opportuno iniziare la nostra analisi cercando, preliminarmente, di chiarire cosa debba intendersi e cosa sia la legittima difesa. Con terminologia giuridica la  legittima difesa è definibile causa di giustificazione dal reato o, altrimenti detta,  circostanza  scriminante. In altre parole, la legittima difesa è quella circostanza in presenza della quale un fatto che costituirebbe reato si considera non punibile appunto perchè scriminato.

 

In termini ancora più semplici possiamo dire che, in presenza della causa di giustificazione della legittima difesa, una persona  non è punibile per un fatto/reato che ha commesso perché lo ha fatto in presenza di circostanze che rendono quell’azione legalmente giustificabile.

 

Questione fondamentale, quando si parla di difesa legittima, è quella di determinare a quali condizioni è possibile ritenere la sua sussistenza, ovvero, individuare quali siano le condizioni, giuridiche e di fatto, in presenza delle quali una condotta che di per sé sarebbe penalmente rilevante (costituirebbe cioè reato) possa essere considerata  non punibile per effetto della scriminante in parola.

 

Tradizionalmente sono considerate condizioni della legittima difesa:

  1. la necessità della difesa;
  2. l’attualità del pericolo;
  3. la proporzionalità tra il pericolo/danno e la reazione (tra l’offesa e la difesa).

 

Nella sentenza in commento, che ha disposto l’annullamento della condanna dell’imputato per carenze motivazionali  della sentenza di condanna [2], ordinando la celebrazione di un nuovo processo, la Corte di Cassazione ha avuto modo di precisare, ancora una volta, non solo i criteri e metodi di valutazione della legittima difesa ma anche le caratteristiche che deve avere la motivazione del  provvedimento giudiziario (in questo caso sentenza) affinchè possa essere considerato logicamente coerente ed andare esente da vizi di illogicità.

 

Nel caso che ci sta occupando l’imputato, era accusato di aver provocato lesioni personali con l’uso di un coltello perchè, durante una colluttazione con un aggressore a lui fisicamente sovrastante, aveva fatto impropriamente uso dell’arma.  Secondo i giudici di merito (cioè quelli di primo grado e di appello) la condotta dell’imputato integra il reato di lesioni personali non potendosi applicare la scriminante in oggetto  sia per la mancanza della necessità dell’azione (accoltellamento), sia per il difetto  della proporzionalità tra il pericolo/danno cagionato dell’aggressione e la reazione alla stessa (uso del coltello).

 

Si badi bene, però, che il giudizio della Corte di Cassazione è, come si dice, una valutazione sulla legittimità e non sul merito della sentenza che definisce il processo. Questo significa, volendo semplificare,  che i pronunciamenti della Suprema Corte non vanno ad occuparsi delle valutazioni fattuali ma a verificare che l’iter logico-giuridico seguito dai giudici precedenti, sia corretto sotto il profilo della legittimità e che le decisioni assunte siano adeguatamente motivate.

 

A questo punto, per spiegare compiutamente la vicenda in oggetto e comprendere la portata della decisione in commento,  è opportuno cercare di definire, più precisamente, cosa debba intendersi per “necessità della difesa”“attualità del pericolo” e “proporzionalità tra il pericolo e la reazione”. 

 

La necessità della difesa deve essere intesa quale unica alternativa tra reagire o subire l’aggressione ovvero, nel senso che quella reazione (nel caso di specie l’accoltellamento) deve essere  l’unico modo in concreto possibile per salvarsi dall’offesa. Secondo la prevalente giurisprudenza, infatti, non potrebbe configurarsi la legittima difesa tutte quelle volte in cui sia data all’aggredito l’opportunità (la possibilità) di fuggire perché, si argomenta, in questo caso la reazione costituisce una scelta dell’aggredito tra due opzioni entrambe possibili:  la fuga e la reazione. Potendo darsi alla fuga la reazione non può considerarsi necessaria.

 

Più semplice e di immediata comprensione è il significato di attualità del pericolo; per potersi ritenere  sussistente il requisito in parola è necessario che la reazione sia compiuta nello stesso momento in cui si è in pericolo o si sta subendo il danno e non in un momento successivo quando il pericolo è cessato. In questo secondo caso, infatti, è evidente che più che legittima difesa si tratterebbe di un’azione di rappresaglia e vendetta.

 

Il requisito sul quale, da sempre, si è più dibattuto e che crea i maggiori dubbi interpretativi e le maggiori difficoltà di applicazione pratica, è quello della proporzionalità tra l’offesa e la reazione. Per potersi definire legittima difesa,  il male inflitto all’aggressore deve essere proporzionato a quello che l’aggredito (aggressore per legittima difesa) ha inteso evitare difendendosi. Secondo la giurisprudenza più risalente, la proporzionalità andava verificata, essenzialmente, in riferimento ai mezzi utilizzati nell’azione.

Per capirci, secondo il tradizionale e risalente orientamento giurisprudenziale, il fatto di essere stati aggrediti a mani nude e di doversi difendere da quest’aggressione, non avrebbe potuto giustificare l’uso di un arma perché, in questo caso, ci sarebbe una obiettiva sproporzione tra i mezzi usati dall’aggredito (il coltello) e quelli usati dall’aggressore (le mani nude).

 

Nel caso di specie, come si è già accennato, il ricorrente (l’aggressore per legittima difesa) era stato condannato per il reato di lesioni personali commesso, con l’uso di un coltello, ai danni di una persona fisicamente più forte e prestante, durante una lite nella quale si affrontavano a mani nude nella quale appariva destinato alla sicura soccombenza.

 

Secondo i giudici del merito, pur in presenza di queste circostanze, la reazione di accoltellamento non poteva considerarsi in rapporto di proporzionalità con il pericolo e con il danno e non appariva unica alternativa praticabile (requisito della necessità della reazione) ben potendo l’imputato darsi alla fuga ed evitare di usare il coltello contro il suo aggressore.

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione, facendo proprio l’orientamento giurisprudenziale più recente emerso anche in tema di eccesso colposo di legittima difesa [3] esprime il principio in base al quale, ai fini del riconoscimento della causa di giustificazione della legittima difesa, i requisiti della necessità della difesa e della proporzionalità della stessa (specie a seguito delle modifiche apportate all’art. 52 c.p. dalla legge n. 59 del 2006) vanno intesi nel senso che la reazione deve essere apprezzata a valutata unitariamente con riferimento alla situazione esistente al momento del fatto ed apparire  non sostituibile con altra meno dannosa ed egualmente idonea alla tutela del proprio diritto alla incolumità personale.

 

In buona sostanza, la valutazione della necessità della difesa e della proporzionalità dell’azione deve essere effettuata caso per caso secondo un prudente apprezzamento (giudizio) che deve tener conto di tutte le circostanze del fatto e dell’azione. Per fare un esempio, è facilmente comprensibile che una cosa è essere aggrediti di giorno su di una strada trafficata, altra cosa è subire la stessa aggressione di notte in un oscuro vicoletto.

 

Superando le tesi della dottrina e della giurisprudenza più tradizionale (secondo la quale, in buona sostanza, essendo stato aggredito a mani nude sarebbe sempre sproporzionato l’uso di un arma)  la recente elaborazione, sia scolastica che giurisprudenziale, nel cui solco si inserisce perfettamente la pronuncia in commento, è giunta alla conclusione che la valutazione della proporzionalità e della necessità della reazione debba essere effettuata tendo conto di tutte le circostanze del fatto  (es. caratteristiche di luogo, condizioni delle persone, orario dell’aggressione e di quant’altro possa essere rilevante) e in un giudizio da effettuarsi, come si dice in terminologia tecnico-giuridica, ex ante cioè con riferimento e riguardo a tutte le condizioni  esistenti in quel momento  così come percepite dall’aggredito, e non solo in riferimento alle conseguenze dell’azione o ai mezzi utilizzati per la difesa.


[1] Cass. Sent. n. 36987/16 dep. 06.09.2016.

[2] Art 606 cod.proc.pen. Casi di ricorso.

[3] Cass. Sent. n.  27595/13 del 24.06.2013  “L’eccesso colposo sottintende i presupposti della scriminante con il superamento del limiti a quest’ultima collegati, sicché, per stabilire se nel fatto si siano ecceduti colposamente i limiti della difesa legittima, bisogna prima accertare la inadeguatezza della reazione difensiva, per l’eccesso nell’uso dei mezzi a disposizione dell’aggredito in un preciso contesto spazio temporale e con valutazione ex ante, e occorre poi procedere a un’ulteriore differenziazione tra eccesso dovuto a errore di valutazione ed eccesso consapevole e volontario, dato che solo il primo rientra nello schema dell’eccesso colposo delineato dall’art. 55 cod. pen., mentre il secondo consiste in una scelta volontaria, la quale comporta il superamento doloso degli schemi della scriminante. In tal modo, la figura dell’eccesso colposo sottintende i presupposti della scriminante della legittima difesa e si concreta nel superamento dei limiti a essa immanenti, fondandosi entrambe sull’esigenza di rimuovere il pericolo di un’aggressione mediante una reazione proporzionata”.  

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 


Download PDF SCARICA PDF
 
 
Commenti