Casa popolare: il subentro spetta al separato di fatto?
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16 Set 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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Casa popolare: il subentro spetta al separato di fatto?

La voltura del contratto per la casa popolare non spetta al separato di fatto dal coniuge che possiede altro alloggio.

 

Sono separata di fatto e più di due anni fa sono andata ad abitare con mio figlio nella casa popolare di mia madre. Abbiamo avvertito l’Ente che infatti ci ha aumentato l’affitto. Ora mia madre è morta e l’Ente rifiuta di fare la voltura perché dice che non ne ho diritto in quanto non separata legalmente da mio marito che è proprietario di una casa in un altro Comune. Come è possibile se nel momento in cui sono andata ad abitare con mia madre l’Ente aveva accettato?

 

La risposta al quesito necessita di un preliminare chiarimento.

La comunicazione, fatta all’Ente gestore, del trasferimento presso la casa popolare assegnata ad altro soggetto, non deve necessariamente identificarsi in quella situazione giuridica di ampliamento del nucleo familiare che può dare diritto – in caso di decesso dell’originario assegnatario – al subentro nell’assegnazione da parte di altri componenti della famiglia.

Certamente l’assegnatario ha diritto ad ampliare il proprio nucleo familiare, ma ciò può avvenire seguendo una precisa procedura che consente di ottenere l’autorizzazione da parte del Comune.

 

 

Casa popolare: come si fa ad ampliare l’originario nucleo familiare?

Nello specifico, la legge prevede un particolare iter ai fini dell’ ampliamento del nucleo familiare dell’originale assegnatario della casa popolare, prevedendo che l’ingresso di un nuovo soggetto deve essere immediatamente comunicato all’ente gestore, il quale, nei successivi tre mesi, verifica che, a seguito dell’ampliamento, non sussistano cause di decadenza dall’assegnazione. Gli esiti di tali verifiche sono comunicati all’interessato a cura dell’ente gestore.

 

 

I componenti subentrati hanno sempre diritto alla voltura?

In caso di esito positivo, l’ampliamento del nucleo familiare da diritto, per il nuovo componente autorizzato, fatto salvo un preciso ordine di precedenza, al subentro (ad esempio nel caso di decesso) nell’assegnazione dell’alloggio e alla voltura del contratto di locazione. In altre parole, il subentro e la voltura del contratto a favore di un parente che si assume convivente presuppone che questi sia stato già incluso nel nucleo familiare di appartenenza del defunto a seguito di provvedimento di ricognizione positiva da parte dell’ente concedente e gestore [1].

Orbene, in caso di decesso dell’ assegnatario la normativa [2] prevede che subentrano rispettivamente nella domanda o nella assegnazione i componenti il nucleo familiare come definito e secondo l’ ordine indicato dalla legge [3] e tra questi indica coloro che non abbiano la «titolarità di diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione su alloggio adeguato alle esigenze del nucleo familiare, nell’ ambito della provincia cui si riferisce il bando». Cosa che non può certo dirsi di chi, come la lettrice, essendo ancora coniugata, ha senz’altro pieno diritto di abitare nella casa di proprietà del coniuge.

 

Ciò comporta, all’atto pratico, che se anche l’Ente gestore, in base alla dichiarazione della lettrice, ha registrato un maggior numero di componenti il nucleo abitativo della casa popolare e, di conseguenza, aumentato il canone di locazione dell’immobile, ciò non fa sorgere in automatico anche il diritto della donna a subentrare, dopo la morte della madre, nell’assegnazione dell’alloggio, atteso che tale diritto è subordinato al ricorrere di specifiche condizioni di bisogno abitativo che devono essere adeguatamente documentate e che, nel caso specifico, si scontrano col fatto che la lettrice risulta ancora sposata con il proprietario di un immobile in altro Comune.

 

Facciamo un esempio per chiarire meglio il problema. Supponiamo che, negli anni precedenti, quando la donna viveva ancora col marito, si sia resa conto che l’anziana madre era bisognosa di assistenza continua; assistenza che lei, abitando altrove (tanto più se in un diverso comune) non era in grado di prestarle. Supponiamo, quindi, che per questo motivo, la lettrice abbia deciso di trasferirsi insieme al figlio (previo accordo col marito) presso la dimora materna, ma senza che vi fosse una crisi coniugale in atto. Due coniugi possono, infatti, avere due diverse residenze e (se c’è volontà comune anche non coabitare) senza che per questo venga meno la loro condizione di coniugi e, tanto più se vi sono figli, il loro nucleo familiare.

Quindi, alla morte dell’originario assegnatario (nel caso di specie, la mamma della lettrice) vi sono persone che (secondo un ordine previsto dalla legge) possono avere priorità nell’ottenere l’assegnazione dell’ alloggio popolare (versando in condizioni di effettivo bisogno abitativo) anche rispetto a chi dimostri di aver convissuto col precedente assegnatario dell’alloggio.

 

 

Che può fare il separato di fatto a cui viene negata la voltura del contratto?

Quanto detto non viene certamente a risolvere il problema della lettrice che potrebbe essere affrontato come segue.

Anche se non risulta chiaro se la donna abbia solo assunto informazioni presso l’Ente ai fini della voltura o abbia già sottoscritto una precisa istanza in tal senso, il primo consiglio è, in questa fase, di non lasciare la casa e di rivolgersi immediatamente ad un legale che possa esaminare:

–  sia la questione più prettamente amministrativa del suo diritto a restare nell’alloggio popolare in base alle esatte condizioni che hanno dato luogo alla convivenza con la madre,

– sia quella civile relativa alla presentazione della domanda di separazione. Domanda che, a questo punto, ritengo non possa più essere procrastinata.

Certamente l’Ente potrà contestarle che la separazione è successiva al decesso della madre, ma – una volta separata e dimostrato (ritengo, senza particolari difficoltà) che la separazione di fatto aveva tutte le caratteristiche di una separazione effettiva (e non dettata da ragioni di mera assistenza al familiare deceduto), sicuramente la donna potrà contare su una motivazione giuridica (l’effettiva esigenza abitativa) più solida per restare nella casa popolare, di fronte al diniego manifestato dell’Ente gestore. 


[1] Cass.. sent. n. 9783/2015.

[2] Nel caso di specie,l’ art. 14 Legge reg. Campania n. 18 del 02-07-1997 stabilisce che “In caso di decesso dell’aspirante assegnatario o dell’assegnatario, subentrano rispettivamente nella domanda o nella assegnazione i componenti il nucleo familiare come definito e secondo l’ ordine indicato nell’art. 2 della presente legge”.

[3] Nel caso di specie, l’ art 2 Legge reg. n. Campania 18 del 02-07-1997 recita: “I requisiti per la partecipazione al bando di concorso per l’ assegnazione degli alloggi di cui al precedente art. 1 sono i seguenti:

a) cittadinanza italiana o di uno Stato aderente all’Unione europea ovvero, per i cittadini di paesi non

membri dell’Unione europea, il possesso dello status di rifugiato riconosciuto dalle competenti autorità

italiane o la titolarità della carta di soggiorno o la titolarità di un permesso di soggiorno almeno biennale e,

in quest’ultimo caso, l’esercizio di una regolare attività di lavoro subordinato o di lavoro autonomo;

b) residenza anagrafica o attività lavorativa esclusiva o principale nel comune o in uno dei comuni

compresi nell’ambito territoriale cui si riferisce il bando di concorso, salvo che si tratti di lavoratori destinati

a prestare servizio in nuovi insediamenti industriali, compresi in tale ambito, o di lavoratori emigrati

all’estero, per i quali è ammessa la partecipazione per un solo ambito territoriale;

c) non titolarità di diritti di proprietà , usufrutto, uso e abitazione su alloggio adeguato alle esigenze del

nucleo familiare, nell’ambito della provincia cui si riferisce il bando”.

 


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