Se il creditore chiede i soldi con minacce compie reato
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12 Set 2016
 
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Redazione
 


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Se il creditore chiede i soldi con minacce compie reato

Pretendere un pagamento con insistenza può integrare il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, quello di stalking (atti persecutori) o quello di minaccia, a seconda di come venga posta in essere la condotta.

 

“C’è modo e modo” si dice, giustamente, nel linguaggio comune, e questo vale anche per la legge: c’è modo e modo di chiedere i soldi. Anche quando è un proprio diritto ottenere il pagamento di una somma di denaro, se ciò viene chiesto con insistenza, fino a perseguitare il debitore notte e giorno, può scattare il reato di stalking; se, invece, nel momento in cui si chiede il pagamento si annuncia al debitore l’avvio di azioni di rappresaglia e ritorsioni, si commette il reato di minaccia; se, in ultimo, si passa dalle parole ai fatti e, ad esempio, ci si posiziona sotto la porta del debitore e si squilla in continuazione il campanello o lo si tartassa di telefonate si può arrivare al reato di molestia, di violenza privata e a quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni.

Insomma, c’è una marea di modi per denunciare chi richiede soldi in modo insistente.

 

Si commette reato anche se la richiesta di soldi proviene da un figlio ed è indirizzata nei confronti dei propri genitori per ottenere un sostegno o un contributo economico. Lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza [1]. Si deve ovviamente trattare di comportamenti vessatori ed opprimenti. Anche la condotta di bivaccare nel sottoscale dell’edificio ove abitano i genitori integra una condotta di per sé minacciosa quando tale presenza è diretta ad ottenere continuamente denaro ed altre utilità economiche dai genitori.

 

La giurisprudenza ha ritenuto che può integrare il reato di molestia anche quella commessa dal call center di recupero crediti che telefoni abitualmente tutti i giorni al debitore pur di spingerlo a pagare. Così come il preannunciare conseguenze legali impossibili invece da realizzarsi (come ad esempio: “domani veniamo con l’ufficiale giudiziario e vi buttiamo via di casa se non pagate”) può integrare un illecito penale. In questo caso, sempre meglio registrare la conversazione per poter avere la prova da esibire in caso di querela.

 

Dire al debitore che, se non paga, si andrà dal giudice per tutelare i propri diritti e anticipargli, ad esempio, l’avvio di un’azione esecutiva o la notifica di un decreto ingiuntivo, non costituisce reato in quanto è diritto del creditore agire giudizialmente. Non è invece lecito porre, come conseguenza dell’inadempimento, l’esercizio di un diritto completamente diverso, che nulla attiene al rapporto in questione (ad esempio: “Se non mi paghi, andrò a dire al datore di lavoro che tu, l’altro ieri, hai falsificato la timbratura del badge”).

 

Il padrone di casa che cambia le chiavi al lucchetto della porta o chiude l’allaccio dell’acqua all’inquilino moroso che non gli paga l’affitto commette il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Così come commette tale reato chi distrugge il lavoro che il cliente gli aveva commissionato solo perché non lo ha pagato.

 


La sentenza

Corte di Cassazione sezione V Penale
sentenza 6 giugno – 13 luglio 2016, n. 29705 
Presidente Bruno – Relatore Amatore

Ritenuto in fatto

1.Con la sentenza impugnata la Corte d’Appello di Ancona, in parziale riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Ascoli Piceno in data 26.11.2012, ha rideterminato la pena inflitta ad anni uno e mesi tre di reclusione e confermato, nel resto, l’impugnata sentenza per il reato di cui all’art. 612 bis c.p..
Avverso la predetta sentenza ricorre l’imputato, per mezzo del suo difensore, affidando la sua impugnativa a tre motivi di doglianza.

1.1 Denunzia il ricorrente, con il primo motivo, il vizio argomentativo. Osserva la parte ricorrente che, nel capo di imputazione, sono riportati suoi comportamenti posti in essere successivamente al mese di settembre 2011, allorquando era uscito dalla casa di lavoro di Sulmona; che il giudice di primo grado aveva confusamente accumunato episodi accaduti prima e dopo il settembre 2011; che, invece, l’unico episodio addebitabile era quello in cui, uscito dalla casa di lavoro e gravemente malato, si era recato presso l’abitazione dei genitori e, vistosi respinto, si era creato un giaciglio di fortuna nel sottoscale dell’abitazione di quest’ultimi; che, pertanto, non si erano

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[1] Cass. sent. n. 29705/16 del 13.07.2016.

 


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