All’ex coniuge niente trattamento di fine rapporto dell’agente
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13 Set 2016
 
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All’ex coniuge niente trattamento di fine rapporto dell’agente

All’ex moglie non va una parte del TFR del marito se questi svolgeva l’attività di agente di commercio: si tratta infatti di una indennità che non ha nulla a che vedere con il trattamento di fine rapporto.

 

Possono dormire sonni tranquilli gli agenti di commercio che hanno divorziato: alle ex mogli infatti non spetta una parte del loro TFR, ma solo a condizione che essi abbiano svolto la propria attività in forma imprenditoriale, assumendo altri subagenti alle proprie dipendenze. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

 

Come noto, la legge [2] riconosce all’ex coniuge il diritto a una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge all’atto di cessazione del rapporto di lavoro, a condizione che non sia passato a nuove nozze e sia titolare dell’assegno divorzile. Lo scopo di tale norma è di consentire una partecipazione posticipata alle fortune economiche costruite insieme dai coniugi finché il matrimonio è durato.

 

La norma non si riferisce solo al TFR maturato dai lavoratori dipendenti, ma a qualsiasi forma di indennità di fine rapporto: pertanto rientrano nella previsione anche i compensi erogati all’agente di commercio, sebbene si tratti di un rapporto di lavoro non subordinato, ma parasubordinato e per tale figura lavorativa il contratto collettivo prevede solo il diritto ad una indennità da corrispondersi in occasione della cessazione del rapporto di lavoro. Tale indennità, secondo la giurisprudenza, è comunque assimilabile al TFR e, quindi, va divisa con la ex moglie.

 

Non è però il caso di agenti di commercio che abbiano esercitato la propria attività in forma imprenditoriale, valendosi di una rete di subagenti. In tal caso la prestazione da essi realizzata non si basa sul lavoro personale, ma anche sull’apporto dei dipendenti. Risultato: il compenso a fine mandato non è equiparabile a una indennità di fine rapporto e, pertanto, alla ex moglie non spetta più la percentuale.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, sentenza 11 aprile – 9 settembre 2016, n. 17883

Presidente Ragonesi – Relatore Mercolino

Fatto e Diritto

E stata depositata in Cancelleria la seguente relazione, ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ.:

“1. Con il decreto di cui in epigrafe, la Corte d’Appello di Ancona ha rigettato il reclamo proposto da D.P.M. avverso il decreto emesso il 7 maggio 2014, con cui il Tribunale di Ancona aveva rigettato la domanda di attribuzione di una quota della indennità di fine rapporto percepita da A.A. , già coniuge dell’appellante, in qualità di agente generale dell’INA-Assitalia S.p.a. per il periodo coincidente con il rapporto matrimoniale.

  • – Avverso il predetto decreto la D.P. ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un solo motivo. L’A. ha resistito con controricorso.
  • 3.- A sostegno dell’impugnazione, la ricorrente ha dedotto la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 12-bis della legge 1 dicembre 1970, n. 898, osservando che, nell’escludere il suo diritto ad una quota del trattamento di,fine rapporto, in virtù della natura imprenditoriale dell’attività svolta dall’A. , il decreto impugnato non ha tenuto conto della configurabilità del rapporto con la preponente come rapporto di agenzia e del collegamento della predetta

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    [1] Cass. sent. n. 17883/2016 del 9.09.2016.

    [2] Art. 12-bis L. n. 898/1970.

     


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