Pensione anticipata: finiti i privilegi per i giornalisti
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13 Set 2016
 
L'autore
Carlos Arija Garcia
 


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Pensione anticipata: finiti i privilegi per i giornalisti

Sistema contributivo, lavoro fino a 66 anni e 7 mesi, stretta sui contributi figurativi: ecco la riforma voluta dall’Inpgi. Più costoso anticipare la pensione.

 

Addio categoria protetta, addio isola felice. Dal 2017 anche i giornalisti dovranno penare per andare in pensione anticipata. Anzi: su chi finora ha goduto di certi privilegi calerà la scure più severa, quella che rappresenta in tutte le sue parti le conseguenze per chi vuole mollare penna e taccuino anzitempo: la lama Inps, l’Elsa Fornero.

Ecco cos’è previsto per i giornalisti: sistema contributivo per tutti, età pensionabile a 66 anni e 7 mesi, introduzione dell’aspettativa di vita, flessibilità in uscita a maglie strette e a caro costo, stop alla pensione a qualsiasi età con 40 anni di contributi, nuovi prelievi sulle retribuzioni e una stretta ai contributi figurativi per chi è in maternità, in cassa integrazione o in regime di solidarietà. Nessuna agevolazione? Ne anticipiamo una: c’è la possibilità che il periodo di progressivo assestamento duri un triennio. Per il resto, Inps e Inpgi diventano una sola sigla per il 90% delle norme previste. Le regole attuali restano valide fino alla fine del 2016. Poi, si cambia. Con questi criteri, modifiche in corso d’opera permettendo.

 

 

Pensione di vecchiaia dei giornalisti: fino a quando si lavora

Come i lavoratori che hanno versato i contributi all’Inps, per quanto riguarda la pensione di vecchiaia anche i giornalisti che hanno versato i contributi all’Inpgi dovranno rispettare le regole della legge Fornero, per quanto possano godere di due-tre anni di tempo per arrivare a regime. Dovranno, però, avere versato almeno 20 anni di contributi.

I giornalisti uomini potranno andare in pensione dal 2017 a 66 anni (uno in più rispetto ai 65 attuali). Dal 2018 dovranno scrivere qualche articolo in più: l’età pensionabile arriverà a 66 anni e 7 mesi. Poi, subentreranno le aspettative di vita, come per gli aspiranti pensionati Inps.

Per le giornaliste donne, la riforma voluta dall’Inpgi prevede un gradino più alto: nel 2017 potranno andare in pensione con 64 anni, anziché con 62. Nel 2018 appenderanno la penna al chiodo a 65 anni e 3 mesi. Nel 2019 arriverà la parità con i colleghi maschi: potranno dirsi pensionate a 66 anni e 7 mesi. Dopodiché, anche per loro, scatterà l’aspettativa di vita.

 

 

La pensione di anzianità dei giornalisti

Qualche giornalista già si leccava i baffi, pensando che, secondo il sistema attuale, con 57 anni di età e 35 di contributi poteva dedicarsi al giardinaggio, pur con una penalizzazione del 20% fino al 62esimo anno di età. La doccia fredda arriva da gennaio 2017, quando saranno necessari 38 anni di contributi per la pensione di anzianità. La temperatura della doccia scenderà ancora nel 2018 (ci vorranno 39 anni di contributi) e l’anno successivo (40 anni di contributi). Sempreché il giornalista abbia compiuto 62 anni: con un giorno in meno non va in pensione, nemmeno con l’anticipo penalizzato.

 

 

Pensione dei giornalisti: i contributi misti

La doccia fredda può diventare gelida? Certo. Soprattutto per i giornalisti che, nel corso della loro attività, hanno versato dei contributi sia all’Inpgi sia all’Inps, i cosiddetti contributi misti, perché hanno fatto più lavori o perché, per un periodo di tempo della loro vita, non hanno visto riconosciuto il loro status di giornalista. C’è, infatti, chi ha potuto sostenere l’esame di Stato solo a 40 anni, dopo 20 di attività con regolari contributi all’Inps, perché il suo editore ha volutamente evitato di assumere giornalisti professionisti in modo da risparmiare su stipendi e contributi. Il lavoratore svolgeva lo stesso le mansioni di giornalista, ma il suo contratto (ammesso che fosse assunto), nel migliore dei casi, diceva che era un impiegato. Nel peggiore dei casi, aveva un contratto di collaborazione e, se aveva vista lunga e stipendio lauto, si doveva pagare da solo i contributi. All’Inps, non all’Inpgi. Perché nessun direttore gli aveva firmato quel pezzo di carta che in cui certificava che il lavoratore in questione aveva fatto il giornalista negli ultimi 18 mesi e poteva accedere all’esame di Stato. Il che significa (se superato) l’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti. Il che significa l’obbligo, per l’azienda, di versare i contributi all’Inpgi.

Ebbene. Chi è passato da questa situazione di “promiscua contribuzione”, cioè chi ha versato i contributi un po’ qua, un po’ là, si sieda prima di leggere quanto segue: diversamente da quanto previsto in passato dalla legge Vigorelli [1], quando era possibile sommare gli anni di contribuzione indipendentemente da dove erano stati versati, dal 2017 i giornalisti potranno andare in pensione solo se hanno ottenuto o all’Inps o all’Inpgi gli anni di contribuzione necessari. A meno che non venga scelto il calcolo interamente contributivo oppure non vengano riscattati i contributi versati all’Inps, operazioni entrambe non proprio convenienti. La decisione è stata presa dal Consiglio di amministrazione dell’Inpgi. Giusto perché i giornalisti sappiano con chi prendersela.

 

 

Pensione dei giornalisti: c’è qualche agevolazione

L’Inpgi ha previsto alcune clausole di salvaguardia per certe categorie, limitando, però, il periodo di tutela a 12 mesi. Ecco nel dettaglio:

  • giornalisti ammessi alla contribuzione volontaria. Potranno andare in pensione con le regole attuali se raggiungeranno nei 12 mesi successivi all’approvazione della riforma i requisiti per la pensione di vecchiaia (65 anni gli uomini, 62 le donne, con 20 anni di contributi), oppure quelli per la pensione di anzianità ordinaria (62 anni di età e 35 di contributi). A patto, però, che l’autorizzazione alla prosecuzione volontaria della contribuzione sia precedente al 30 giugno 2016 e il giornalista non sia stato riassunto;
  • giornaliste ammesse alla contribuzione volontaria. Potranno andare in pensione anche le colleghe disoccupate che compiono 60 anni entro 12 mesi dall’approvazione della riforma, purché abbiano 20 anni di contributi, siano state ammesse alla prosecuzione volontaria della contribuzione prima del 30 giugno 2016 e non siano state riassunte. L’assegno di pensione subirà la penalizzazione prevista attualmente;
  • i giornalisti in mobilità, che usufruiscono della cassa integrazione o della solidarietà, o che risultano disoccupati in uscita da aziende in crisi potranno andare in pensione di vecchiaia o di anzianità con le regole attuali, se raggiungono i requisiti durante il periodo di fruizione degli ammortizzatori sociali, e comunque non oltre i 12 mesi dall’approvazione della riforma. Inoltre, l’accordo sindacale per una di queste situazioni deve essere stato sottoscritto prima del 30 giugno 2016. Questi i requisiti:
    • 65 anni di età per gli uomini e 62 per le donne, con 20 anni di contribuzione, per la pensione di vecchiaia;
    • 62 anni di età e 35 di contribuzione per la pensione di anzianità ordinaria;
    • almeno 57 anni di età e 35 di contribuzione per la pensione di anzianità con gli abbattimenti.
  • chi raggiunge gli attuali requisiti per la pensione di vecchiaia o di anzianità entro il 31 dicembre 2016 potrà andare via in qualsiasi momento, anche nei prossimi anni, con questi requisiti:
    • uomini con 65 anni di età e 20 di contributi;
    • donne con 62 anni di età e 20 di contributi;
    • uomini e donne con 62 anni di età e 35 di contributi;
    • 40 anni di contributi e qualsiasi età.

 

 

Calcolo della pensione dei giornalisti

Dal mese di gennaio 2017, la pensione del giornalisti verrà calcolata non più sul sistema retributivo (come fino alla fine del 2016) ma sul sistema contributivo. Cioè, sulla base dei contributi versati, rivalutati sui parametri dettati dall’inflazione. Il sistema solidaristico, che dal 2006 ha garantito ai giornalisti che guadagnavano di meno di avere una pensione dignitosa, va, quindi, a farsi benedire. Anche se chi guadagna di più non deve sentirsi particolarmente privilegiato: le aliquote di rendimento dei loro contributi saranno vistosamente più basse.

Attenzione a chi si trova in difficoltà: i giornalisti in cassa integrazione, in regime di solidarietà, in disoccupazione o anche in maternità o congedo parentale vedranno il tetto dei loro contributi figurativi pari a 1,5 volte la retribuzione contrattuale del redattore ordinario. E’ grave? Gli addetti ai lavori l’hanno già capito: attualmente, il tetto è pari allo stipendio di un caporedattore più gli scatti di anzianità. C’è una differenza.


[1] Legge 1122/1955.

 

Autore immagine: Pixabay

 


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