La madre non può impedire al padre di riconoscere il figlio
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13 Set 2016
 
L'autore
Raffaella Mari
 


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La madre non può impedire al padre di riconoscere il figlio

Anche se il padre ha una condotta violenta e non è ritenuto, dalla compagna, degno di riconoscere il bambino nato dal rapporto tra i due, non può opporsi al riconoscimento del minore.

 

La madre non ha alcun potere di impedire al padre di riconoscere il proprio figlio, anche se questi ha una condotta violenta e moralmente non irreprensibile; il diritto del papà di riconoscere come proprio il bambino nato da una relazione (sia essa “di fatto” o conseguente al matrimonio) è intangibile salvo che, da ciò, derivi, per il minore un danno grave e irreversibile. In particolare, la madre può opporsi al riconoscimento paterno solo in presenza di motivi particolarmente gravi ed irreversibili, tali da far ravvisare la probabilità (e non la semplice possibilità) di una forte compromissione dello sviluppo psichico-fisico del minore stesso. È quanto chiarito dalla Corte di Appello di Roma con una recente sentenza [1].

 

Ogni padre ha non solo il diritto, ma anche il dovere di riconoscere il proprio figlio: un obbligo al quale non può sottrarsi neanche se c’è inizialmente il consenso della madre. In caso contrario, infatti – come abbiamo chiarito nell’articolo “Se il papà del figlio scappa” – una volta divenuto maggiorenne, il figlio potrebbe chiedergli il risarcimento del danno, così come la madre ha la possibilità, in ogni momento, di agire contro l’uomo per pretendere che questi provveda al riconoscimento e paghi la sua parte di spese per il mantenimento del minore (leggi “Si può obbligare il padre a riconoscere il figlio?”).

 

A fronte di tale dovere, come detto, corrisponde anche un vero e proprio diritto intangibile, il cui esercizio non può essere impedito neanche se c’è l’opposizione della madre fondata su giusti motivi, come ad esempio uno stile di vita dell’uomo particolarmente riprovevole. Anche in tali casi, infatti, prevale sempre l’interesse del minore a conoscere le proprie origini: minore che, in assenza del riconoscimento, si vedrebbe privato dell’importante apporto sentimentale e materiale per la propria crescita e per il proprio equilibrio psico-fisico, garantiti dalla presenza di entrambe le figure genitoriali.

 

Così, tanto per fare un esempio (che trova peraltro riscontro proprio nel caso deciso dalla Corte romana), anche il padre detenuto, con problemi di droga ed una personalità violenta, ha diritto a riconoscere il proprio figlio e i suoi precedenti penali non possono costituire né un ostacolo, né un motivo di opposizione da parte della madre. Solo un grave pregiudizio per il minore al riconoscimento paterno potrebbe portare il giudice a impedire l’esercizio di tale diritto. Ma non è il caso di specie. Secondo la sentenza in commento, infatti, gli elementi emersi a carico del padre – ossia la sua personalità violenta ed il disinteresse mostrato nei primi anni di vita della piccola – non sono di una gravità tale da «far ritenere come pregiudizievole per la minore il riconoscimento da parte del padre naturale».

 

I giudici ricordano, in particolare, l’esigenza di «valorizzare l’interesse prioritario della minore ad acquisire uno stato che completi la sua personalità nella integrale dimensione psico – fisica rispetto al quale perdono valenza i singoli episodi riferiti dalla resistente, che non assumono una portata tale da screditare la figura del richiedente al punto da negare l’interesse del minore all’invocato riconoscimento».

 

A prevalere, dunque, sull’eventuale opposizione della madre al riconoscimento del figlio da parte del padre deve essere sempre «il diritto del bambino ad identificarsi come figlio di una madre e di un padre e ad assumere così una precisa e completa identità».


La sentenza

Corte d’Appello di Roma – Sezione civile – Sentenza 12 maggio 2016 n. 2996

REPUBBLICA ITALIANA
In nome del Popolo italiano
LA CORTE D’APPELLO di ROMA
Sezione Minorenni – Civile
composta dai magistrati:
Mariagiulia DE MARCO Presidente relatore
Anna Maria PAGLIARI Consigliere
Marina TUCCI Consigliere
Silvia BORELLA Consigliere on.
Sandro MONTANARI Consigliere on.
riunita in camera di consiglio ha pronunciato la seguente sentenza

nel procedimento iscritto al n. 5300 del ruolo generale degli affari diversi dell’anno 2015 promosso con appello avverso la sentenza del Tribunale per i Minorenni di Roma emessa il 21.1.2015 e depositata il 24.2.2015 da

Co.Ba., appellante, in proprio e nella qualità di esercente la potestà sulla figlia minore Co.Ev., nata (…), elettivamente domiciliata in Roma, viale (…), nello studio dell’avv. Fr.Co., che la rappresenta e difende come da procura a margine del ricorso in appello;

nei confronti di

Pr.Cr., appellata, elettivamente domiciliato in Roma, piazza (…), nello studio dell’avv. Gi.Ma., che lo rappresenta e difende come da procura in calce al ricorso di primo grado;

con la partecipazione del Procuratore Generale in sede, che ha chiesto la conferma della

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[1] C. App. Roma, sent. n. 2996/16 del 12.05.2016.

 


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