Minacciare di suicidarsi davanti alla polizia è reato
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14 Set 2016
 
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Redazione
 


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Minacciare di suicidarsi davanti alla polizia è reato

Sfidare la polizia, minacciandola di tagliarsi le vene o di buttarsi dalla finestra in caso di adempimento dei doveri d’ufficio costituisce delitto di resistenza a pubblico ufficiale.

 

Di certo, chi è così disperato da minacciare di suicidarsi non pensa, in quel momento, al codice penale: ma la legge va avanti e punisce anche l’ipotesi di chi, ad esempio, dinanzi all’ordine di sgombero di un immobile, brandisce un coltello alle forze dell’ordine, facendo il gesto di tagliarsi il collo. L’autolesionismo, infatti, costituisce un reato nel momento in cui viene utilizzato per impedire che la polizia faccia il proprio dovere: in particolare si tratta del reato di resistenza a pubblico ufficiale [1]. È quanto chiarisce la Cassazione in una recente sentenza [2]. Lo stesso discorso potrebbe essere replicato anche in presenza di altre condotte similari, come ad esempio quella di chi faccia il gesto di buttarsi dalla finestra.

 

Per scampare all’incriminazione penale di resistenza a pubblico ufficiale è inutile richiamare lo stato di disperazione del responsabile o il fatto che, alla fine dei conti, la minaccia di lesioni è diretta solo alla propria persona e non a terzi, e che pertanto il gesto folle non costituisce pericolo per le altre persone. Non rileva, neanche che la minaccia di autolesionismo sia solo una finzione o davvero la spinta di una reale intenzione: le due diverse ipotesi finiscono sempre per dar vita a un reato.

 

Insomma, impedire alle autorità (polizia, carabinieri, ecc.) di svolgere i propri compiti, minacciando di suicidarsi viene punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Occhio quindi alle scenate se non si vuole passare dalla padella alla brace.

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 7 luglio – 12 settembre 2016, n. 37798
Presidente Citterio – Relatore Tronci

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

1. A seguito dell’accesso effettuato dalla Polizia locale di Milano nel locale cantina sito nel capoluogo lombardo, nello stabile di via Vittorini 26, di proprietà dell’ALER ed abusivamente occupato da D. N., il di lui fratello, Vito N. interveniva brandendo un coltello da cucina, che puntava dapprima alla propria gola, minacciando atti di autolesionismo, quindi all’indirizzo dei Comm. C.C. C.: donde la declaratoria di condanna del prevenuto, ad opera del Tribunale di Milano, per il reato previsto e punito dall’art. 337 cod. pen., declaratoria che la locale Corte d’appello, adita a seguito dell’impugnazione proposta dall’imputato, teneva ferma con sentenza dei 07.11.2014, pur riducendo a mesi cinque e giorni dieci la condanna a suo carico, per effetto del riconoscimento delle attenuanti generiche, con valutazione di equivalenza rispetto all’aggravante di cui all’art. 339 cod. pen. ed alla recidiva.
2.       Avverso detta ultima pronuncia ha proposto ricorso il difensore di fiducia del N., il quale deduce:
a) violazione di legge e vizio di motivazione, “per avere i

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[1] Art. 337 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 37798/16 del 12.09.2016.

 


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