La firma elettronica sul tablet che valore ha?
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14 Set 2016
 
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La firma elettronica sul tablet che valore ha?

Firma elettronica grafometrica con sistemi digitali: banche, assicurazioni, commercialisti hanno iniziato a usare penne elettroniche per sottoscrivere contratti e documenti, ma che valore ha ai fini legali?

 

Si stanno diffondendo i sistemi di sottoscrizione di contratti e documenti mediante quella che viene detta firma elettronica grafometrica: il firmatario viene invitato a usare un pennino elettronico e ad apporre la sua sottoscrizione non già su un foglio di carta tradizionale, ma su una sorta di tablet: un piano orizzontale della forma di una tavoletta di metallo, collegato a un computer, in grado di riprodurre il movimento della mano sul documento elettronico e, quindi, anche lo scarabocchio del firmatario. All’esito di questa operazione, la firma viene trasferita sul file del documento elettronico e memorizzata insieme ad esso.

 

Ma che valore ha la firma elettronica sul tablet? Il pericolo che qualcuno falsifichi la nostra sottoscrizione è solo una voce di corridoio o corrisponde a realtà? E come difendersi in casi del genere?

 

Fin quando la firma era legata a un documento di carta e non era possibile scorporarla da esso (se non con una fotocopia, operazione peraltro facile da scoprire), tutti erano probabilmente più sicuri e sereni. Ora, invece, si sono diffuse le nuove modalità di firma digitale e, specie nei non addetti al settore, sono tante le remore e le diffidenze che generano i moderni sistemi tecnologici.

 

Le banche e le assicurazioni sono state le prime ad utilizzare le firme elettroniche sui tablet per sottoscrivere polizze, contratti bancari, aperture di conto corrente o di credito. Il risparmio per tali società, in termini di costi della carta e dell’archiviazione dei documenti, è notevole. Ma quali rischi corre il consumatore? E come potrebbe contestare l’autenticità e la genuinità della firma? Le cose, da un punto di vista legale, vanno meno peggio di come potrebbe pensarsi.

 

 

La firma elettronica grafometrica: che valore legale ha?

La legge attribuisce alla firma elettronica grafometrica lo stesso valore che ha la firma tradizionale sul foglio di carta, quella apposta tra due privati (quindi, senza la presenza di un notaio). In particolare, il codice civile [1] stabilisce che la sottoscrizione su una scrittura privata (a cui viene equiparata quella sul tablet):

  • ha valore di “piena prova” solo se colui che ha apposto detta firma la riconosce come propria e ammette che si tratta della sua sottoscrizione;
  • non ha valore di prova se il soggetto presunto firmatario la contesta, ossia non la riconosce come propria. In tal caso spetta alla controparte che si vale della firma (la banca, l’assicurazione, il professionista, ecc.) dimostrare, invece, che la sottoscrizione è genuina e appartiene al soggetto che l’ha contestata. Questa prova dovrà essere fornita in causa: il giudice nominerà un perito che accerti, attraverso il confronto con altre scritture firmate dal soggetto in questione, l’eventuale appartenenza o meno della sigla alla mano di quest’ultimo. Il consulente esaminerà la scrittura, la pressione sul foglio, i tratti della grafia e li confronterà con altri documenti sottoscritti indiscutibilmente dalla medesima persona e poi valuterà se vi è identità o meno (per maggiori approfondimenti su questo punto leggi l’articolo “Disconoscimento del contratto o della scrittura privata”).

 

In pratica, se qualcuno asserisce che è vostra la firma elettronica apposta su un tablet, vi basterà disconoscerla, ossia dichiarare che non è vostra, per contestarla e non darle alcun valore di prova. Spetterà alla controparte dimostrare il contrario in un apposito giudizio. La firma sul tablet funziona infatti in modo del tutto identico, da un punto di vista legale, a quella tradizionale fatta con carta e penna, con la sola differenza che, invece di essere fatta di inchiostro, è costituita da bit. Sta al giudice, in caso di contenzioso, valutare la veridicità della firma apposta, né più né meno di quanto farebbe con la firma “tradizionale”.

 

Proprio perché assimilata alla firma tradizionale, la firma elettronica grafometrica può essere usata solo per le scritture private semplici, quelle realizzate tra privati, che non richiedono la presenza di un notaio o altro pubblico ufficiale. Ad esempio, non si può sottoscrivere con firma elettronica grafometrica un contratto di compravendita di una casa: per esso, infatti, c’è bisogno di un atto notarile.

 

 

La firma digitale: che valore ha?

Diversa dalla firma elettronica grafometrica è la firma digitale, quella che viene apposta su documenti per mezzo di un dispositivo hardware (di norma un pennino usb) che consente di dare, ad ogni file, una identificazione univoca del firmatario e connessione univoca allo stesso, creati con mezzi soggetti a controllo esclusivo del firmatario e in grado di garantire la rilevazione di ogni eventuale modifica apportata a dati/informazioni su cui è stata apposta.

Se ne valgono, di regola, i professionisti nell’ambito delle proprie attività lavorative o gli imprenditori. Si può utilizzare la firma digitale anche per la firma di contratti.

 

La firma digitale ha valore di prova: chi la vuole contestare, asserendo che non è la propria, lo deve dimostrare. Insomma, avviene proprio l’esatto contrario di quanto abbiamo visto per la firma elettronica grafometrica dove, invece, al presunto firmatario basta la semplice contestazione mentre spetta alla controparte dimostrare il contrario. Qui, invece, l’onere della prova è sul titolare del dispositivo della firma digitale.

La legge [2], infatti, stabilisce che l’utilizzo del dispositivo di firma elettronica qualificata o digitale si presume riconducibile al titolare, salvo che questi dia prova contraria.

 


[1] Art. 2702 cod. civ.

[2] Art. 21 del Codice dell’amministrazione digitale (D. Lgs. 7 marzo 2005, n. 82, come modificato dal D.Lgs. 235/10 nonchè dal D.L. 18 ottobre 2012, n. 179) convertito, con modificazioni, dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221.

 


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