Phishing, come farsi restituire dalla banca i soldi
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14 Set 2016
 
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Phishing, come farsi restituire dalla banca i soldi

Prelievo fraudolento: la banca deve restituire i soldi prelevati dall’hacker se non ha predisposto gli strumenti tecnici necessari ad evitare il pericolo di truffe.

 

Vittime di truffe telematiche: chi subisce il phishing e, a causa di un virus, si vede prelevare dal proprio conto corrente delle somme di denaro per mano di anonimi hackers, ha il diritto a farsi restituire i soldi dalla banca. Questo perché, secondo l’orientamento della giurisprudenza ormai consolidato, l’istituto di credito è tenuto, nei confronti dei propri clienti, ad adottare tutte le misure tecniche necessarie a impedire le frodi su internet.

Questo orientamento è ormai talmente consolidato che a condividerlo è anche l’ABF, l’arbitro bancario e finanziario, ossia l’organismo di arbitrato costituito dalle stesse banche cui si possono rivolgere i consumatori che abbiano subito problemi con il proprio istituto di credito.

Prima di spiegare come farsi restituire dalla banca i soldi prelevati illegittimamente dal conto, spieghiamo perché e quando la banca è responsabile per le truffe telematiche e il phishing.

 

Secondo una recente sentenza del Giudice di Pace di Campobasso [1] – che richiama le ultime pronunce della Cassazione – la banca risponde della sottrazione di fondi dal conto online del correntista se non dimostra di aver adottato tutte le misure di sicurezza idonee a prevenire le attività fraudolente. Tali misure possono consistere, ad esempio, nella consegna di un token di sicurezza o nell’invio di Sms non appena avviene un bonifico online.

 

Nei casi di phishing, infatti, il codice della Privacy stabilisce [2] che, chiunque causi un danno per effetto del trattamento dei dati personali (tale è la banca che, tramite il servizio di home-banking, raccoglie i dati personali, le user e le password dei proprio clienti) è tenuto al risarcimento dei danni [3] anche se non ha alcuna colpa o non è in malafede. Si parla, cioè, di una “responsabilità oggettiva” che scatta per il solo fatto di svolgere un’attività pericolosa quale quella della gestione del risparmio online.

 

 

La vicenda

Un correntista, che aveva stipulato con la propria banca un contratto con la possibilità di servirsi del sistema di internet banking, si era accorto che, dal proprio conto corrente, era partito un bonifico estero non autorizzato per 3.984 euro. L’uomo aveva subito denunciato l’operazione alla polizia e alla propria banca che però si era rifiutata di restituirgli la somma.

 

 

La banca rimborsa

Il “phishing” è una truffa attuata via internet, che si sostanzia nell’invio di messaggi di posta elettronica che imitano la grafica di siti bancari o postali, attraverso i quali si cerca di ottenere dalle vittime la password di accesso al conto corrente.

 

La giurisprudenza ha da sempre precisato che, nell’espletamento dei servizi di pagamento tramite internet, la banca è tenuta ad adottare tutte le misure tecniche idonee a garantire un adeguato standard di sicurezza nell’effettuazione dei pagamenti, in modo da impedire l’accesso di soggetti non abilitati al sistema ed evitare danni ai clienti. Inoltre, il Codice privacy «impone che i dati personali oggetto di trattamento siano custoditi e controllati, anche in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico, alla natura dei dati e alle specifiche caratteristiche del trattamento, in modo da ridurre al minimo, mediante l’adozione di idonee e preventive misure di sicurezza, i rischi di distruzione o perdita, anche accidentale, dei dati stessi, di accesso non autorizzato o di trattamento non consentito o non conforme alle finalità della raccolta».

 

Ecco perché – conclude la sentenza – la banca deve sempre adottare tutte le misure di sicurezza, tecnicamente idonee e conosciute in base al progresso tecnico, al fine di evitare prelievi fraudolenti (phishing).

 

 

Come farsi restituire i soldi dalla banca

Il correntista che si sia accorto della sottrazione della somma, può attuare la procedura di rimborso facendo richiesta alla banca. Prima di ciò però è opportuno sporgere denuncia alla polizia postale. Copia della denuncia andrà prodotta al proprio istituto di credito e, insieme ad essa, andrà consegnata una richiesta – in carta semplice – di restituzione della somma (eventualmente spedita con raccomandata a.r. o consegnata a mani, con copia controfirmata dal funzionario).

A questo punto è opportuno attendere che la banca effettui l’istruttoria. Se non dovesse arrivare alcuna risposta o questa dovesse essere negativa ci si può rivolgere al giudice. Chi non vuole fare causa (il che è comprensibile per somme modeste) può rivolgersi all’ABF, un arbitrato che è sostanzialmente gratuito (salvo 20 euro per l’avvio della procedura) anche senza avvocato. L’orientamento dell’ABF è, attualmente, a favore del correntista.


[1] GdP Campobasso sent. n. 227/16 del 19.05.2016.

[2] Art.15 del Dlgs n. 196/2003.

[3] Art. 2050 cod. civ.

 


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