Il reato di calunnia: come tutelarsi
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15 Ott 2016
 
L'autore
Maura Corrado
 


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Il reato di calunnia: come tutelarsi

Calunnia si ha quando una persona muove nei confronti di un’altra accuse false, pur essendo consapevole della sua innocenza. Come difendersi? Controdenunciare serve?

 

 

Calunnia: quando ricorre?

Chiunque accusi ingiustamente una persona di un reato davanti a una pubblica Autorità (cioè presentando una denuncia, una querela o un’istanza), nonostante sappia perfettamente che questa è innocente, rischia un’incriminazione per calunnia (formale); stesso discorso per la calunnia materiale che si ha quando si simulano a carico di una persona le tracce di un reato (pensiamo a Tizio, indagato, che fornisce alla Polizia che lo sta identificando le generalità di Caio, suo amico) [1]. Pertanto chi, al termine di un processo nei suoi confronti, risulti essere innocente, può controquerelare il querelante per calunnia.

 

Vediamo nel dettaglio di cosa parliamo e come procedere.

 

 

Calunnia: come difendersi?

L’arrivo di un avviso di garanzia non porta mai belle notizie: serve a informare che si sono avviate indagini nei confronti di chi lo riceve. Il vero problema si ha quando questa persona viene indagata ingiustamente, in quanto chi l’ha accusata lo ha fatto senza alcun motivo, ben consapevole della sua innocenza.

 

Cosa fare in questi casi? La maggior parte, come anticipato, decide di sporgere una controdenuncia per il reato di calunnia nei confronti del soggetto che ha mosso le false accuse: si dovrà dimostrare che egli ha agito in mala fede e, nell’ambito del processo penale, si potrà anche chiedere il risarcimento del danno. Se colui che è stato ingiustamente querelato non se la sente di intraprendere un nuovo procedimento penale, può anche solo agire per il risarcimento del danno davanti al giudice civile: l’azione in sede civile per il risarcimento del danno, derivante dall’altrui calunnia, è infatti indipendente dall’azione in sede penale e può infatti essere esercitata a prescindere dalla decisione di intraprendere quest’ultima. In pratica, se non si presenta querela e – quindi – non si intraprende un giudizio penale, il danneggiato può comunque scegliere di proporre l’azione di risarcimento del danno in sede civile, entro cinque anni dal giorno in cui si è verificato il fatto produttivo del danno (cosiddetta prescrizione).

 

 

Calunnia: controdenunciare serve?

Tuttavia, controdenunciare può essere un’arma a doppio taglio. Perché? In linea generale, si crede più a chi accusa per primo rispetto che a chi si difende: significa che l’autorità giudiziaria reagisce in difesa del denunciante, la cui parola a volte é sufficiente per fondare una condanna anche in assenza di altre prove [2]. Inoltre, mentre il querelante ha l’obbligo di dire la verità, per l’imputato non vale la stessa regola: egli, infatti, non può essere inquisito per il reato di falsa testimonianza quando rilascia dichiarazioni difensive. In pratica, se Tizio controdenuncia Caio che lo ha calunniato, Tizio dovrà dire come sono realmente andati i fatti; Caio, invece, imputato ora a sua volta per calunnia e dovendosi difendere da questa accusa, potrà farlo dicendo anche delle bugie che giustifichino il suo comportamento. Il risultato è che, quasi sempre, il Pubblico Ministero chieda l’archiviazione della controquerela.

 

Da un punto di vista più tecnico, il reato di calunnia non sussiste in tutti i casi di sola assoluzione dell’imputato: deve essere provato che la denuncia querela è infondata e che il querelante aveva la certezza dell’innocenza dell’imputato, cioè che abbia agito con dolo. Prova, quest’ultima, non facile.

 

Dunque, alla luce di quanto detto, la soluzione ideale per tutelarsi è rivolgersi a un buon avvocato penalista che sappia valutare al meglio la situazione e consigliare sulla migliore strada da percorrere.


[1] Art. 368 cod. pen.

Attenzione a non confondere la calunnia con la diffamazione di cui all’art. 595 cod. pen.: “Chiunque, fuori dei casi di ingiuria, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la pena pecuniaria della multa da euro 258 a euro 2.582.

Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena consiste nella pena pecuniaria della multa da euro 258 a euro 2.582 o la pena della permanenza domiciliare da sei giorni a trenta giorni ovvero la pena del lavoro di pubblica utilità da dieci giorni a tre mesi.

Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico , la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516”.

[2] Cass. Pen., SS.UU., sent. n. 41461, del 24.10.2012.

 


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