Badante in nero richiedente asilo, cosa rischio?
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15 Ott 2016
 
L'autore
Noemi Secci
 


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Badante in nero richiedente asilo, cosa rischio?

Extracomunitari richiedenti asilo politico che svolgono collaborazioni domestiche senza regolare assunzione: quali conseguenze per lavoratore e datore di lavoro?

 

Se un extracomunitario richiede asilo politico in Italia e ottiene, nel frattempo, il relativo permesso di soggiorno provvisorio, per un determinato periodo, sinché non è decisa la sua domanda, non può lavorare. Nel caso in cui lavori ugualmente in nero, le conseguenze relative all’accertamento del rapporto sono molto pesanti, sia per il datore di lavoro che per il lavoratore stesso, anche nel caso in cui si tratti di una semplice collaborazione domestica, come badante o colf. Ma andiamo per ordine e cerchiamo di fare chiarezza in merito alla situazione degli extracomunitari richiedenti asilo politico, nel caso in cui sia riconosciuta l’esistenza di un rapporto di lavoro.

 

 

Richiedenti asilo politico: permesso di soggiorno per richiesta asilo

I cittadini stranieri richiedenti asilo sono autorizzati a restare in Italia durante l’esame della domanda di asilo politico, fino alla sua definizione. Se la domanda ha esito positivo, si conclude col riconoscimento dello status di rifugiato politico o di protezione sussidiaria [1].

Lo straniero, se non ospitato nei centri di accoglienza  o trattenuto nei centri di identificazione, ottiene un permesso di soggiorno per «richiesta asilo» valido tre mesi, rinnovabile, di volta in volta, fino alla decisione sulla domanda di asilo da parte della Commissione territoriale competente.

Il permesso di soggiorno per richiesta asilo dà diritto:

  • all’assistenza sanitaria (iscrizione al Servizio sanitario nazionale);
  • all’istruzione scolastica obbligatoria;
  • alla libertà di circolazione sul territorio italiano;
  • all’assistenza economica per coloro che sono privi di mezzi di sussistenza;
  • all’alloggio nei centri di accoglienza convenzionati con comuni o gestiti da privati.

I richiedenti asilo, però, non possono lavorare subito, ma solo dopo due mesi (sino allo scorso anno 6 mesi) di permanenza in Italia, se nel frattempo non è intervenuta la decisione sulla domanda [2].

Questa possibilità è stata confermata dal Ministero del Lavoro, con un recente parere [3], nel quale si segnala la necessità di acquisire, all’atto dell’assunzione del richiedente asilo, copia della ricevuta di verbalizzazione della domanda di protezione internazionale. Tale documento serve per avere la certezza della data da cui calcolare i 60 giorni trascorsi i quali il lavoratore può essere occupato.

 

 

Richiedenti asilo: badante in nero

Se il richiedente asilo ha svolto, nel periodo «interdetto», un’attività lavorativa, anche in qualità di badante o colf, le conseguenze sono molto serie, sia per il datore di lavoro che per lui.

Il datore di lavoro, nel dettaglio, rischia la maxi sanzione per il lavoro nero [4] e la sanzione penale (sino a un anno di reclusione e 5.000 euro di ammenda) per aver impiegato un lavoratore privo del permesso di soggiorno.

Nel caso in cui venga accertata l’esistenza di un rapporto di lavoro in nero e la percezione dei relativi redditi, comunque, non è solo il datore di lavoro a subire delle sanzioni: se, difatti, il lavoratore riceveva dei sussidi o delle prestazioni di assistenza collegati allo stato di disoccupazione o all’assenza di reddito, è tenuto a restituirli con sanzioni e interessi, salvo il risarcimento del maggior danno. Non solo. Può essergli contestato il reato di falsa dichiarazione, o, più precisamente, di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, per il quale si rischiano sino a 2 anni di reclusione [5].

Può essere poi condannato penalmente per le indebite erogazioni a danno dello Stato; qualora la somma complessivamente ricevuta sia inferiore a 3.999,96 euro, la condanna consiste unicamente nel pagamento di una sanzione amministrativa, comunque piuttosto pesante, da un minimo di 5.164 euro ad un massimo di 25.822 euro, entro il triplo del beneficio conseguito. Infine, il lavoratore potrebbe subire una accertamento fiscale e una ripresa a tassazione delle somme non dichiarate.

Per evitare queste conseguenze, è dunque necessario che il datore di lavoro, oltre a mettere in regola il lavoratore e ad acquisire la verbalizzazione della domanda di protezione internazionale, acquisisca anche un’autodichiarazione da parte del lavoratore, nella quale lo stesso dichiari che il procedimento di richiesta protezione e asilo politico non si sia già concluso e che la mancata conclusione non sia a lui imputabile. Sono queste, infatti, le due condizioni che potrebbero invalidare il permesso di soggiorno.

 


[1] Art. 7 D.lgs 25/2008.

[2] Art. 22 Dlgs 142/2015.

[3] Mlps, parere prot. n. 14751 del 26/07/2016.

[4] Art. 22, D.lgs 151/2015.

[5] Art. 483 cod. pen.

 


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