Assunzione a tempo determinato: rinnovi vietati
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15 Set 2016
 
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Assunzione a tempo determinato: rinnovi vietati

Lavoratori precari: l’Unione Europea dichiara illegittimo il rinnovo eccessivo di contratti a termine nel pubblico impiego, con la conseguenza che la pubblica amministrazione deve stabilizzare il dipendente.

 

La pubblica amministrazione non può assumere dipendenti con contratto a tempo determinato e poi rinnovare a oltranza tale tipo di rapporto, condannandoli a una vita di precariato: una situazione del genere viola i principi della normativa comunitaria. A dirlo è, ancora una volta, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con una sentenza [1] che interesserà particolarmente il nostro Stato.

 

L’uso, da parte della Pa, del contratto di lavoro a termine si giustifica solo quando vi sono esigenze eccezionali e momentanee cui far fronte. Insomma, il contratto a tempo determinato può fungere solo da occasionale “tappabuchi”. Per cui, un ricorso reiterato e ripetuto nel tempo di tale rapporto con lo stesso soggetto non fa altro che evidenziare un suo utilizzo strumentale e fraudolento, solo per garantire al datore di lavoro (l’amministrazione) un vantaggio indebito.

 

Secondo i giudici comunitari va quindi contro l’accordo quadro dell’Unione Europea la normativa nazionale che consente di operare continui rinnovi dei contratti di lavoro a termine per far fronte a esigenze che sono solo apparentemente momentanee, ma che in realtà sono permanenti: così facendo, infatti, la situazione di precarietà dei lavoratori viene mantenuta costante nel tempo.

 

Vittima dell’abuso, nel caso di specie, è una lavoratrice spagnola operante all’interno di un ospedale, che aveva subito ben sette rinnovi del contratto a tempo determinato. Ma la situazione è perfettamente duplicabile in Italia contro la quale la Corte di Giustizia si è già pronunciata, in particolar modo nel settore dell’insegnamento.

 

Cosa può fare il dipendente per tutelarsi in questi casi? Può agire in costanza del rapporto di lavoro o anche al termine, quando l’ente decide di metterlo al riposo. E, nel rivolgersi al giudice, può chiedere che il rapporto di precariato venga convertito in un contratto a tempo indeterminato. Insomma assunzione piena e stabilizzazione per chi è stato alle dipendenze, da numerosi anni, con l’amministrazione benché con contratti a tempo determinato, dimostrando che le sue funzioni sono state tutt’altro che quelle di un tappabuchi.

 

L’accordo quadro UE sul lavoro a tempo determinato impone agli Stati membri di prevedere, all’interno di ciascuna legge, almeno uno dei seguenti tre seguenti punti all’interno dei contratti a tempo determinato onde prevenire un loro utilizzo abusivo:

  • indicare le ragioni obiettive in presenza delle quali il rinnovo dei contratti a tempo determinato può essere valido;
  • la durata massima complessiva per la quale tali contratti possono essere successivamente conclusi;
  • il numero di rinnovi possibili di tali contratti.

La sentenza

Corte di Giustizia, UE, Decima Sezione, sentenza 14 settembre 2016, causa C-16/15 (*)

«Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Direttiva 1999/70/CE – Accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato – Clausole da 3 a 5 – Contratti di lavoro a tempo determinato successivi nel settore della pubblica sanità – Misure volte a prevenire il ricorso abusivo a successivi rapporti di lavoro a tempo determinato – Sanzioni – Riqualificazione del rapporto di lavoro – Diritto ad un’indennità»

Sentenza

1 La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione delle clausole da 3 a 5 dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999 (in prosieguo: l’«accordo quadro»), che compare in allegato alla direttiva 1999/70/CE del Consiglio, del 28 giugno 1999, relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato (GU 1999, L 175, pag. 43).
2 Tale domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia tra la sig.ra M. E. P. L. ed il Servicio Madrileño de Salud, Comunidad de Madrid (servizio sanitario di Madrid, Spagna), in merito all’inquadramento giuridico del suo rapporto di lavoro che ha assunto la forma di

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[1] C. Giust. UE sent. n. C-16/15.

 


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