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Lo sai che? Pubblicato il 18 settembre 2016

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Lo sai che? Se una madre lascia il figlio piccolo solo a casa posso denunciarla?

> Lo sai che? Pubblicato il 18 settembre 2016

La segnalazione o la denuncia per abbandono di minore nei confronti della madre o del padre che abbia lasciato il bambino con meno di 14 anni solo a casa è un atto che, sebbene possibile, va valutato con estrema attenzione.

Per far scattare il reato di abbandono di minore [1] è sufficiente che un genitore lasci solo il proprio figlio con non più di 13 anni, per un tempo apprezzabile da fargli correre un rischio anche solo potenziale. Non c’è bisogno che ciò avvenga in un’auto chiusa, in pieno agosto e sotto il sole (come la cronaca purtroppo ci racconta); si può infatti configurare l’illecito penale anche se il bambino viene lasciato solo a casa, magari a giocare con la playstation o a guardare i cartoni alla tv mentre i genitori sono fuori. E non importa che il ragazzino dimostri tutta la maturità necessaria per sapersela cavare in caso di necessità, che sappia usare il telefonino per chiamare il padre o la madre o che abbia la prontezza di rivolgersi a un vicino. Ciò che rileva è, appunto, lo stato di abbandono. E con la parola «abbandono» la legge non intende solo quello definitivo, ma anche quello provvisorio, momentaneo, ad esempio per andare a sbrigare altre faccende seppur urgenti, come fare la spesa.

Fra l’altro, almeno in linea teorica, il reato si configura anche dopo pochi minuti (sarà tuttavia il giudice a valutare, caso per caso, anche in relazione all’età del bambino, dopo quanto tempo e in quali situazioni possa configurarsi un pericolo serio e, quindi, il reato). Non è pertanto necessario che l’abbandono si protragga per tutto il pomeriggio o per l’intero arco della giornata lavorativa. Ad esempio, in un famoso caso del 2013, la Cassazione [2] ha condannato una donna per aver lasciato i suoi quattro figli, tutti con età minore di 14 anni, da soli in casa, peraltro con il balcone aperto. Prontamente era intervenuta la zia che aveva denunciato l’incauta genitrice.

Ed ancora. Il reato di abbandono di minore scatta non solo quando si lascia il bambino da solo, in balia di sé stesso, ma anche alle cure di una persona incapace di provvedervi, come ad esempio il fratellino più grande, ma anch’egli non sufficientemente maturo da fargli da balia.

Per far scattare una condanna per abbandono di minore non è necessaria una querela: basta una semplice segnalazione, una telefonata alle forze dell’ordine con cui si chieda loro di intervenire. Questo perché si tratta di un reato “procedibile d’ufficio”, ossia per il quale la Procura può attivarsi da sola, anche senza bisogno di una specifica denuncia di un privato. Ciò perché è necessario tutelare un soggetto incapace, che da solo non può provvedere alla difesa dei propri diritti.

Ciò implica un’altra importante conseguenza: la segnalazione – a differenza della denuncia – può essere fatta da una persona anonima. Difatti, se le denunce non possono mai avvenire da soggetti non identificati, le segnalazioni invece si. Proprio di recente la Cassazione ha peraltro riconosciuto una maggiore elasticità nell’avvio delle indagini in caso di denunce anonime.

Chi, invece, vuol uscire allo scoperto, assumendosi le responsabilità di ciò che fa, può presentare una denuncia: essa può essere inviata con raccomandata o con fax presso il Tribunale dei Minori (alla Cortese attenzione del Presidente del Tribunale, il quale, a sua volta, delegherà il giudice di competenza per le indagini preliminari). In alternativa si può presentare una seconda denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale Minorile della città di residenza del minore. In alternativa ci si può recare ai Carabinieri o alla Questura (Ufficio Minori).

Da quanto detto è ben possibile che il vicino di casa, accorgendosi che il bambino della porta accanto è stato lasciato solo, possa – anche in forma anonima – telefonare ai carabinieri chiedendo il loro intervento. Tuttavia, è necessario valutare attentamente tale scelta che potrebbe avere delle serie ricadute sulla potestà (ora responsabilità) genitoriale della madre, dei genitori e, quindi, in definitiva, degli stessi figli. Insomma, non sempre la segnalazione alla polizia è la carta migliore per risolvere il problema: l’avvio del procedimento penale potrebbe portare a delle forti lacerazioni familiari, tali da determinare un danno ancor più grave nei bambini.

Il procedimento, infatti, è spinoso e sofferto. Dopo la segnalazione, il giudice può dare incarico a Carabinieri e/o agli assistenti sociali (a seconda del caso) di svolgere indagini. Tali soggetti potranno convocare i bambini e i genitori per sentirli, fare loro visita a casa e interrogarli sulle dinamiche familiari. Gli assistenti sociali e i carabinieri presentano delle relazioni che finiscono sulla scrivania del giudice, il quale potrebbe anche chiedere relazioni di eventuali psicologi ASL. Infine viene emanato il provvedimento contro il quale i genitori possono presentare ricorso entro cinque giorni dalla notificazione.

note

[1] Art. 591 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 19327/2013. Integra il reato di abbandono di minori la condotta della madre che lasci i propri figli minori in casa soli in presenza di situazioni di pericolo, atteso che la fattispecie penale in oggetto, intesa alla tutela della vita e dell’integrità fisica di persone incapaci di provvedere a se stesse – incapacità presunta in caso di infraquattordicenne – è reato di pericolo, essendo quindi sufficiente l’esposizione dell’incapace, e in particolare del minore, ad una situazione di pericolo, anche solo potenziale, per la sua incolumità (nella specie, due madri avevano lasciato soli in casa in orario serale quattro figli infraquattordicenni; nell’abitazione, sita al terzo piano dello stabile, vi era l’accesso al balcone aperto e una candela accesa in cucina. Le donne vi avevano fatto rientro mezz’ora dopo, ma solo perché contattate telefonicamente dalle forze dell’ordine, che erano intervenute su sollecitazione di una parente).

Autore immagine: Pixabay.com

Cassazione penale, sez. V, 19/02/2013, n. 19327

Fatto

RITENUTO IN FATTO

Il tribunale di Agrigento, con sentenza 29-9-2009, dichiarava S. e P.D. responsabili del reato di abbandono di minori e le condannava alla pena di legge. La cognata di una delle due imputate aveva sollecitato l’intervento delle forze dell’ordine presso l’abitazione della prima, dove erano stati trovati, soli in casa, i quattro figli minori delle stesse e dove queste ultime avevano fatto rientro dopo circa mezz’ora.

La corte di Appello di Palermo confermava tale decisione in data 1- 3-2012.

Avverso tale pronuncia hanno proposto ricorso le imputate con unico atto a firma dell’avv. S. Collura, chiedendone la “revoca”.

I vizi dedotti sono, con il primo motivo, di manifesta illogicità dell’iter argomentativo seguito e, con un secondo motivo, di violazione dell’art. 591 cod. pen. da un lato per difformità tra il fatto contestato e quello accertato (il luogo era risultato Agrigento, invece di Siculiana), dall’altro per difetto dell’elemento oggettivo del reato, rappresentato dall’effettivo pericolo per l’integrità fisica dei minori, trattandosi, almeno per la dottrina e per una parte della giurisprudenza di legittimità, di reato di pericolo concreto.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso comune alle due imputate è inammissibile.

Esso è infatti aspecifico laddove lamenta genericamente manifesta illogicità del percorso argomentativo della sentenza impugnata, manifestamente infondato laddove ascrive a quest’ultima violazione della norma incriminatrice sotto due distinti profili.

Invero, come già puntualmente osservato dalla corte del territorio, non ricorre difformità tra il fatto contestato e quello accertato dal momento che, per quanto l’abitazione della ricorrente P.S., dove erano stati lasciati i minori, sia risultata sita in Agrigento invece che in Siculiana – località, quest’ultima, erroneamente indicata nell’imputazione-, non è ravvisabile alcuna menomazione del diritto di difesa emergendo chiaramente dal capo d’accusa, con piena possibilità, dunque, di collocare il fatto nello spazio, che il luogo di commissione del reato era rappresentato dall’abitazione di P.S..

L’erronea indicazione della località geografica è quindi improduttiva di conseguenze giuridiche sul requisito dell’enunciazione in forma chiara e precisa del fatto (Cass. 6276/1996, 6044/1999, 12149/2005).

Sotto il profilo dell’elemento materiale del reato, è di visibile inconsistenza l’addebito di violazione di legge mosso alla sentenza, facendo leva, sul presupposto di un indirizzo di questa corte che esige la concretezza del pericolo, sull’assenza, nella specie, di un pericolo concreto per i minori dato il brevissimo lasso di tempo nel quale erano stati lasciati soli.

Per quanto la sentenza non abbia approfondito ex professo la relativa tematica, va ricordato che la fattispecie penale, intesa alla tutela della vita e dell’integrità fisica di persone incapaci di provvedere a se stesse – incapacità presunta in caso di infraquattordicenne -, è, per consolidato orientamento di legittimità, reato di pericolo, essendo quindi sufficiente l’esposizione dell’incapace, e in particolare del minore, ad una situazione di pericolo, anche solo potenziale, per la sua incolumità (Cass. 19476/2010, 15147/2007, 15245/2005, 10126/1995).

Ciò posto, si osserva che, nel caso in esame, risulta dalla sentenza di primo grado, la cui motivazione integra quella di appello in virtù del generale canone ermeneutico della congiunta valutazione delle due sentenze di merito ai fini del vaglio di congruità e completezza della motivazione, che i quattro minori, rispettivamente di 7, 6, 4 e 2 anni, erano stati esposti a concreto pericolo, essendo l’abitazione in cui si trovavano soli in orario serale, sita al terzo piano dello stabile, con l’accesso al balcone aperto e una candela accesa in cucina. Nè gioca a favore delle ricorrenti l’asserita brevità del lasso temporale dell’abbandono, dal momento che esse fecero comunque rientro, dopo mezz’ora, soltanto perchè contattate telefonicamente dalle forze dell’ordine che erano intervenute su sollecitazione di una parente, recatasi a trovare i nipoti almeno mezz’ora prima, con conseguente assenza da casa delle imputate per oltre un’ora.

Alla declaratoria di inammissibilità dei ricorsi seguono le statuizioni di cui all’art. 616 cod. proc. pen. determinandosi in Euro 1000, in ragione della natura delle doglianze, la somma di spettanza della cassa ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna le ricorrenti singolarmente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1000 in favore della Cassa della Ammende. Dispone l’oscuramento dei dati identificativi.

Così deciso in Roma, il 19 febbraio 2013.

Depositato in Cancelleria il 6 maggio 2013

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