Cartelle: consegna di raccomandata al familiare nello stesso palazzo
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18 Set 2016
 
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Redazione
 


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Cartelle: consegna di raccomandata al familiare nello stesso palazzo

Illegittima la notifica delle cartelle di pagamento di Equitalia a un familiare o un parente che si trova nello stesso edificio ma non è convivente.

 

Se vivete nello stesso palazzo di un vostro parente e un giorno il postino, non trovandovi a casa, consegna a quest’ultimo la vostra posta raccomandata, come ad esempio una cartella di Equitalia, sappiate che tale forma di notifica è nulla e si considera come mai avvenuta. Questo perché il codice di procedura civile stabilisce che la consegna della posta più importante – quella cioè che deve essere effettuata per il tramite di un ufficiale giudiziario (ad esempio, gli atti giudiziari), un messo notificatore (come, appunto, le cartelle di pagamento di Equitalia) e, in generale, tutte le raccomandate a.r. – non può che avvenire o in mani proprie del destinatario o a un familiare convivente. È quanto ricordato dalla Cassazione con una sentenza dello scorso 15 settembre [1].

 

Secondo la sentenza, che non fa che applicare alla lettera la legge, è nulla la notifica della cartella di pagamento, effettuata da Equitalia, se questa è consegnata a un familiare che, pur vivendo presso lo stesso numero civico e, quindi, all’interno dello stesso edificio, abita in un altro appartamento. Il concetto di convivenza richiamato dal codice di procedura è quello di due parenti che coabitano nel medesimo appartamento e non, invece, anche quello di due soggetti che abitano in due appartamenti distinti dello stesso immobile.

 

Quel che però non dice la Cassazione nella sentenza in commento – perché non era questo il tema del decidere – e che ci sentiamo di dover spiegare a chi ci legge è anche un secondo principio, da comprendere attentamente prima di fare ricorso, per evitare di “tirarsi la zappa sui piedi”. Secondo un ormai stabile orientamento giurisprudenziale, fare ricorso per difetto di notifica (di una cartella, di un atto giudiziario, ecc.), sostenendo che la consegna non è avvenuta secondo le forme di legge, sana ogni vizio della notifica stessa. Questo perché è contraddittorio dire «Non ho ricevuto la notifica» se poi l’atto impugnato è nelle mani del destinatario, che appunto lo esibisce al giudice come prova. In pratica, questo comportamento non fa che ammettere che la notifica ha raggiunto il suo destinatario. E siccome, in questi casi, conta la sostanza e non la forma, ogni motivo di nullità si considera come non più ricorribile.

Ecco perché è sempre opportuno evitare di impugnare l’atto notificato nelle forme non di legge (ad esempio, la cartella consegnata al familiare non convivente). In tal caso il contribuente dovrà far finta di niente e attendere la notifica del successivo atto da parte di Equitalia (ad esempio, un pignoramento, un fermo amministrativo, un’ipoteca). Solo contro quest’ultimo si potrà fare ricorso al giudice, sostenendo che quello precedente –anello necessario di congiunzione di tutti gli adempimenti del procedimento amministrativo – non è mai stato consegnato e che, pertanto, sono nulli tutti i successivi atti. Così, tanto per esemplificare, se la cartella di pagamento viene notificata a un parente che vive in un altro appartamento, l’effettivo destinatario dovrà desistere dal contestare la notifica al giudice, ma attendere l’avvio del pignoramento da parte di Equitalia e impugnare quest’ultimo.

 

Per ritornare al problema delle notifiche, il codice di procedura civile [2] impone al postino o all’ufficiale giudiziario di cercare il destinatario dell’atto nel Comune di residenza e, precisamente, nella casa di abitazione o dove ha l’ufficio o esercita l’industria o il commercio; nel caso in cui costui non venga trovato in tali luoghi, l’atto va ivi consegnato, a persona di famiglia o addetta alla casa, all’ufficio o all’azienda. Ne deriva che il presupposto per l’esecuzione di una valida notificazione con queste modalità è che la consegna avvenga nella stessa casa di abitazione o presso il domicilio del destinatario, mentre, se essa avviene in luoghi diversi, la notifica è nulla. Non importa il forte legame di parentela tra il contribuente e la persona cui l’atto viene materialmente affidato.

 

 

La consegna della cartella al vicino di casa

La legge [2] prevede, in realtà, che in mancanza anche di familiari conviventi, il postino possa consegnare la raccomandata (e, quindi, anche la cartella di pagamento) al vicino di casa. Ciò però è possibile innanzitutto se il destinatario non è a casa, se non ci sono persone di famiglia conviventi, se manchi la persona addetta alla casa (ad esempio la colf) o se questi ultimi rifiutino di prendere in consegna l’atto. In secondo luogo è necessario che il vicino di casa firmi l’originale della cartella e l’ufficiale giudiziario dia notizia al destinatario dell’avvenuta notificazione dell’atto, a mezzo di lettera raccomandata.

 

In verità, la notifica al vicino di casa è scarsamente utilizzata, anche per via della riluttanza dei condomini a ricevere posta raccomandata per persone dalle quali non sono mai state autorizzate. E poiché essi non sono tenuti ad accettare la posta altrui, potendo esimersi dal farlo, di norma il postino stesso non bussa neanche più alla loro porta ben conoscendo ormai la risposta.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Tributaria, sentenza 15 – 16 settembre 2016, n. 18202
Presidente Cappabianca – Relatore Greco

Svolgimento del processo

F.P. prepone ricorso per cassazione, sulla base di quattro motivi, illustrati con successiva memoria, nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale della Toscana che, rigettandone l’appello, nel giudizio introdotto con l’impugnazione dell’intimazione di pagamento di IRPEF per l’anno 1994, perché preceduta da una non rituale notifica della cartella di pagamento – consegnata al medesimo indirizzo e numero civico dell’abitazione del contribuente, ma alla cognata, abitante in un diverso appartamento dello stesso fabbricato – ha ritenuto che ‘la regolarità della notificazione al ricorrente della prodromica cartella di pagamento risultava certamente controversa, ma che, tuttavia, non poteva escludersi pacificamente.
L’Agenzia delle entrate e la spa Equitalia Gerit resistono con distinti controricorsi.

Motivi della decisione

Col primo motivo del ricorso, denunciando la violazione dell’art. 19, comma 3, del d.lgs. n. 546 del 1992, il ricorrente assume – ed in tali termini è formulato il relativo quesito di diritto – che “il giudice al

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[1] Cass. sent. n. 18202/16 del 15.09.2016.

[2] Art. 139 cod. proc. civ.

 

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