Dopo il licenziamento è lecito cancellare tutte le proprie email
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18 Set 2016
 
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Redazione
 


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Dopo il licenziamento è lecito cancellare tutte le proprie email

Se l’email del dipendente è protetta da password, nessuno vi può entrare, neanche il datore di lavoro: nessun reato di danneggiamento di sistemi informatici se il lavoratore, l’ultimo giorno, cancella tutta la posta nella sua casella.

 

Una volta licenziato, il dipendente può fare quello che vuole delle email presenti nella propria casella di posta elettronica. Finanche cancellare tutto. È quanto si evince dalla Cassazione con una recentissima sentenza [1]. Ma procediamo con ordine.

 

Se l’azienda ha fornito al dipendente un proprio indirizzo email con una password personale, esso va considerato come domicilio informatico e, pertanto, nessuno lo può violare, neanche il datore di lavoro. Così, non compie alcun reato (nella specie, quello di danneggiamento di sistemi informatici [2]) il lavoratore che, una volta licenziato, cancella dal proprio account di posta elettronica tutte le email già ricevute, benché riguardanti rapporti lavorativi. Né l’azienda, per questo, può chiedere il risarcimento del danno per la cancellazione delle email rivolte all’azienda medesima. Il fatto che la mail personale del dipendente sia protetta dalla password – nota soltanto al suo titolare – fa sì che i dati informatici contenuti nella casella appartengano al lavoratore, quanto meno anche a lui; non c’è dunque danneggiamento in caso di cancellazione di messaggi perché la norma incriminatrice presuppone che i sistemi informatici alterati siano «altrui».

 

Coincidenza vuole che la sentenza in commento sia stata pubblicata lo stesso giorno in cui il Garante della Privacy ha dettato le linee guida [3] sul controllo indiscriminato delle email dei dipendenti da parte del datore di lavoro. L’Authority ha ritenuto tale comportamento illegittimo laddove si risolva in una verifica collettiva sulla posta elettronica e sulla navigazione a internet (ad esempio la cronologia e i cookies) del personale. Il famoso Job Act, che ha autorizzato – senza bisogno di accordi coi sindacati – il controllo di computer, tablet e cellulari dei dipendenti non ha però voluto immolare la loro privacy alla sicurezza dell’azienda. Lo Statuto dei lavoratori, infatti, anche al netto delle recenti modifiche, impone, in caso di controllo a distanza, l’adozione di specifiche garanzie per il lavoratore.  L’azienda deve quindi adottare delle misure graduali che rendano assolutamente residuali i controlli più invasivi, legittimati solo in caso di individuazione di specifiche anomalie, come la rilevata presenza di virus.

 

Insomma, le email sono come una sorta di “casa” digitale del dipendente e, come tutti i domicili chiusi a chiave (la password), non può essere violato. Al suo interno, il titolare è libero di fare ciò che vuole, ivi compreso cancellare tutto il contenuto e buttarlo nella spazzatura. Anche se per dispetto.

 

È piuttosto il datore di lavoro ad essere dalla parte del torto e a commettere reato [4] nel momento in cui, licenziato il dipendente, tenta di accedere alla sua casella email protetta da password per recuperare i progetti e le comunicazioni avute da quest’ultimo – attraverso email – con fornitori e altri soggetti esterni. La casella di posta elettronica protetta da una password personalizzata – ammonisce la Cassazione – rappresenta il domicilio informatico del lavoratore e dunque non può essere violata da nessuno, compreso il superiore gerarchico. Questo perché la password conferisce al titolare della casella aziendale un potere «di esclusiva» ed «escludente» gli altri, anche se colleghi o datori di lavoro.


[1] Cass. sent. n. 38331/16 del 15.09.2016.

[2] Art. 635-bis cod. pen.

[3] Garante Privacy, parere n. 5408460/2016.

[4] Art. 615-ter cod. pen.

 


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