Mantenimento: l’ex moglie può far sequestrare la casa del marito
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18 Set 2016
 
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Redazione
 


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Mantenimento: l’ex moglie può far sequestrare la casa del marito

Separazione e divorzio: sì alla richiesta di sequestro dell’immobile come garanzia del pagamento dell’assegno di mantenimento.

 

In attesa che esca la sentenza di divorzio a stabilire l’importo dell’assegno di mantenimento che l’uomo dovrà versare all’ex moglie, quest’ultima può chiedere il sequestro dei suoi beni immobili a garanzia del futuro pagamento. Ma ciò solo se riesce a dimostrare il serio pericolo che, nel frattempo, i beni del marito possano sparire da un momento all’altro. È quanto ricorda il Tribunale di Torino con una recente ordinanza [1].

 

Una crisi economica, un momento di difficoltà lavorativa, la riduzione dello stipendio o l’improvvisa disoccupazione possono mettere in ginocchio un uomo. Ma è proprio questo il campanellino d’allarme che può far rizzare le antenne dell’ex moglie che accampa il diritto a essere mantenuta: e poiché prevenire è meglio che curare, quest’ultima può attivarsi immediatamente affinché il tribunale metta subito sotto sequestro i suoi beni. Ciò onde evitare che la casa, un terreno, ecc. possano essere venduti e, successivamente, i soldi occultati alla donna. Ma attenzione: perché si possa agire in questo senso non c’è bisogno che il giudice abbia già determinato l’ammontare dell’assegno di mantenimento; poiché la sentenza di divorzio potrebbe arrivare anche dopo qualche anno, si può agire anche subito, in corso di processo.

 

 

La vicenda

Momento di difficoltà per il marito che perde il lavoro e ammette di avere i conti in rosso. Lui lo dice per spingere al ribasso l’importo del mantenimento che il giudice gli imporrà di versare all’ex moglie. E invece, così facendo, si tira una zappata sui piedi. Possibile? Sì, perché la moglie intravede in ciò il rischio di rimanere senza pagamento del mantenimento e, per questo motivo, è comprensibile e legittima – secondo i giudici – la sua richiesta di sequestro conservativo relativamente ad alcuni immobili di proprietà dell’uomo.

 

 

Sequestro conservativo se il mantenimento è a rischio

Tutte le volte in cui è fortemente ed obbiettivamente a rischio il pagamento del mantenimento, il soggetto beneficiario di tali somme può richiedere al tribunale il «sequestro conservativo» di uno o più beni immobili del coniuge obbligato al versamento. Ovviamente, i timori (manifestati in questo caso dalla donna) devono avere un concreto fondamento e non devono essere solo il frutto di una paura personale, seppur dettata dall’esperienza e dalla conoscenza del carattere dell’ex. In questo, però, si può sfruttare l’errore processuale della controparte che, per non vedersi condannato al pagamento del mantenimento o per ottenere un importo minimo, piange miseria davanti al giudice, autodenunciando la propria misera situazione economica. Ed è proprio questa ammissione che può servire al precedente consorte per dimostrare il fondato pericolo di perdere il mantenimento.

 

Nel caso di specie, infatti, l’uomo aveva spiegato di aver subito «una riduzione del lavoro» e quindi «del reddito», tanto da essere stato costretto ad «attivarsi per la riduzione delle spese di locazione», mettendo anche «in vendita la ex casa coniugale». Legittimo, quindi, parlare di «indigenza». Per questo, appare comprensibile il timore della donna per l’eventualità che «possa essere dispersa ogni garanzia patrimoniale a presidio del regolare adempimento futuro dell’obbligo di mantenimento».


La sentenza

Tribunale di Torino, sez. Ottava Civile, sentenza 22 giugno 2016

Giudice Peila

Motivi della decisione

In via preliminare si conferma integralmente l’ordinanza istruttoria resa in corso di causa dal precedente g.i. di rigetto delle richieste di prova formulate dalle parti in considerazione della natura documentale della controversia (oltreché per l’inammissibilità dei capi dedotti in quanto formulati in termini generici e valutativi).

Il precedente g.i. aveva altresì sollecitato le parti a prendere posizione in merito all’applicazione al caso di specie del disposto di cui all’art. 1976 c.c.

In merito, la Suprema Corte ha chiarito che “l’inammissibilità della risoluzione della transazione per inadempimento sancita dall’art.1976 c.c., nel caso in cui il rapporto preesistente sia stato estinto per novazione (salvo che il diritto alla risoluzione sia stato espressamente stipulato), non esige un’apposita eccezione della parte interessata, poiché attiene all’esistenza delle condizioni dell’azione, che il giudice deve rilevare anche d’ufficio (Cass. civ., Sez. III, 7 novembre 2003, n. 16715).

Questo giudice condivide l’inquadramento giuridico effettuato dal precedente g.i. e ritiene pertanto applicabile alla fattispecie la disposizione di cui

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[1] Trib. Torino, ord. 1.08.2016.

 


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