Antonio Ciotola
Antonio Ciotola
19 Set 2016
 
Le Rubriche di LLpT


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Suicidio Tiziana Cantone: quattro indagati per diffamazione

Indagate per diffamazione le quattro persone a cui Tiziana inviò il video hard su WhatsApp. Un altro fascicolo aperto per istigazione al suicidio.

 

La notizia del suicidio della giovane (e bella) Tiziana Cantone, la ragazza trentunenne della provincia napoletana, il cui video hard era finito nell’incontrollabile oceano di internet finendo per avere una diffusione ed una eco mediatica gigantesca, ha ampiamente occupato (e sta occupando) le notizie di stampa degli ultimi giorni.

 

Per la pubblicazione  non autorizzata del video risultano indagate, dalla procura partenopea, quattro persone per il reato di diffamazione. Un altro fascicolo risulterebbe essere iscritto per una presunta istigazione al suicidio.

 

Tralasciando i dettagli della vicenda più strettamente di cronaca che, di giorno in giorno, pare arricchirsi di altri particolari più o meno interessanti, l’articolo si propone di spiegare cosa siano i reati di diffamazione (anche con riferimento alle distinzioni con quelli di ingiuria e calunnia) e di istigazione al suicidio, senza esprimere giudizi né sulle persone, a vario titolo coinvolte nella vicenda, né, tanto meno, sui comportamenti di Tiziana Cantone che sono estranee allo spirito della nostra rubrica addicendosi, piuttosto, ad un articolo di gossip.

 

Il video hard in questione, com’è ormai ampiamente noto, fu inviato, stando a quanto pare emergere dalle indagini, dalla stessa Tiziana Cantone a quattro suoi amici (o conoscenti) utilizzando l’applicazione di messaggistica istantanea «WhatsApp». Poco dopo l’invio, il video iniziò a comparire su diversi siti web (pare sia stato addirittura pubblicato su dei siti porno a pagamento) accompagnato da commenti di carattere osceno, diventando «virale» nel giro di pochissimo tempo.

 

La diffamazione che, nel nostro caso, si configurerebbe nella forma aggravata del reato commesso a mezzo della stampa [1] si configura quando, parlando con più persone, si offenda l’onore, il decoro o la reputazione di una terza persona non presente.

 

Si tratta, com’è intuibile, di un reato cosiddetto a forma libera, nel senso che, può essere commesso in qualsiasi modo e con qualunque mezzo idoneo a produrre l’offesa all’altrui reputazione. Spesso, il reato di diffamazione viene confuso con quello di ingiuria oppure con quello, molto più grave, di calunnia.

 

L’ingiuria, di recente oggetto di depenalizzazione [2] si configurava come illecito di rilevanza penale, nel momento in cui si offendeva l’onore o il decoro di una persona presente. Facciamo un esempio che renda più chiaro il concetto e le differenze con gli altri reati cui si è fatto riferimento: Tizio parlando con Caio ne offende la reputazione o l’onore chiamandolo cretino.

 

Nella diffamazione, invece, l’offesa è rivolta, alla presenza di più persone, nei confronti di una terza persona non presente ai fatti (o comunque non in grado di percepirla direttamente). Per seguire lo stesso esempio, si immagini che Tizio, parlando con Caio e Sempronio, offenda l’onore di  Mevio non presente alla discussione.

 

Particolarmente importante è la differenza tra il reato di diffamazione (e di ingiuria) con quello, molto più grave, di calunnia [3].  Si configura la calunnia quando, a mezzo di un atto che è destinato all’autorità giudiziaria (si pensi, ad esempio,  alla denuncia) si incolpa falsamente di un reato una persona che invece si sa essere innocente. Volendo, ancora una volta, fare un esempio, si immagini che Tizio denunci Caio per avergli rubato la macchina (lo accusa quindi del reato di furto) pur sapendo, in realtà, che Caio non è responsabile del reato che gli viene attribuito (non gli ha rubato la macchina).

 

Ai fini della configurabilità del reato di calunnia non è necessaria la falsa attribuzione di uno specifico reato, essendo sufficiente la consapevolezza della innocenza dell’accusato.

 

Discorso, solo un attimo più articolato, va fatto relativamente all’altra ipotesi di reato cui si è fatto riferimento: l’istigazione al suicidio [4]. Si parla di istigazione al suicidio quando qualcuno, determini (cioè convinca) un’altra persona a togliersi la vita oppure rafforzi tale proposito già insito nella vittima del reato. Anche in questo caso si parla di reato a forma libera nel senso che può essere commesso con qualsiasi mezzo idoneo a realizzare il fatto punito dalla legge.

 

Per quanto riguarda le pene, occorre distinguere tra l’ipotesi in cui il suicidio avvenga e quella in cui, invece, lo stesso non si compia. In questo secondo caso, per essere punibile quale istigazione al suicidio, è necessario che dal fatto derivino lesioni personali gravi o gravissime [5]. Immaginiamo, ad esempio, che Tizio istighi Caio a suicidarsi gettandosi dal balcone.

 

Nel caso in cui Caio, a seguito del salto nel vuoto, perda la vita, alcun dubbio può esserci per la configurabilità del reato (si badi bene che, affinchè possa parlarsi  di istigazione al suicidio, è necessario che Tizio non abbia in alcun modo offerto un contributo materiale al suicidio perché, altrimenti, si dovrebbe più correttamente parlare di omicidio del consenziente). Se Caio, invece, pur gettandosi dal balcone, non perde la vita procurandosi solo lesioni personali gravi o gravissime, la condotta di Tizio potrà essere punita come istigazione al suicidio.


[1] Con una importante decisione la Corte di Cassazione (Cass. Sent. n. 24431/2015 del 08.06.2015)  ha precisato che anche  inserire un commento su una bacheca di un social network può integrare il reato di diffamazione aggravato dall’uso del mezzo stampa poiché, è stato osservato, la pubblicazione è potenzialmente idonea a raggiungere  un numero indeterminato ed illimitato di  persone.

[2] Decreto legislativo 15 gennaio 2016, n. 8.

[3]  Articolo 368 cod.pen.

[4] Articolo 580 cod.pen.

[5] Le lesioni personali sono classificate e distinte in considerazione della prognosi sanitaria della persona lesa. Si considerano gravi quelle che determinano una malattia con prognosi  superiore ai 40 giorni. Si considerano gravissime quelle che determinano una malattia insanabile.

 

 


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