Cancro al seno diagnosticato tardi: il medico paga il risarcimento
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20 Set 2016
 
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Cancro al seno diagnosticato tardi: il medico paga il risarcimento

Ritardo nella diagnosi del tumore: il medico risarcisce per l’ansia sugli anni di vita perduti.

 

Cancro al seno diagnosticato tardi: la paziente, se informata tempestivamente, all’atto cioè della mammografia di routine, se la sarebbe potuta cavare con una semplice terapia farmacologica, di tipo conservativo; ma l’errore medico la obbliga all’intervento di asportazione. Per i giudici del tribunale di Vicenza non c’è alcun dubbio [1]: la responsabilità è del medico che ha ritardato nella corretta diagnosi. Il professionista è quindi tenuto a risarcire il danno non patrimoniale patito dal paziente per aver vissuto nell’apprensione di poter morire.

 

La domanda di risarcimento del danno da perdita delle chance di guarigione – così viene chiamato il danno che deriva dall’aver perso del tempo prezioso per curarsi – può essere esercitata anche dagli eredi del malato nel caso in cui il ritardo diagnostico non sia riuscito a evitare l’evento più infausto quale la morte.

Ma attenzione: tale richiesta – che è naturale conseguenza d’una negligente condotta del medico – deve essere formulata esplicitamente già in primo grado. Secondo infatti i giudici, la domanda di indennizzo non può ritenersi implicita nella richiesta generica di condanna del medico al risarcimento di “tutti i danni” causati dalla morte della vittima”. È necessario, insomma, far chiaro riferimento alla richiesta di indennizzo del danno da perdita delle chance di guarigione.

 

La sentenza in commento riconosce quindi un’apposita voce di risarcimento per la sofferenza conseguente all’apprensione vissuta quando il malato viene a conoscenza dell’errore medico e diventa consapevole che a causa del ritardo nella diagnosi si sono ridotte le chance di cura e sopravvivenza.


La sentenza

Cass. sent. n. 343/2016

Per escludere l’aggravamento della patologia in conseguenza di un ritardo diagnostico non appare sufficiente affermare che quale che fosse stata l’epoca di accertamento della patologia tumorale il paziente avrebbe dovuto comunque subire lo stesso intervento, perché devono essere invece valutati anche gli effetti che un’anticipazione della diagnosi (e dell’intervento) avrebbe potuto avere sul decorso della malattia; infatti, ove non si affermi la totale inutilità dell’intervento, non pare sostenibile che la sua anticipazione non potesse modificare in nulla (ancorché soltanto “quoad valetudinem” e non anche “quoad vitam”) la storia clinica del paziente.

 

Trib. Monza, sent. n. 3112/2015

Posto che il danno biologico residuato in capo al paziente è pari al 30% e posto altresì che il ritardo diagnostico e la necessità di procedere a trattamento radioterapico ha “ben potuto aggravare le complicanze delle manovra chirurgica, di per loro già importanti”, l’impossibilità di quantificare la “quota” del danno biologico totale da imputarsi alla condotta colposa del sanitario (vale a dire, quella parte di biologico che – secondo la regola del

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[1] Trib. Vicenza, sent. n. 961/16

 


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